La Procura generale boccia la Corte d’Appello su Ilva: no alla chiusura dell’area a caldo

In vista dell'udienza del 20 ottobre il Pg della Cassazione contesta la Corte milanese: “L’obbligo di sospensione presuppone che pericoli ‘gravi e rilevanti’ per l’ambiente e la salute umana siano stati individuati”, ma “la Corte d’appello li ha invece desunti da dati epidemiologici relativi a periodi ampiamente pregressi”
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Taranto. “Fermare la produzione Ilva senza aver dimostrato l’esistenza di un pericolo concreto e attuale per la comunità ionica può costituire quello che le società hanno definito danno irreversibile”. A dirlo non è il governo, o i sindacati, ma i sostituti procuratori generali Giuseppe Fichera e Stanislao De Matteis, il procuratore generale aggiunto Giulio Romano e l’avvocato generale Luigi Birritteri, nel parere consegnato dalla Procura generale in vista dell’udienza di Cassazione che il 20 ottobre dovrà decidere la legittimità dell’ordinanza con cui la Corte di appello di Milano ha chiesto la sospensione dell’area a caldo dell’Ilva.
La sentenza della Cassazione è stata anticipata “in ragione degli interessi coinvolti dalla controversia, incidenti su diritti fondamentali – recita il provvedimento di fissazione dell’udienza – e della portata della pronuncia impugnata”. I giudici meneghini hanno accolto la richiesta dell’associazione “Genitori tarantini” imponendo il fermo della produzione entro il 25 ottobre principalmente per due ragioni: la presenza di 2 tonnellate di amianto in fabbrica e la mancanza di limiti emissivi per le polveri sottili. Ma ora il Pg della Cassazione contesta la Corte milanese: “L’obbligo di sospensione presuppone che pericoli ‘gravi e rilevanti’ per l’ambiente e la salute umana siano stati individuati”, ma “la Corte d’appello li ha invece desunti da dati epidemiologici relativi a periodi ampiamente pregressi, dalla mera esistenza di prescrizioni di monitoraggio e da uno scenario produttivo non attuale”. Affermare il contrario significherebbe rendere nulli gli adeguamenti fatti da ArcelorMittal come imposti dalle Bat (migliori soluzioni disponibili).
Riguardo alla presenza di amianto, sigillato negli altoforni, secondo la procura la Corte d’appello non ha accertato che nel corso del ciclo produttivo si verifichi o possa verificarsi un’emissione di fibre verso l’ambiente esterno. Ha quindi dedotto una pericolosità della sostanza puramente "in astratto”. Quanto alle emissioni, secondo la Pg “ha errato la Corte di merito nell’utilizzare i rapporti di Vds redatti fino al 2023, attribuendo una valenza chiaramente ‘predittiva’, come se, dall’esame dello stato di salute complessivo della popolazione interessata registrato negli anni che vanno dal 2017 al 2023, potesse ricavarsi una sicura prognosi circa l’esistenza di un pericolo ‘grave e rilevante’ per la salute pubblica nell’anno 2026. Senza tenere conto, invece, che a partire dal 30 gennaio 2025 non sono più necessarie le Valutazioni di danno sanitario, ma solo la Valutazione di impatto sanitario fatta dalla stessa Ilva con il parere dell’Istituto superiore di sanità”. Per anni una parte della politica, a partire dal vicepresidente M5s Mario Turco, si è battuta per avere la Vis, e ora che c’è (e accerta che l’impatto sanitario è accettabile) non ne tiene conto. Per il Pg, la Corte ha poi “ritenuto irrilevante il rispetto degli standard di qualità dell’aria fissati ex lege e ha imposto l’introduzione di limiti ulteriori senza individuare né la norma che li imporrebbe, né il parametro alla stregua del quale determinarli”. Come se un vigile ti dicesse che devi ridurre la velocità, ma non ti dicesse fino a quanto.
Aldilà dei tecnicismi, il parere della Procura generale rivela una cosa più importante. Che era possibile mettere in discussione il decreto della Corte di appello di Milano. E a farlo è la stessa magistratura. Mentre avrebbero dovuto farlo governo, politica, sindacati e industriali. Nel 2012, quando il gip sequestrò l’area a caldo, bloccarono la città. Da lì nacquero i decreti che, fissando Ilva sito di interesse strategico nazionale, imposero la facoltà d’uso dell’area a caldo anche in presenza di sequestri. Quei sigilli, da 14 anni, non sono mai stati tolti. Ma l’area a caldo ha sempre continuato a funzionare. Fino a quando i commissari straordinari voluti dal governo Meloni, ancora prima di qualunque sentenza, li hanno portati a spegnimento (Ilva non produce ghisa da dicembre, e il minerale ha smesso di arrivare ad agosto). Il governo poteva fare un decreto per superare l’ordinanza di Milano in attesa della Cassazione. Ma lo fa solo per estendere la cassa integrazione straordinaria a tutti i dipendenti, dando la colpa alla Corte d’appello. La Cassazione deve ancora decidere, ma Ilva è già spenta.