Gli italiani pagano più tasse, con cui lo stato paga più interessi sul debito

Nel secondo trimestre del 2026 la spesa pubblica sale al 50,9% del pil e la pressione fiscale al 43,5%. Ma la politica non sembra rendersi conto del nuovo regime di tassi più elevati

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Nel conto delle amministrazioni pubbliche relativo al secondo trimestre del 2026 pubblicato dall’Istat c’è un numero che spicca: la pressione fiscale ha raggiunto il 43,5 per cento, mezzo punto percentuale in più rispetto allo stesso trimestre del 2025. Il dato è particolarmente significativo anche in prospettiva storica, perché il 43,5 per cento rappresenta il valore più elevato mai registrato nel secondo trimestre dell’anno, superando il precedente massimo del 43,4 per cento raggiunto nel 2013 (governo Monti). Il confronto più interessante, però, è quello con il periodo precedente alla pandemia, dato che nel secondo trimestre del 2019 la pressione fiscale era pari al 40,5 per cento: esattamente 3 punti percentuali in meno rispetto a oggi.
L’aumento della pressione fiscale va letto insieme all’andamento complessivo dei conti pubblici. Nello stesso periodo, infatti, è cresciuto anche il peso della spesa pubblica, con le uscite totali salite al 50,9 per cento del pil, circa 0,8 punti percentuali in più rispetto al secondo trimestre del 2025. 
Le entrate sono passate dal 48 al 48,9 per cento, mostrando ancora una volta quanto sia illogica e utopistica la pretesa di ridurre stabilmente il prelievo fiscale se la spesa continua ad assorbire una quota così elevata e crescente del reddito nazionale. Guardando alla composizione della spesa emerge un elemento ancora più rilevante: il forte aumento degli interessi passivi (+19,7 per cento in un anno), passati da 23,9 a 28,6 miliardi di euro nel secondo trimestre, con quasi 5 miliardi di maggiore spesa che da soli spiegano quasi la metà dell’incremento complessivo delle uscite.
La cosa più preoccupante è che si tratta di una voce di spesa fuori dal controllo diretto del governo. Questa dinamica ha poco di temporaneo e riflette un cambiamento del regime macroeconomico che continua a essere sottovalutato nel dibattito italiano. La lunga stagione dei tassi di interesse eccezionalmente bassi che ha caratterizzato il periodo successivo alla crisi finanziaria globale è ormai alle spalle, mentre il nuovo equilibrio è caratterizzato da tassi nominali strutturalmente più elevati, in parte perché l’economia mondiale ha mostrato una maggiore capacità di generare crescita rispetto agli anni successivi al 2008, in parte perché inflazione e maggiori deficit pubblici fanno richiedere agli investitori un premio per il rischio superiore rispetto al passato. Nell’incremento della spesa per interessi italiana ci sono entrambi i fattori: l’aumento dei rendimenti dei titoli di stato e, in misura minore, l’impatto dell’inflazione sui titoli indicizzati.
Per un paese con un debito pubblico molto elevato come l’Italia questa trasformazione ha conseguenze importanti, perché l’aumento dei rendimenti si trasferisce gradualmente sul costo medio del debito man mano che i titoli vengono rifinanziati, rendendo progressivamente più costoso mantenere lo stesso stock di debito e riducendo quindi lo spazio fiscale per finanziare le altre componenti della spesa pubblica: il cosiddetto “effetto palla di neve” peggiora ed è necessario un avanzo primario superiore per non far crescere il rapporto tra debito e pil.
Per questa ragione il ritorno a un mondo di tassi più elevati avrebbe richiesto un aggiustamento più rapido della finanza pubblica e un saldo primario più alto, mentre l’avanzo primario italiano previsto all’1,2 per cento nel 2026 rimane ancora inferiore ai livelli osservati prima della pandemia (1,9 per cento nel 2019), nonostante una pressione fiscale che nel frattempo ha raggiunto livelli record e che ha beneficiato degli effetti dell’inflazione sulle entrate nominali e del fiscal drag. Il risultato è una combinazione piuttosto singolare, perché nel secondo trimestre del 2026 l’Italia ha registrato la più alta pressione fiscale mai osservata in quel trimestre e, contemporaneamente, una spesa pubblica superiore al 50 per cento del pil, mentre una quota crescente delle maggiori entrate viene assorbita dal servizio del debito anziché trasformarsi in maggiore spazio di bilancio per altre politiche.
Il punto politicamente ed economicamente più rilevante è proprio questo. Gli italiani hanno percepito relativamente poco l’aumento della spesa pubblica, mentre in molti hanno certamente sentito il colpo del fiscal drag, soprattutto in una fase nella quale i redditi reali non hanno recuperato tutta la perdita di potere d’acquisto provocata dall’inflazione (nel secondo trimestre 2026 il potere d’acquisto delle famiglie ha perso lo 0,9 per cento).
La fotografia dell’Istat racconta quindi un problema più profondo del semplice record della pressione fiscale, perché mostra quanto rapidamente l’aumento del costo del denaro stia ricostruendo il vincolo di bilancio che per molti anni era stato attenuato dai tassi bassissimi e dagli acquisti della Bce. La politica non sembra rendersi conto del nuovo regime macroeconomico, reso finanziariamente più instabile dalla crisi fiscale della Francia, ma dovrebbe incorporarlo con i suoi vincoli nei programmi elettorali. Perché in questo contesto le promesse saranno ancora meno realizzabili.