Economia
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Immigrazione qualificata e lavoro: il conto salato delle politiche anti-talenti
Stati Uniti, Regno Unito e Australia alzano barriere contro i lavoratori stranieri qualificati, ma gli studi sul caso americano mostrano l’effetto opposto: meno visti non crea più posti per i lavoratori locali, sposta ricerca e investimenti all’estero e frena l’innovazione
9 OTT 26

Foto via Getty Images
Il 19 settembre 2025 il presidente Trump ha firmato un provvedimento che impone un incremento significativo della tassa per ogni nuova petizione H-1B, innalzandola a 100 mila dollari. L’H-1B è il permesso di soggiorno che negli Stati Uniti consente ai datori di lavoro di assumere temporaneamente lavoratori stranieri altamente qualificati. La misura è stata motivata esplicitamente con l’obiettivo di spingere le aziende ad “addestrare americani” invece di assumere personale straniero. Un giudice federale l’ha bloccata nel giugno 2026, ma l’Amministrazione ha subito riproposto una versione quasi identica, da 103.265 dollari, sottoposta a consultazione pubblica aperta il 25 agosto scorso con una durata di 30 giorni. La consultazione si è chiusa e il Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti (Department of Homeland Security, DHS) dovrà adesso esaminare i commenti e pubblicare una norma definitiva.
Sull’altra sponda dell’Atlantico, il Regno Unito ha imboccato la stessa strada: ha alzato la soglia salariale minima per la Skilled Worker Visa, il principale canale d’ingresso per i professionisti stranieri qualificati. Con il White paper sull’immigrazione del 12 maggio 2025 e le modifiche entrate in vigore il 22 luglio, la soglia è quasi raddoppiata, da 26.200 a 41.700 sterline l’anno. L’obiettivo dichiarato, anche in questo caso, è limitare l’accesso al mercato del lavoro agli stranieri per favorire le assunzioni dei cittadini britannici. Di recente anche l’Australia si è aggiunta agli altri due paesi anglofoni, con nuove restrizioni sui visti per lavoratori qualificati pensate per riportare l’immigrazione netta nel 2026-27.
Tre paesi, tre governi, la stessa scommessa: rendere più difficile e costosa la possibilità, per le aziende, di assumere ingegneri, ricercatori e informatici stranieri per occupazioni altamente specializzate. Ma questa scommessa paga davvero in termini di occupazione nazionale? E, trattandosi per definizione di lavoratori altamente qualificati, quali effetti produce sull’innovazione?
Per capire davvero la portata del fenomeno è utile guardare agli effetti di un precedente storico su cui esiste ormai una letteratura consolidata: la decisione di tagliare di due terzi i visti H-1B presa dal governo americano nel 2004. Fu una scelta improvvisa, non anticipata dalle imprese, pensata esplicitamente per proteggere il mercato del lavoro interno. Ricercatori autorevoli ci dicono che l’obiettivo non fu raggiunto.
Lo studio di Nayak, Moreira e Mudambi, pubblicato nel 2025 sul Journal of International Business Studies, analizza un campione di 707 multinazionali statunitensi e 371.856 brevetti. Gli autori dimostrano che il taglio dei visti H-1B del 2004 ha spinto le aziende a incrementare del 4,7 per cento la dispersione geografica dei gruppi di ricerca verso le filiali estere. La conseguenza è stata un calo del 4,15 per cento nella produzione complessiva di brevetti e una riduzione del 5,32 per cento nella novità tecnologica dei progetti portati a termine. Sulla stessa linea si colloca lo studio di Britta Glennon, pubblicato su Management Science: quando un’impresa multinazionale vince meno visti del previsto alla lotteria H-1B, buona parte della mancata crescita occupazionale si sposta verso le filiali estere, mentre l’occupazione domestica di lavoratori nativi resta invariata. La reazione delle imprese alle restrizioni, insomma, non è assumere in loco: è invece quella di rilocalizzare.
Nel loro insieme, questi risultati indicano che la riduzione dei visti H-1B nel 2004 ha provocato un calo dell’occupazione di lavoratori stranieri altamente qualificati senza generare, in cambio, alcun aumento delle assunzioni di lavoratori nativi. Le analisi dimostrano che personale statunitense e personale straniero operano come fattori complementari, non sostituibili l’uno con l’altro. Il tetto ai visti si rivela così un limite alla crescita e alla capacità di innovare delle imprese, più che una misura di protezione per l’occupazione locale.
A conferma di questo quadro, in una serie di lavori apparsi sul Journal of Labor Economics, gli economisti Kerr e Lincoln analizzano le riforme dei visti H-1B tra il 1995 e il 2006. Dimostrano che il tasso di innovazione complessivo cresce con livelli più alti di ammissioni dall’estero, grazie al contributo diretto degli inventori stranieri, mentre l’effetto sui brevetti dei lavoratori nativi è nullo o solo debolmente positivo. Nessun “effetto spiazzamento”, quindi, da compensare. L’immigrazione qualificata, concludono gli autori, espande l’innovazione complessiva dell’impresa con un impatto limitato sulle caratteristiche dei brevetti già depositati. Non si tratta, quindi, di una innovazione “diversa” che sostituisce quella locale, ma di innovazione “aggiuntiva” che migliora le performance dell’intera azienda.
In conclusione, se un paese rende più difficile l’accesso ai propri laboratori a ricercatori stranieri altamente qualificati, non sta proteggendo i propri lavoratori: sta regalando ai concorrenti la parte più preziosa della propria capacità di innovare. I dati ci raccontano che chiudere le porte all’immigrazione qualificata non riporta a casa i posti di lavoro che si volevano proteggere. Li sposta altrove, insieme ai brevetti, ai ricavi e alla crescita che quei posti avrebbero generato. Usare i tetti ai visti, quindi, significa scambiare un problema strutturale, il divario tra domanda e offerta di competenze avanzate, con una misura che ne aggrava solo la componente più mobile: quella cioè della ricerca e dello sviluppo, capace di rilocalizzarsi altrove e in breve tempo.
Per un paese come l’Italia, che non si distingue per la capacità di attrarre flussi di immigrazione qualificata la lezione è duplice. Primo, qualunque irrigidimento delle nostre politiche di ingresso per personale scientifico e tecnico straniero rischierebbe di produrre, su scala ridotta, lo stesso effetto boomerang documentato per il caso americano: meno ricerca svolta in patria, non più occupazione per i laureati italiani. Secondo, ogni restrizione imposta dai grandi hub tecnologici globali libera temporaneamente talenti e capitali di ricerca che potrebbero essere intercettati da chi offre condizioni di ingresso più favorevoli. Un’opportunità questa che, però, richiede infrastrutture normative e fiscali competitive, oggi in gran parte assenti nel nostro paese.
In un momento in cui la competizione globale per i talenti si sta inasprendo proprio a causa delle politiche restrittive altrui, la vera scelta strategica per un paese di medie dimensioni non è se chiudere le porte, ma quanto velocemente saperle aprire e farlo meglio degli altri.