Senza un piano compatibile con la salute, la fermata dell’ultimo altoforno Ilva diventerà una chiusura di fatto

Il prossimo passaggio è il 20 ottobre, quando le Sezioni Unite della Cassazione esamineranno il ricorso dei commissari. Intanto la fabbrica si ferma da sola. Il minerale è finito, perché dopo il 27 luglio non è stato più ordinato, e ricomprarlo richiederebbe nuove risorse e settimane di navigazione 
6 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 13:07
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Lo stabilimento Ilva a Taranto (Ansa).

Quando si legge “ex Ilva” si gira pagina. Succede da quattordici anni e si capisce. Questa volta conviene fermarsi. Oggi, 5 ottobre, la Corte d’Appello di Milano ha respinto anche la seconda istanza di sospensiva presentata da Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Resta in piedi il decreto del 27 luglio che ordina lo stop dell’area a caldo di Taranto, cioè degli impianti che producono l’acciaio primario, entro fine ottobre. Nelle undici pagine dell’ordinanza i giudici scrivono che, anche a costo dello spegnimento degli altiforni, “la tutela del diritto alla salute risulti comunque prevalente”, richiamando l’articolo 41 della Costituzione. Con lo spegnimento di quegli impianti l’Italia smette di produrre acciaio da ciclo integrale, circa 2.500 lavoratori dell’indotto rischiano il posto e la gara per la vendita arriva alle offerte finali il 15 ottobre, senza che nessuno sappia che cosa resterà da vendere.
Il prossimo passaggio è il 20 ottobre, quando le Sezioni Unite della Cassazione esamineranno il ricorso dei commissari. Intanto la fabbrica si ferma da sola. Il minerale è finito, perché dopo il 27 luglio non è stato più ordinato, e ricomprarlo richiederebbe nuove risorse e settimane di navigazione. Si prova a utilizzare bramme che arrivano da fuori. L’altoforno 2, l’ultimo rimasto in marcia, sta entrando in preriscaldo. Lo stesso governo, all’ultimo incontro con i sindacati, ha definito lo spegnimento “inevitabile”. Mercoledì li riconvoca a Palazzo Chigi.
Che cosa vuol dire preriscaldo
Il preriscaldo è una fermata in conservazione. L’altoforno smette di produrre ghisa ma resta caldo, così da poter ripartire. A Taranto la procedura è partita il 16 settembre. Nella carica che entra dall’alto si riduce il minerale e si aumenta il coke, fino a caricare solo coke. Quando questi strati arrivano nella parte bassa del forno, la zona delle tubiere e il crogiolo si riempiono di coke incandescente, che conserva il calore. Con le ultime colate si spillano ghisa e scoria liquide e si svuota il più possibile il crogiolo. Poi il vento caldo soffiato dalle tubiere viene ridotto al minimo. Senza minerale non si forma ghisa, e tra le 12 e le 36 ore l’impianto smette del tutto di produrre. In marcia normale la fiamma davanti alle tubiere supera i due mila gradi e la ghisa esce dal crogiolo intorno ai millecinquecento. In preriscaldo quel calore si rinnova appena e il forno si raffredda lentamente. L’acqua di raffreddamento continua a circolare e il crogiolo va sorvegliato giorno e notte. Il gas d’altoforno, ricco di monossido di carbonio, va gestito in sicurezza.
Il preriscaldo è reversibile, ma per poche settimane. Ogni giorno il forno perde calore e consuma coke. Se il crogiolo si raffredda troppo, ghisa e scoria residue solidificano e la ripartenza diventa lunga e costosa, con lance a ossigeno per riaprire il foro di colata. Ogni sbalzo termico danneggia i refrattari (i mattoni che rivestono il forno), come è già accaduto all’altoforno 2. Per ripartire si inverte la sequenza, meno coke e più minerale, con il vento caldo reintrodotto a poco a poco. Servono poi giorni prima che la ghisa torni regolare. Anche le cokerie non si spengono con un interruttore. I mattoni di silice delle batterie sotto i 600 gradi circa si fessurano, e per conservarle bisogna tenerle calde con il gas anche quando non producono.
Per lo spegnimento definitivo si svuota il forno dalla carica, si spilla la salamandra, cioè la ghisa rimasta sul fondo del crogiolo, e servono una ventina di giorni perché l’impianto si raffreddi. Da lì in genere si riparte solo rifacendo il forno, come accadde all’altoforno 1, fermato nel 2012 e riacceso nel 2013. Il preriscaldo serve a guadagnare qualche settimana. Senza un piano per ripartire a condizioni compatibili con la salute, ogni settimana in conservazione renderà la riaccensione più costosa, fino a renderla antieconomica, e la fermata tecnica diventerà una chiusura di fatto che nessuno ha deciso.
Azione inibitoria collettiva
Dal sequestro del luglio 2012 la questione resta aperta. In quattordici anni la nostra Repubblica non è riuscita a rendere la tutela della salute compatibile con la produzione di acciaio, e al posto della responsabilità ha messo lo scaricabarile. Siamo in emergenza, dicono. Ma un’emergenza che dura quattordici anni va chiamata con un altro nome.
Il procedimento nasce da un’iniziativa civile promossa nel 2021 da undici cittadini, fra cui un minore, con il sostegno dell’associazione Genitori tarantini. E’ un’azione inibitoria collettiva, spesso confusa con la class action risarcitoria, che chiede di fermare le attività dannose per la salute. Non è un nuovo sequestro penale. I cittadini hanno portato davanti al giudice civile una domanda di tutela rimasta senza risposta adeguata. La politica dovrebbe interrogarsi anche su questo.
Cosa si ferma davvero
Con il fermo dell’area a caldo Taranto perde la produzione primaria. Senza ghisa si fermano anche convertitori e colate continue, che producono le bramme per i laminatoi. La laminazione può continuare con bramme prodotte altrove, e una commessa Marcegaglia tra 200 e 240 mila tonnellate in conto lavorazione garantisce una continuità parziale. Ma il problema è strutturale. Chi garantirà nel tempo quantità, qualità e prezzi delle bramme compatibili con la competitività dei laminatoi, anche per Genova e Novi Ligure? Non è chiaro come si terrà unito il gruppo mentre si spezza la sua integrazione verticale storica.
Nell’indotto i licenziamenti collettivi per circa 2.500 lavoratori sono sospesi, su richiesta del governo, almeno fino alla Cassazione. Ai diretti che da anni ruotano tra fabbrica e cassa integrazione si aggiunge un pezzo di città più fragile, senza le stesse tutele. Il governo ha promesso una cassa integrazione diversa da quella per cessazione, estesa all’indotto, ma il decreto è stato rinviato in attesa della Cassazione.
Poi c’è la vendita. In campo ci sono Jindal e il fondo americano Flacks, oltre alla cordata di quattordici imprese riunite da Federacciai, interessata a laminazione e finitura. La cordata italiana lascia fuori l’area a caldo, cioè la parte più difficile. Il governo apre a una partecipazione pubblica “se c’è un piano industriale solido e credibile”. Dopo l’ingresso di Invitalia nel 2021 e il commissariamento, sentire lo stato chiedere a qualcun altro un piano credibile fa un certo effetto.
Le decisioni che dipendevano da noi
La presidente del Consiglio ha detto che si lavora “con decisioni che non dipendono da noi”, come diceva Luigi Di Maio da ministro nel 2018. Il ministro Adolfo Urso ha parlato di “un labirinto che la magistratura ha creato intorno a questa azienda”. La decisione dei giudici è autonoma, le scelte industriali dipendono dalla politica. Dipendeva dal governo, e dai predecessori oggi all’opposizione, non trattare la decarbonizzazione come uno slogan. Dipendeva dal governo negoziare energia a prezzi da siderurgia e dare ai commissari il compito di rilanciare la fabbrica, oltre che di amministrarla. I giudici hanno fatto il loro mestiere perché la politica, nazionale e locale, non ha fatto il suo.
Un altro decreto?
Dal 2012 l’ex Ilva è andata avanti a colpi di decreti salva Ilva, deroghe e proroghe. Il 23 settembre il Senato ha convertito il decreto 133, che assegna altri 100,5 milioni di euro per la continuità produttiva di una fabbrica che nel frattempo si spegne. I margini per ripetere l’operazione sono stretti. Nel 2024, nella causa C-626/22, la Corte di giustizia Ue ha chiarito che in presenza di pericoli gravi per ambiente e salute i termini per gli adeguamenti non possono essere prorogati ripetutamente e l’attività va sospesa. La Corte costituzionale si era mossa nella stessa direzione nel 2018 e, nel caso Priolo, nel 2024. La legge speciale per Taranto chiesta dalla regione e dal comune andrà giudicata sui contenuti. Se si limita a spostare i termini, è l’ennesimo salva Ilva. Una legge che finanzi bonifiche, transizione, formazione, ricollocazione e nuovi insediamenti potrebbe invece dare garanzie anche agli investitori. Intanto il M5s, che nel 2019 tolse lo scudo penale offrendo ad ArcelorMittal il pretesto per andarsene, propone fino a 150 mila euro a ogni lavoratore che si dimette. Oggi anche Electrolux ha proposto lo stesso strumento. Del resto Stellantis dal 2021 ha ridotto l’occupazione di 13 mila persone. Che la manifattura si riduca a un francobollo, a chi importa?
Salute o lavoro, il falso dilemma
Il dilemma salute o lavoro è un falso da vent’anni. Si scioglie solo con un piano industriale che contenga le scelte ambientali e dica quale tecnologia, quale mix tra ciclo integrale e nuovi impianti, quali tempi, quale energia e a quale prezzo. Il senatore Mario Turco ripete che nel 2022 era tutto pronto per il forno elettrico. Non è così. Il miliardo del Pnrr era destinato all’impianto di preriduzione, il Dri, e neppure quello si è fatto. Uscito dal Pnrr nel 2023, quel miliardo è finito al Mimit per una generica “decarbonizzazione”. Il 16 settembre il governo ha annunciato forni elettrici alimentati a Dri. Resta da dire dove, quando e chi li costruirà.
Cosa serve adesso
Primo. Un piano di esecuzione del provvedimento, con un programma per la rimozione dell’amianto e la riduzione delle polveri, che dica quando e a quali condizioni l’area a caldo potrà ripartire. Le poche settimane del preriscaldo servono a questo. Un’altra proroga non risolverebbe nulla.
Secondo. Un ruolo industriale dello stato, con un piano che dica quante tonnellate, con quale tecnologia, a quali costi energetici, in quanti anni e con quali garanzie per diretti e indotto. Chi vuole comprare l’area a freddo lo fa dentro quel piano.
Terzo. Un accordo di sito con i sindacati per una cogestione vera della transizione, con formazione, ricollocazione e partecipazione alle scelte di investimento. Servono verifiche e sanzioni per chi non rispetta gli impegni, quelle che nell’accordo del 2018 con ArcelorMittal sono mancate.
Quarto. Basta tavoli senza decisioni. Quello del 16 settembre era il ventesimo in sala verde dal 2023 e si è chiuso con il rinvio del decreto per i lavoratori. A volte si ha l’impressione che servano più alla conferenza stampa all’uscita che a risolvere i problemi. Un confronto ha senso se si assumono impegni con scadenze e responsabilità. Quando serve a rinviare, diventa una forma piuttosto cinica di anestesia sociale.
Finalmente riparte la mobilitazione
La mobilitazione è ripartita il 14 settembre con sciopero e blocchi stradali dell’indotto, e oggi Fim, Fiom, Uilm e Usb chiedono un Consiglio regionale monotematico. Serve una vertenza che coinvolga tutta la città. Negli anni Novanta, per molto meno, Taranto si fermava. A indebolire la protesta hanno contribuito la cassa integrazione, il più efficace dei tranquillanti, e la frattura tra chi difende la fabbrica e chi la vuole chiusa. Ma c’è anche una responsabilità di chi si è arreso alla cassa integrazione e si è arenato sulla richiesta di tavoli invece di costruire vertenze, e oggi rischia di essere percepito come parte del rito e non come chi lo interrompe.
Quanto è strategico l’acciaio?
L’acciaio è materia strategica, lo ripete ogni ministro. Ma in un paese in cui tutto è strategico, nulla lo è. Senza Taranto, l’Italia dipende dall’estero per semilavorati e prodotti piani da ciclo integrale, e importarli da troppo lontano, per un paese manifatturiero come il nostro, è costoso e pericoloso. La politica torna all’industria solo quando è obbligata, con la sciatteria del battutificio quotidiano. Le soluzioni vere tolgono voti e vanno argomentate in mezzo ai fischi. Così ha scelto di non decidere.
Speriamo che la scadenza di fine ottobre certifichi il fallimento dell’illusione di poter continuare a rinviare. A Taranto bisogna dare un futuro industriale e un lavoro compatibile con la salute. Il governo deve dire come, con quali risorse e in quali tempi.