Da eurocrati e politici ricette diverse per far crescere l’Europa

La Fondazione Napolitano insieme alla Luiss ha chiamato a raccolta studiosi e protagonisti del pluridecennale cammino europeo in due giorni di dibattito aperto dal presidente Walter Veltroni. Sul tavolo passato e futuro dell'Unione 

 

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(Foto Ansa)

La presidenza irlandese ha presentato la sua proposta di bilancio dell’Unione europea all’insegna del business as usual. E’ vero che porta il quadro finanziario pluriennale a 1.622 miliardi di euro, il 30 per cento in più rispetto al periodo 2021-2027, ma comunque riduce dell’8 per cento le richieste della Commissione, un taglio di 141 miliardi di euro. Al Consiglio europeo della scorsa settimana è cominciato il solito balletto: Germania, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca chiedono risparmi ben più consistenti. Mentre dal Parlamento europeo arriva una bocciatura di segno opposto. Formiche contro cicale, la solita solfa.
Ancor peggio: i tagli riguardano competitività, ricerca e sicurezza, mentre vengono sostanzialmente salvati i fondi per l’agricoltura alla quale è dedicato il 30 per cento del bilancio anche se il settore primario rappresenta solo l’1,2 per cento del prodotto lordo dell’Unione. Competitività, ricerca e sicurezza non sono le priorità indicate anche dal rapporto Draghi? Tutto scontato, tutto come prima, mentre nulla è più come prima quando Donald Trump apre le porte a Vladimir Putin e molla la Ue non solo l’Ucraina. “Difenderemo noi Kyiv per due anni”, proclama Ursula von del Leyen: bene, ma allora quel bilancio va quanto meno rifatto. E non solo il bilancio. E’ il momento di tornare ai fondamentali e rimetterli in discussione. Ma come?
La Fondazione Napolitano insieme alla Luiss ha chiamato a raccolta studiosi e protagonisti del pluridecennale cammino europeo in due giorni di dibattito aperto dal presidente Walter Veltroni. Qualche nome tra gli intervenuti: Paolo Gentiloni, Sylvie Goulard, Giorgio Mulè, Stefano Bonaccini, Raffaele Fitto, Giuliano Amato, Mario Monti, Gaetano Quagliariello, Giovanni Orsina, Sergio Fabbrini, Guido Crosetto. Chi vuole ascoltarlo integralmente può farlo su Radio Radicale, noi abbiamo colto fior da fiore, cominciando proprio dalla più grande novità di questi anni in cui il primato della politica ha fatto irruzione con tutta la sua forza dirompente e ha scompaginato il “metodo funzionalista” che ha segnato la crescita e l’espansione della Ue nella quale l’economia era al primo posto e gli eurocrati avevano occupato la stanza dei bottoni.
Un metodo che aveva ottenuto un indubbio successo: l’euro, sul quale pochi davvero sommettevano. Il paradosso è che la marcia verso l’euro è cominciata subito dopo la caduta del Muro di Berlino e il Trattato di Maastricht è stato approvato nel momento in cui implodeva l’Unione sovietica (la più grande tragedia geopolitica del XX secolo, secondo Putin). Insomma cadevano gli equilibri che avevano tenuto insieme l’Europa del dopoguerra e Bruxelles rispondeva con la moneta. Troppo poco, troppo tardi? E’ un’accusa in parte ingenerosa, perché il sostegno alla unificazione tedesca ha rappresentato una decisione politica di primo livello.
Lo stesso si può dire sulla scelta (negativa) di accettare la separazione manu militari della Jugoslavia (e la secessione unilaterale di Slovenia e Croazia) che ha scatenato le prime guerre sul territorio europeo, guerre feroci con tanto di pulizia etnica se non vogliamo parlare di genocidio. Un tentativo di indossare i panni della politica è stato fatto con la costituzione europea, ma, bocciata con referendum dalla Francia e dall’Olanda, si è stati costretti a ripiegare su meno cogenti regole e regolamenti.
E’ andata meglio con la risposta alla pandemia, in tal caso la Ue ha compiuto una coraggiosa scelta federalista ricorrendo a debito comune per finanziare la NextGenerationEU. E’ stato un picco dal quale si è poi scesi rapidamente, persino troppo, tornando alla vecchia pratica intergovernativa nella quale si è trovata a suo agio la commissione guidata da Ursula von der Leyen. Una pratica che rischia di produrre il massimo della frantumazione tra i singoli paesi e anche all’interno di essi con la travolgente marcia del nazional-populismo.
La Ue è dunque di fronte a una svolta cruciale, colpita dal tracollo del patto transatlantico che le aveva consentito di seguire il proprio percorso protetta dall’ombrello americano, e nello stesso tempo minata alla base dall’onda sovranista. Sulla diagnosi i due giorni di dibattito alla Fondazione Napolitano hanno trovato consenso, non così sulla prognosi. E’ emersa una convergenza sulla necessità di superare il voto all’unanimità che affida un potere di veto anche al più piccolo degli stati membri. Ma qui si cade subito in un circolo vizioso (per superare l’unanimità occorre l’unanimità) che ne innesca altri.
E’ il governo di un paese fondatore come l’Italia a difendere la vecchia governance nel momento stesso in cui vuole rivedere a fondo importanti scelte di politica energetica sapendo che non potrà mai avere su questo l’unanimità. E perché no le geometrie variabili o l’Europa à la carte come viene chiamata, senza rivedere i trattati, usando il sistema delle maggioranze rafforzate (proposta Draghi)? Anche qui non mancano ostacoli e contraddizioni. Sulla difesa si potrebbe andare avanti con chi ci sta, come si è fatto sulla moneta. Ma che succede se non ci sta il paese più preparato degli altri (la Francia nucleare, per esempio, magari governata da Marine Le Pen). C’è in Europa un leader come Helmut Kohl che fu capace di far digerire ai suoi connazionali la rinuncia al marco e la tassa per l’unificazione? Anche in questo caso la parola dagli eurocrati torna ai politici. Ed è tutta un’altra musica.