Con la crisi demografica, l’immigrazione non basta. Bisogna attivare gli italiani

Con il tasso più alto fra i grandi paesi dell’Ue, gli inattivi italiani di età compresa tra i 15 e i 64 anni sono 12,4 milioni, pari al 33,3 per cento della popolazione di quella età. Ecco perchè serve riportarli nel circuito dei servizi all’impiego
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Sui temi del lavoro, siamo esterofili. Nella legislatura corta 2006-2008, il modello di riferimento era la flexicurity danese. Ai tempi del Jobs Act renziano del 2015, i modelli di riferimento erano due: quello olandese e quello tedesco dell’agenzia federale “Bundesagentur für Arbeit. Ora il riferimento è la Spagna che sta facendo una regolarizzazione straordinaria di stranieri con più del doppio di domande presentate (1.174.978) rispetto al numero inizialmente stimato dal Governo (500.000).
Certo, la mancanza di lavoratori chiamata dalla letteratura di settore scarcity o labour shortage è un problema anche italiano. Secondo il rapporto Cnel-Unioncamere, nel primo semestre 2026 la difficoltà di reperimento di lavoratori ha riguardato il 44,8 per cento delle entrate programmate. Più che per disallineamento di competenze, quasi due terzi dei casi dipendono dall’assenza di candidati e ha precisa radice demografica. Secondo l’Istat, nel 2025 i nati sono stati 355 mila, 1,14 figli per donna: 50 mila in meno rispetto al 2020, 210 mila in meno del picco del 2009. La popolazione fra i 15 e i 64 anni è scesa a 37,3 milioni, con una perdita di 73 mila persone in un solo anno. Le ultime previsioni dello stesso Istat prospettano quasi 7 milioni di persone in età da lavoro in meno entro il 2050.
Non solo per l’ultima moda iberica, la tesi è che dovremmo ricorrere a più immigrati per compensare la perdita di forza lavoro, dovuta al combinato disposto di sempre meno nascite e progressivo aumento degli over 65 rispetto agli under 15. Più precisamente, per tenere costante la popolazione fra i 20 e i 64 anni, in linea con lo studio dell’Onu di inizio millennio sulla migrazione sostitutiva, nel 2019 Demographic Research ha stimato che all’Italia servirebbero 392 mila ingressi netti l’anno fino al 2060 e addirittura 1,7 milioni l’anno per tenere fermo anche il rapporto fra attivi e anziani, quasi sei volte il saldo migratorio del 2025, che è stato di 296 mila.
Al difficile dato quantitativo, si aggiunge il problema che i flussi di immigrati non sono quelli richiesti dal mercato del lavoro: sempre secondo l’Istat i nuovi permessi per lavoro a cittadini extracomunitari rilasciati nel 2023 sono stati l’11,8 per cento del totale, a fronte del 39 per cento per ricongiungimento familiare e del 32 per cento per protezione internazionale. Allo stesso tempo, la fecondità delle donne straniere è scesa da 2,37 figli nel 2012 a 1,79 nel 2024, allineandosi in una generazione alla denatalità nazionale. Infine, secondo il rapporto Inps del 2026 fra gli extracomunitari del settore privato il turnover annuo supera il 50 per cento contro circa un terzo dei nati in Italia. Insomma, l’immigrazione sostiene la base della piramide della popolazione, ma non ne inverte la tendenza a trasformarsi in rombo.
Invece, la soluzione può essere la riserva di capitale umano già presente in Italia visibile alle statistiche anche se non in cerca lavoro: con il tasso più alto fra i grandi paesi dell’Unione europea, gli inattivi italiani di età compresa tra i 15 e i 64 anni sono 12,4 milioni, pari al 33,3 per cento della popolazione di quella età.
Attivare questa riserva è il compito di cui si devono incaricare le politiche del lavoro da differenziare per platee. Riportare nel circuito dei servizi all’impiego più di due milioni di donne inattive significherebbe portare l’occupazione femminile dal 54 per cento verso il 67 per cento della media europea di Eurostat. Seppure scesi di oltre dodici punti dal 25,7 per cento del 2015 al 13,3 per cento del 2025, i giovani italiani che non studiano e non lavorano restano fra i primi quattro posti dell’Unione. Del resto, nel suo piano d’azione sulle carenze di manodopera del marzo 2024, la stessa Commissione europea elenca l’attivazione degli inattivi per prima fra le cinque leve individuate. L’immigrazione da paesi terzi è l’ultima. Le altre tre sono: competenze, formazione e istruzione; condizioni di lavoro in alcuni settori; mobilità equa all’interno dell’Unione europea.