Gli choc mondiali fanno meno paura

Democrazie che resistono alle crisi, economie che reagiscono agli imprevisti, AI che sostiene la crescita, petrolio che fa paura fino a un certo punto. Oltre i decimali c’è molto di più. L’Fmi racconta il mondo che non vogliamo vedere   
14 OTT 26
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(Foto Getty)

Il corposo rapporto sulle economie mondiali presentato ieri dal Fondo monetario internazionale (Fmi) sarà destinato a fare notizia per alcuni zero virgola interessanti ma tutto sommato poco rilevanti. La notizia che tutti probabilmente avrete già letto è quella relativa alle revisioni al rialzo del pil italiano, la cui previsione di crescita per il 2026 passa dallo 0,5 per cento allo 0,8 e quella per il 2027 dallo 0,5 allo 0,6, nulla di straordinario. La notizia che però dovrebbe interessare tutti è la ragione per cui nel “World Economic Outlook” del Fondo monetario, nonostante tutti i guai che esistono in giro per il mondo, si trovano così tante previsioni corrette al rialzo.
Le correzioni a volte sono piccole, a volte sono più grandi, altre volte sono più importanti ma fanno parte di un unico grande film che ci ostiniamo a non voler vedere anche quando è lì sotto ai nostri occhi: la capacità sorprendente delle economie mondiali, anche di quelle democratiche, di trovare modi creativi per resistere alle crisi globali con una disinvoltura superiore a ogni previsione. Per tre anni consecutivi, nel 2023, nel 2024 e nel 2025, il Fondo monetario ha sottovalutato la crescita mondiale, che poi è risultata essere superiore alle previsioni formulate un anno prima. Lo ha fatto nonostante tutto quello che sappiamo: le politiche di chiusura commerciale di Trump, la postura americana poco a sostegno delle democrazie, la crescita galoppante dell’inflazione, il ciclo di restrizione monetaria in corso, la presenza di numerose guerre in giro per il mondo che in forme diverse stanno avendo un impatto importante sul sistema energetico mondiale.
La crescita mondiale nel 2026 sarà del 3,1 per cento (migliorata di 0,1 punti rispetto a luglio). La crescita dell’Eurozona sarà dell’1,1 per cento (migliorata di 0,2 punti rispetto a luglio). La crescita degli Stati Uniti sarà del 2,3 per cento nel 2026 (invariata rispetto alle previsioni di aprile) e del 2,3 per cento anche nel 2027 (0,2 punti in più rispetto alle previsioni di aprile). Piccole percentuali, si dirà, ma che indicano una direzione che non dovrebbe lasciare indifferenti: la capacità, del mondo, di reagire agli choc globali non con disinvoltura, le ferite ci sono, ma con una forza difficile da immaginare. (segue a pagina quattro)
Ai dati sulla crescita ne va aggiunto un altro, interessante, che riguarda i numeri inaspettati del commercio. Nonostante gli stretti in guerra, nonostante le tensioni commerciali, nonostante i protezionismi, nonostante le guerre, nonostante i dazi, il commercio mondiale aumenterà, nel 2026, più di quanto crescerà il pil, del 4,6 per cento, con un balzo in avanti superiore di 1,8 punti rispetto alle previsioni di sei mesi fa, ad aprile, quando la crescita del commercio veniva stimata del 2,8 per cento. E tutto questo, nota l’Fmi, non grazie a politiche di reshoring, triangolazione privilegiata delle economie democratiche con i propri simili, ma grazie alla capacità crescente avuta dalle economie di diversificare i propri partner.
Le economie crescono più del previsto, nonostante tutto. Il commercio aumenta più del previsto, nonostante tutto. E anche gli effetti del blocco prolungato dello Stretto di Hormuz hanno pesato sul pil mondiale meno di quanto sarebbe accaduto in assenza di adattamenti. Secondo una simulazione contenuta nel rapporto, senza nuove rotte e senza maggiore flessibilità dell’offerta, il blocco di Hormuz avrebbe sottratto alla crescita mondiale del 2026 circa 0,9 punti percentuali. Grazie alle nuove rotte e all’utilizzo delle scorte, il danno stimato è sceso a 0,4 punti e, considerando anche la minore dipendenza dal petrolio, si è ridotto ulteriormente a 0,3. C’entra la creatività delle economie globali, forse, ma c’entra anche un’altra notizia interessante che emerge dal dossier dell’Fmi: il mondo è meno vulnerabile agli choc petroliferi perché oggi ha bisogno di meno petrolio rispetto al passato per produrre la stessa quantità di ricchezza.
Di conseguenza, la crescita delle grandi economie è meno esposta alle oscillazioni dei prezzi del petrolio rispetto a qualche decennio fa (nello specifico, secondo le simulazioni dell’Fmi, nel 2026 questa minore dipendenza ha ridotto di 0,1 punti il danno alla crescita globale). Come se non bastasse, tra le ragioni che hanno portato l’economia a crescere un po’ più del previsto vi è una leva che tendenzialmente viene descritta come un sintomo di devastazione del mondo: l’intelligenza artificiale, che grazie a investimenti in infrastrutture, semiconduttori e data center ha aiutato l’economia globale a espandersi più del previsto e che potrebbe portare il pil mondiale a un livello superiore dello 0,6 per cento rispetto allo scenario di base entro il 2029 in caso di un’ulteriore accelerazione degli investimenti e della produttività legati all’AI. Il collasso economico che doveva esserci non c’è stato nelle forme che immaginavano.
Il crollo del commercio mondiale non si è verificato, in nessuna delle forme immaginate. La capacità del mondo di reagire alle crisi è aumentata più di quanto le narrazioni catastrofiche potessero lasciare intendere. Il sostegno alle democrazie assediate, come l’Ucraina, ha convissuto con economie europee che non sono entrate in una recessione generalizzata e con mercati del lavoro che in diversi paesi hanno continuato a resistere: nell’Eurozona il Fmi prevede una disoccupazione stabile al 6,3 per cento nel triennio 2025-2027, scendendo in Italia dal 6,1 per cento del 2025 al 5,6 previsto per il 2026, e in Spagna dal 10,5 per cento del 2025 al 9,8 previsto per il 2026.
L’invulnerabilità delle democrazie globali e delle loro economie è tutta da dimostrare. La loro capacità di saper resistere agli choc globali con più disinvoltura rispetto alle previsioni dovrebbe farci riflettere sulla capacità sistematica che hanno le opinioni pubbliche di descrivere un futuro fatto solo di sventure senza credere nemmeno per un momento alla capacità delle economie di fare quello che dimostrano regolarmente di fare: saper governare anche i problemi più complessi con spirito di adattamento, vocazione alla creatività, senso delle innovazioni e un po’ di sana fiducia nel futuro.