Il Nobel a Hall e Woodford ricuce la frattura tra micro e macroeconomia

I due vincitori hanno contribuito a colmare una frattura che per decenni ha attraversato la disciplina: quella tra microeconomia, che studia le scelte di individui e imprese, e la macroeconomia, che si occupa dei grandi aggregati, da reddito nazionali all'inflazione   

12 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 18:18
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Il Nobel per l’Economia 2026, assegnato a Robert E. Hall (Stanford) e Michael Woodford (Columbia University) per i loro contributi ai fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica, è insieme in linea con i tempi e controcorrente.
I premiati non potrebbero essere più diversi. “Woodford è un costruttore di cattedrali, che tira su pietra dopo pietra. Hall è una farfalla intellettuale, sempre alla ricerca di nuovi angoli”, ha scritto Olivier Blanchard. Il primo ha costruito un sistema teorico imponente; il secondo ha prodotto intuizioni capaci di cambiare il modo in cui gli economisti guardano a problemi specifici. Eppure entrambi hanno contribuito a colmare una frattura che per decenni ha attraversato la disciplina: quella tra la microeconomia, che studia le scelte di individui e imprese, e la macroeconomia, che si occupa dei grandi aggregati, dal reddito nazionale all’inflazione.
Negli anni Settanta, i modelli macroeconomici faticavano a spiegare fenomeni come la stagflazione. Non bastava osservare le relazioni statistiche tra le variabili: occorreva capire come si formassero le aspettative e come gli agenti reagissero alle decisioni dei governi e delle Banche centrali.
Hall, il più anziano dei due, si è occupato anzitutto di consumi. Partiva da due idee: quella di Milton Friedman, secondo cui le famiglie decidono quanto spendere sulla base del reddito permanente, cioè delle risorse che si aspettano di avere nel tempo, e quella delle aspettative razionali, sviluppata da Robert Lucas e altri. Hall le mise insieme: se i consumatori utilizzano tutte le informazioni disponibili, i cambiamenti prevedibili del reddito dovrebbero essere già incorporati nelle loro scelte. I consumi, quindi, dovrebbero cambiare solo quando arriva una notizia inattesa. Immaginiamo di sapere che a gennaio riceveremo un aumento di stipendio. Possiamo cominciare a spendere di più già oggi. Quando l’aumento arriverà davvero, non ci sarà ragione di cambiare ancora le nostre abitudini. I consumi seguono una sorta di “passeggiata casuale”: il loro andamento futuro dipende soprattutto dalle nuove informazioni che via via riceviamo. Hall si è occupato di molti altri temi ed è anche coautore, con Alvin Rabushka, di una proposta di flat tax che ha ispirato riforme fiscali in diversi paesi.
Woodford, una dozzina d’anni più giovane, ha scritto la bibbia moderna della politica monetaria, “Interest and Prices”, pubblicato nel 2003, il cui titolo richiama l’opera di Knut Wicksell (1898). Il libro offre un quadro teorico rigoroso per comprendere come le Banche centrali influenzino l’economia attraverso i tassi d’interesse, le aspettative e la comunicazione delle proprie decisioni. Il punto di partenza è che conta non soltanto il livello dei tassi, ma anche il loro rapporto con il tasso d’interesse “naturale”, compatibile con un’economia in equilibrio senza pressioni inflazionistiche. Se il tasso deciso dalla Banca centrale è inferiore, il credito tende a diventare più conveniente e la domanda è stimolata; se è superiore, accade il contrario. Ma gli effetti dipendono anche da come famiglie e imprese si aspettano che evolveranno prezzi e tassi.
Qui entrano in gioco le rigidità dei prezzi. Le imprese non possono o non vogliono modificarli continuamente: li fissano anche sulla base di ciò che prevedono accadrà in futuro. Se le condizioni cambiano, i prezzi possono aggiustarsi lentamente, mentre produzione e occupazione reagiscono subito. Anche l’output gap, la distanza tra prodotto effettivo e potenziale, aiuta a leggere queste dinamiche: uno choc, come un rincaro inatteso dell’energia, può modificare la capacità produttiva dell’economia e complicare il compito della Banca centrale.
Una conseguenza è che la Banca centrale dovrebbe spiegare anche come intende reagire agli sviluppi futuri, così da orientare le aspettative. E’ la cosiddetta forward guidance, divenuta uno strumento importante soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008. Ma proprio qui emerge il paradosso del Nobel. Dopo la pandemia, molte Banche centrali, tra cui Bce e Fed, hanno cambiato strada, scegliendo di non condizionare eccessivamente le aspettative dei mercati privandosi così della libertà di reagire a nuove informazioni.
I risultati di Hall e Woodford sono discutibili, come ogni teoria economica; il metodo che li ha resi possibili lo è molto meno. La macroeconomia non può limitarsi a trattare l’economia come una scatola nera, cercando correlazioni tra grandi aggregati. Deve partire dalle decisioni di chi consuma, investe, produce e fissa i prezzi. E’ questo il ponte che i due Nobel hanno contribuito a costruire.