Le preoccupazioni di Upb, Istat e Bankitalia su deficit e uscita dalla procedura d’infrazione

Per effetto dell’aumento delle spese con quanto consentito dalla Clausola di salvaguardia nazionale, il disavanzo salirà al 3,4% nel 2027, interrompendo così la discesa del deficit cominciata nel 2021
13 OTT 26
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Ieri la Banca d’Italia (BdI), l’Istat e l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) sono stati ascoltati in audizione, davanti alle commissioni Bilancio del Senato e della Camera, per esprimere i loro pareri sul Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) 2026, il testo attraverso cui il governo fornisce il quadro macroeconomico e finanziario entro cui preparare la nuova legge di Bilancio. Approvato dall’esecutivo il 2 ottobre, oggi sarà all’esame in Parlamento insieme allo scostamento per le maggiori spese per la Difesa e per la sicurezza energetica, circa 29 miliardi nel 2027 e 2028. A riguardo, le tre istituzioni indipendenti hanno sottolineato che l’anno prossimo, per effetto dell’aumento delle spese in coerenza con quanto consentito dalla Clausola di salvaguardia nazionale, il disavanzo salirà al 3,4 per cento, interrompendo così la discesa del deficit cominciata nel 2021. Ma, al netto di queste spese consentite dalla Clausola, il deficit è previsto sotto il limite del 3 per cento. Quest’anno dovrebbe attestarsi al 2,9 per cento; stima ritenuta credibile sia da Bankitalia che dall’Upb. Ma il margine rispetto ai limiti delle procedure europee è comunque stretto: un decimale. La presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, ha avvertito il governo: “Anche scostamenti di entità limitata nella parte finale del 2026 potrebbero compromettere l’uscita dalla procedura”, un film che il governo ha già visto con il 3,1 per cento relativo al 2025. .
La Banca d’Italia ha riconosciuto che le nuove risorse possono ridurre le dipendenze strategiche del paese, notando però che il finanziamento in deficit rallenterebbe la riduzione del rapporto debito-pil. La spesa per interessi, spinta anche dal rifinanziamento a tassi più alti, è destinata ad aumentare nei prossimi anni, nonostante la lunga durata dei titoli ne attenui l’impatto iniziale. Ma già quest’anno il costo del debito è previsto salire dell’11,2 per cento rispetto all’anno scorso, da 87,2 miliardi a 96,9 miliardi (il 4,2 per cento del pil). Nel 2027 dovrebbe aumentare fino a circa 103,7 miliardi totali e nel 2028 dovrebbe raggiungere circa il 4,6 per cento del pil, ovvero 112,3 miliardi. Non a caso Palazzo Koch ha ricordato che per un paese così indebitato conta soprattutto la crescita, e quindi la qualità della spesa, ricordando che le risorse aggiuntive aiuteranno la produttività se saranno investite e non usate per la spesa corrente, accennando poi alla possibilità di progetti ad alto rendimento e ad alto rischio che i privati potrebbero non sostenere. Inoltre, l’Upb ha notato che nel 2027, escluse le spese coperte dalla clausola di salvaguardia, il Dpfp prevede l’utilizzo di tutto l’aumento consentito dalle regole europee, senza lasciare spazio per nuove misure, che andranno eventualmente coperte con nuovi tagli o maggiori entrate.
Una delle principali criticità emerge però al termine della flessibilità, dopo il 2028. Il governo programma una forte correzione dei conti nel 2029, necessaria a consolidare il calo del debito. La spesa per la Difesa riguarda anche il personale e i programmi pluriennali, ma il Dpfp non dice se nel 2029 l’aumento sarà compensato altrove o no. L’Upb, a riguardo, ha chiesto che la legge di Bilancio chiarisca quali impegni proseguiranno e come saranno finanziati. Sulla crescita l’Upb ha validato le stime del governo che vedono il pil in aumento dell’1 per cento quest’anno e dello 0,8 nel 2027, un quadro ritenuto “coerente” anche da Bankitalia. Per quanto riguarda invece il 2028 e il 2029, rispettivamente +0,9 e + 0,8, l’Upb ha definito le stime ottimistiche, calcolando invece un aumento del pil dello 0,7 nel 2028 e dello 0,6 nel 2029, anche a causa della fine della spinta del Pnrr.
L’Istat ha posto l’accento sul rincaro energetico: rispetto allo scenario di riferimento, un aumento dei tassi di 50 punti base nel 2027 e nel 2028, una maggiore incertezza e un calo più lento dei prezzi di petrolio e gas farebbero perdere 0,2 punti percentuali di crescita nel 2027, e 0,4 punti nel 2028.
L’Upb ha calcolato che i salari reali restano ancora circa 9 punti percentuali sotto il 2020. Per l’Istat il recupero si è fermato nel secondo trimestre del 2026 e per quest’anno prevede che le retribuzioni contrattuali, in assenza di ulteriori rinnovi, crescano del 2,5 per cento contro un’inflazione già acquisita del 3. Il presidente dell’istituto, Francesco Maria Chelli, ha invece notato il buon andamento del turismo, dato che nel 2025 l’Italia è diventata il primo paese dell’Ue per presenze (535,5 milioni), davanti alla Spagna (nel 2019 era quarta).