Economia
Il Colloquio •
Meloni e il tetto al prezzo del gas
Pro e contro del possibile accordo con l'Ue sul price cap per le centrali termoelettriche. Parlano gli esperti di mercati energetici De Giorgio e Tabarelli
15 OTT 26

Roma. Giorgia Meloni ha annunciato che il governo si avvicina a un accordo con l’Ue per “ridurre il peso del costo della generazione a gas sul prezzo complessivo dell’elettricità”. Secondo Bloomberg, si tratta di un tetto al prezzo del gas per le centrali elettriche. La misura rientra nel negoziato sul decreto Bollette, come ha spiegato la premier al Senato in vista del Consiglio europeo di oggi. I dettagli dell’intesa restano da chiarire.
Per Domenicantonio De Giorgio, docente a contratto di Economia dei mercati finanziari all’Università Cattolica ed esperto di mercati energetici, l’Italia era partita “con le migliori intenzioni”, chiedendo di riformare l’Ets, il mercato Ue dei permessi per emettere CO2. “La battaglia per l’Ets era totalmente legittima, però abbiamo raccolto briciole – dice al Foglio –. Non mi sorprenderebbe se da una revisione del sistema si fosse scivolati a una più umile toppa, peggio del buco”. La chiama toppa perché gli ricorda il Tope, il “tetto” al prezzo del gas introdotto nel 2022 da Spagna e Portogallo, che “ha compensato le centrali termoelettriche con la differenza tra il prezzo di mercato del gas all’ingrosso e il cap fissato”. Il prezzo dell’elettricità lo fissa fonte di produzione e in Spagna, spiega, il tope “un po’ ha funzionato” perché lì quella centrale è di rado a gas. “Ma in Italia abbiamo purtroppo un problema estremamente diverso – spiega De Giorgio -. Il gas pesa circa la metà del mix elettrico, quindi interviene spessissimo. Una situazione del genere rischia di diventare estremamente onerosa”.
Secondo Bloomberg, l’Italia rimborserebbe le centrali quando il gas supera una soglia concordata. Ma chi paga la differenza? De Giorgio indica due possibili leve: “Oneri di sistema più alti e debito pubblico”, per cui sospetta che a Bruxelles si tratti su “quanto debito può fare l’Italia” in deroga alle regole fiscali. E avverte: “E’ un aggravio per la finanza pubblica: non te lo contabilizza l’Ue, ma il debito lo fai e va pagato”. E calcola: “Se venisse fissato un cap a 60 euro al MWh potremmo arrivare a un costo annuale di 8 miliardi di euro. Questo ridurrebbe, in un’ipotesi ottimistica, del 10-15 per cento il Pun”, il prezzo unico dell’elettricità all’ingrosso. Da settembre a oggi il Pun si attesta in media sopra i 200 euro al MWh. E De Giorgio continua: “Ma la componente energia pesa solo per la metà della bolletta delle famiglie, quindi parliamo di 10-15 euro al mese in meno. Non sarebbe più sensato guardare gli Isee ed effettuare una scontistica mirata ai più deboli?”
Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia, parla del price cap al gas come “una formula già conosciuta”, e ricorda il tetto europeo di 180 euro al MWh che nel 2022 il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, “riuscì a imporre”. Ma quel meccanismo sui derivati del gas non scattò mai perchè il tetto era alto e i prezzi crollarono molto sotto la soglia, mentre le agenzie europee Acer ed Esma non individuarono effetti attribuibili alla sua adozione. Sul nuovo price cap, Tabarelli è più indulgente: “Fa parte delle misure che giustamente un governo deve adottare in una situazione di guerra, quando falliscono i mercati. La prima cosa che questo price cap fa è limitare l’impatto sull’inflazione – sostiene l’esperto –. Il guaio è che da cinque anni, da quando c’era ancora Draghi, le misure sono prevalentemente a maggior debito. Rinviamo al futuro. Eppure i rigassificatori di Ravenna e Piombino, seppur di importazione, sono stati realizzati”. E conclude: “Noi abbiamo bisogno di gas nostro, e la produzione, già un obiettivo del governo Draghi, non è stata fatta. Ma sottoterra di gas ce n’è tantissimo, a partire da quello di fronte a Chioggia o a Venezia. Bisogna tirarlo fuori”.