Meloni chiede flessibilità in Ue per l'inflazione, ma non considera il drenaggio fiscale

Gli 8,3 miliardi di maggiori entrate Irpef nel biennio 2026-2027 possono compensare parte dei costi dell’inflazione. Ma il governo non chiarisce come intende contabilizzarli mentre chiede più margini di spesa a Bruxelles
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Giorgia Meloni - foto via Getty Images

Il fiscal drag offre al governo uno spazio di finanziamento che merita di essere reso esplicito. Per il 2026 e il 2027, si stimano 8,3 miliardi di entrate per lamancata indicizzazione dell’Irpef. Secondo i criteri della Commissione europea, questa componente rientra nelle entrate discrezionali che concorrono al calcolo della spesa netta. La domanda è come venga contabilizzata nelle tabelle di finanza pubblica e per quali finalità il governo intenda utilizzarla. L’inflazione aumenta alcune uscite, ma la mancata indicizzazione dell’Irpef produce anche un effetto favorevole sul calcolo della spesa netta. Considerare soltanto il primo lato, come nella richiesta di flessibilità avanzata da Meloni, lascia fuori una parte rilevante del quadro.
Nel dibattito sul fiscal drag si sovrappongono due domande. La prima riguarda l’effetto dell’inflazione sul prelievo: quanto aumentano le imposte quando i redditi nominali crescono e scaglioni e detrazioni restano fermi? La seconda riguarda il confronto con un sistema fiscale indicizzato: quante entrate trattiene lo stato non adeguando l’imposta ai prezzi? Per la contabilizzazione delle entrate discrezionali nelle regole europee è quest’ultimo aspetto a essere decisivo. La Commissione assume come termine di confronto l’adeguamento annuale degli scaglioni dell’Irpef all’inflazione, anche nei paesi che abitualmente non li indicizzano. La mancata indicizzazione viene così trattata come una misura che accresce le entrate rispetto a quel riferimento. Il criterio, illustrato nel Report on Public Finances in Emu 2024, consente un trattamento coerente fra paesi con regimi di indicizzazione diversi. Ne segue una conseguenza importante. Anche se i salari nominali rimangono invariati, la mancata indicizzazione può essere riconosciuta come un incremento delle entrate discrezionali. Il prelievo non aumenta rispetto all’anno precedente, ma è comunque superiore a quello che si avrebbe adeguando il tributo ai prezzi.
La quantificazione ai fini delle regole europee non richiede quindi di dimostrare un aumento effettivo dei salari pari all’inflazione. Si applica il criterio di indicizzazione alla base fiscale di riferimento, utilizzando la variazione dei prezzi. Il dibattito sull’andamento dei redditi e della pressione fiscale, pur importante per valutare chi abbia sopportato il costo dell’inflazione, non attiene al tema della contabilizzazione del fiscal drag. Per il biennio 2026–2027, le stime sono di 4,7 miliardi nel 2026 e 3,6 nel 2027: 8,3 miliardi in totale. E’ questa la componente di fiscal drag da includere nel tendenziale della spesa netta sulla base delle previsioni aggiornate dei prezzi. Il Dpfp mostra quanto questo criterio possa incidere sull’indicatore. La crescita della spesa netta del 2025 viene rivista dall’1,9 all’1,5 per cento, rispetto a un obiettivo dell’1,3 per cento. Il documento attribuisce la correzione principalmente all’allineamento della quantificazione delle entrate discrezionali ai criteri europei e ne segnala il contributo anche nel 2026.
Il raccordo fra il fiscal drag e gli aggregati resta però poco trasparente. Nella tavola II.1.4 le entrate discrezionali sono pari allo 0,1 per cento del pil nel 2026 e allo 0,2 nel 2027, equivalenti indicativamente a 2,3 e 4,8 miliardi. Sono valori aggregati, che possono includere misure di segno opposto e non coincidono necessariamente con il solo fiscal drag. La differenza richiede una spiegazione. Il fiscal drag riconosciuto come entrata discrezionale può compensare maggiori uscite nel calcolo della spesa netta e contribuire ad assorbire gli effetti dell’inflazione senza modificare il percorso concordato con l’Europa. Gli 8,3 miliardi non costituiscono però automaticamente uno spazio aggiuntivo: se sono già conteggiati nel tendenziale, il loro contributo è già incluso nell’indicatore.
La domanda politica è come questo contributo viene usato. Se il governo trattiene il fiscal drag per finanziare le uscite, deve considerarlo quando quantifica gli oneri dell’inflazione per i quali chiede flessibilità. L’eventuale maggiore spesa scoperta va calcolata al netto di tale compensazione, senza conteggiare due volte le stesse risorse. Se invece il governo decidesse di restituire il fiscal drag ai contribuenti, rinuncerebbe al suo contributo al finanziamento della spesa. La richiesta di flessibilità avrebbe allora una motivazione più chiara: sostenere le maggiori uscite senza scaricarne il costo sui contribuenti Irpef. Trattenere il fiscal drag e presentare l’inflazione soltanto come un aggravio per i conti pubblici significa offrire una rappresentazione incompleta della situazione.