Economia
A Taranto •
Ilva non chiude, dicono. Ma il decreto del governo è la pietra tombale sullo stabilimento
Secondo il comunicato aziendale, da gennaio "ripartiranno laminatoi e zincatura, gli operai dei reparti verranno richiamati a lavoro". Ma veramente vogliono far credere che il più grande siderurgico a ciclo integrale d'Europa non chiude perché lasciano attivi i laminatoi?

Foto Ansa
"L'Ilva non chiude: Taranto e Genova continuano a produrre. Da gennaio ripartiranno laminatoi e zincatura, gli operai dei reparti verranno richiamati a lavoro". È il comunicato aziendale firmato dai commissari straordinari Ilva arrivato mercoledì sera, dopo che mezza Italia è rimasta senza carburanti per l'occupazione dei sindacalisti Ilva alla raffineria di Taranto. Ma veramente vogliono far credere che il più grande siderurgico a ciclo integrale d'Europa non chiude perché lasciano attivi i laminatoi? Chiudendo tutta l'area a caldo e trasformandolo in un centro servizi? E se poteva mantenersi così, perché non hanno continuato a tenerli attivi, anziché riaprirli l'anno prossimo?
Aldilà della propaganda di governo (commissari compresi) la verità è che il decreto Ilva approvato tre giorni fa in consiglio dei ministri è la pietra tombale sullo stabilimento. Vengono stanzianti 138 milioni di euro per la cassa integrazione in deroga dal 1 ottobre al 31 giugno per 9200 lavoratori diretti, e 4500 dell'appalto. A cui si aggiungono le altre due migliaia in cigs dal 2018 (Ilva in as). Cigs che non viene giustificata, dato che non è accompagnata da un piano di rilancio dell'azienda. Tutt'altro: il decreto prevede un commissario per la reindustrializzazione di un'area di 100 ettari interna al perimetro Ilva. Area che quindi non sarà più utilizzata per il siderurgico. Dove verranno realizzati allora i numerosi forni elettrici e impianti di preridotto di cui tutti continuano ancora a parlare? Non esiste più alcun piano industriale per Ilva, che con questo decreto ha ricevuto l'estrema unzione. Né si potrà salvare mantenendo in preriscaldo l'unico altoforno che era rimasto acceso, dato che a Taranto non ci sono più materie prime. E che per approvvigionare le bramme servirà aspettare il 2027.
Tutte scelte errate, comprese quelle che hanno portato allo spegnimento degli afo, compiute dai commissari straordinari nominati con il commissariamento voluto dal ministro Urso nel 2024. Che l'allora ministro Fitto, è bene ricordarlo, provò a impedire. Ilva con ArcelorMittal stava meglio di oggi, è un dato di fatto. Aldilà di ciò che sostengono gli avvocati di Urso insieme ai sindacalisti e alle ditte che avevano perso potere con il privato. Che la guida del ministro Urso è stata disastrosa lo sa anche Giorgia Meloni, che da qualche mese gli ha tolto il dossier dalle mani. Per questo ha sbagliato il premier in Parlamento a dire "abbiamo lavorato incessantemente per il rilancio della più importante acciaieria d’Europa cercando nuovi acquirenti che fossero affidabili”. Ha più colpa lui di Renzi. La scadenza per la vendita viene rimandata mese dopo mese da due anni: dove sono questi acquirenti? Metteranno 10 miliardi per un nuovo piano industriale a caldo o faranno un centro servizi? Dove, ora che il governo gli hanno tolto persino le aree? E se non lo fanno i nuovi acquirenti, lo farà lo Stato? Quando e con che soldi? Ma soprattutto: con quale guadagno?