Economia
L'INTERVENTO •
Benvenuti nella società cetomedista
Il processo, avviato negli anni Settanta, ha dato luogo a una diversa società, agiata ma insicura; piena di aspettative, ma senza un traguardo da perseguire; caratterizzata da una grande serietà di lavoro, ma con quasi un’ossessione per il denaro. Un saggio

(Foto Getty)
E se non parlassimo più di ceto medio? È una domanda che può apparire paradossale nell’ambiente del Censis, dove per oltre cinquant’anni si è vissuta e cantata la straordinaria espansione del ceto medio italiano, forse la più grande crescita sociale della nostra storia.
Cominciammo alla metà degli anni ‘70, del decennio considerato il più buio e squinternato della nostra convivenza civile. Un decennio cominciato con le tensioni post-sessantottine e qualche autunno caldo, e finito tragicamente con la morte di Moro e di Bachelet. Un decennio in cui abbiamo attraversato una crisi economica violenta, conflitti sociali endemici, un panorama industriale segnato dal declino delle grandi imprese. E tutti gli osservatori politici e sociali erano propensi a prevedere un tracollo del sistema, o almeno un suo pencolare sull’orlo del baratro.
Noi Censis fummo fra i pochissimi che si fidarono della determinazione degli italiani a resistere e andare oltre le difficoltà e la crisi. Quegli italiani che erano stati poveri per secoli e un po’ agiati solo per un decennio, e non potevano pensare di tornare poveri e squinternati, scatenarono tutta la loro energia per scongiurare il baratro e contrastare il declino: facendo tanta economia sommersa, arroccandosi in tanti localismi vitali, sfruttando la coazione a sopravvivere di milioni di piccoli imprenditori, sviluppando il sostegno alle iniziative di nuova imprenditorialità. Ma soprattutto avviando quel processo di cetomedizzazione che ha tenuto banco per alcuni decenni, in una dinamica di “ascensore sociale” che da sola riuscì a compensare i vuoti socio-politici degli anni ‘70, la contemporanea crisi della classe operaia, il declino delle élite tradizionali e la staticità della classe borghese.
La cetomedizzazione fu un processo molto complesso, perché non fece crescere un ceto, quasi una “classe media”, ma comportò una modifica profonda di tutta la società in una dimensione orizzontale e molecolare, secondo una logica interclassista e una fenomenologia paragonabile alla nascita e all’accrescimento di un lago, in cui tanti immissari portavano sempre più soggetti. Vi confluivano in tanti: il contadino meridionale che, diventando bidello in una scuola pubblica, si sentiva immediatamente ceto medio; le migliaia di braccianti e mezzadri che si ritrovarono nella dizione di “coltivatori diretti”, sentendosi quasi piccoli imprenditori; i tanti operai che da “terzisti di terzisti” diventavano imprenditori in proprio; i partecipi del grande mondo dell’occupazione occulta che volevano via via emergere con un volto proprio; i tanti lavoratori dipendenti (pubblici e privati) che facevano un secondo lavoro creando però anche piccoli spazi imprenditoriali da sfruttare in futuro; per non parlare della massa dei lavoratori del settore terziario (servizi alle imprese, alle comunità, alle persone) che si mettevano in proprio, anche in una logica di mercato.
Gli esempi potrebbero continuare, tanto che l’allargamento a vista d’occhio del grande lago del ceto medio portò l’avvocato Agnelli a domandarmi: “Chi c’è dentro il termine ceto medio?”. E si prese la risposta più banale: “Tutti, tranne qualcuno come lei, qualche migliaio di sottoproletari e quasi tutti gli immigrati”.
Il processo di cetomedizzazione, così come noi Censis l’abbiamo descritto, quindi non ha dato luogo a una nuova classe sociale (magari di piccoli borghesi egoisti, come sosteneva Pasolini), ma a una diversa società, complessa e articolata. In altre parole, si è andata creando una “società cetomedista” che può e deve essere accettata e interpretata come una realtà stabile nel tempo. È questa consolidata realtà che finisce per superare le convinzioni politiche più di moda: cancellare squilibri e disuguaglianze sociali. In fondo, a pensarci bene, la trasformazione della società è stata la risposta fattuale e concreta: è stata non solo un ascensore, ma più banalmente una livella.
2. Converrà comunque partire dalle origini strutturali del processo di cetomedizzazione negli anni ‘70. La forza delle sue radici risale a quel carattere molecolare (“dappertutto e rasoterra”, abbiamo detto in altre occasioni) e a quella logica orizzontale che portò molti singoli e diverse comunità locali ad andare oltre i tempi bui.Fu una scelta quasi istintiva e condotta quasi in una solitudine socio-politica, estranea alle tensioni di classe allora dominanti, alle opinioni collettive allora dominanti (come quella “rivoluzionaria” del dopo ‘68) e ancora più estranea alle istanze verso la modernità industriale che alcuni (vedi Giulio Bollati) allora reputavano essere l’unico obiettivo cui uniformarsi.
Di fatto, gli unici alleati del processo di cetomedizzazione si possono ritrovare in quell’associazionismo categoriale allora in grande espansione, negli operatori economici di territorio (banche locali, associazioni di artigiani e commercianti, ecc.), nei tanti enti di volontariato e di terzo settore, nelle tante esperienze di sussidiarietà orizzontale e verticale. Si può dire che, senza questi alleati, forse il processo di cetomedizzazione non avrebbe avuto la forza che ha avuto. Ma è anche vero il contrario: senza la cetomedizzazione, le diverse realtà elencate non avrebbero avuto la radicata consistenza che hanno avuto.
Va comunque ricordato che forse l’unica grande cultura che ha concretamente accompagnato la cetomedizzazione è stata quella cattolica. Basti pensare a quanto l’associazionismo categoriale (dalla scuola ai coltivatori diretti) deve all’impegno di Papa Pacelli e a quanto di esso sia confluito in quel collateralismo categoriale che fu tipico della Dc. Senza dimenticare che tutta la dottrina sociale della Chiesa portava non solo alla vitalità dei corpi intermedi, ma anche e specialmente alla responsabilità individuale nel sociale, al primato del personalismo.
Al di là delle esplicite e sotterranee alleanze culturali e politiche, il processo di cetomedizzazione ha infatti obbedito a una sua intima forza interna: nel segreto dell’anima popolare, diventare ceto medio è stata un’ambizione generalizzata nell’Italia del dopoguerra (non c’è da giurare che fosse lo stesso nell’Italietta ottocentesca e in quella fascista). Ricordo perfettamente il tono di voce con cui mia madre, maestra elementare, rivendicava il “noi ceto medio” e posso quindi capire che per molti italiani degli anni fra il 1950 e il 2000 la possibilità di diventare ceto medio sia stata vissuta come un obiettivo fondamentale, una gratificante ascription di status”.
Poi però, con il tempo, mi sono convinto che per l’italiano corrente non si trattava di un’autoattribuzione di status sociale, ma era il risultato di una volontà di crescita individuale all’interno di un processo collettivo. In altre parole, per tutti gli anni ’70 ha circolato nella mente degli italiani una combinata tensione: all’agiatezza, ai consumi paragonabili a quelli dei precedenti “signori”, al desiderio di essere più e diverso. Da qui è nata quella molecolare spinta a diventare qualcosa di più rispetto alla precedente collocazione sociale. E il messaggio interno a tale spinta era la voglia di lavorare in proprio: una voglia di esercitare una propria responsabilità, sconosciuta in una società che per decenni aveva esercitato il lavoro dipendente; una voglia di avere spazi lavorativi di stampo innovativo, anch’essa sconosciuta in una cultura da sempre incardinata nell’esistente; una voglia di individuare spazi di lavoro anche nei settori fino ad allora coperti da grandi strutture organizzate (nell’industria fordista, ma anche nel commercio e nei trasporti); una voglia di sfruttare la molteplicità crescente dei bisogni individuali, familiari, di gruppo; una certa propensione di fare supplenza all’intervento pubblico, specie sociale e locale. Si tratta di occasioni e tentazioni di lavoro in proprio (o in piccole imprese, magari cooperative) che certo non sono state così chiare come ci appaiono oggi, ma hanno aperto campi d’azione per chi aveva un’adeguata fiducia di farcela.
Per tutti gli anni 70 ha circolato nella mente degli italiani una combinata tensione: all’agiatezza, ai consumi paragonabili a quelli dei precedenti “signori”. Da qui è nata quella molecolare spinta a diventare qualcosa di più
Accanto a tutto ciò c’è stata una più o meno esplicita componente culturale, cioè il desiderio di appagamento del tenore di vita via via conseguito. Tutti hanno cercato di sentirsi appagati non solo nel lavoro, ma nella vita quotidiana, nei consumi quotidiani, negli investimenti familiari (di prima o seconda casa). Volevamo tutti vivere appagati, e quando il primo reddito non bastava, allora si dava spazio alla ricerca di nuovi redditi, anche coinvolgendo altri membri della famiglia. In fondo, nel processo di cetomedizzazione è stato centrale il “reddito familiare composito”: altro cavallo di battaglia del Censis degli anni ‘70. Così, la cetomedizzazione si è rivelata un grande fenomeno sociale, che ha coinvolto i densi segmenti di occupazione, reddito e consumo. È stato un processo fondante.
3. Non tutti hanno però capito che quel processo di continua crescita del ceto medio era una dinamica con cui bisognava fare i conti culturalmente e politicamente. Certo, abbiamo avuto una valanga di opinioni, di testi e di ricerche, ma nel fondo si può dire che la sua complessa novità è stata solo attenzionata, ma non compresa in profondità, da una cultura politica arroccata in alto e in basso: le componenti elitarie non hanno capito un processo tutto orizzontale, difficile da ricondurre a un dibattito di vertice; dal basso, si è preferito scandagliare fenomeni politicamente più spendibili (la povertà, le disuguaglianze, l’inclusione dei migranti). Così, tutti i protagonisti della dinamica socio-politica hanno sottovalutato la concreta condizione cetomedista della società.
I grandi partiti, specie quelli che più avevano coltivato il collateralismo categoriale (il Pci e la Dc), si sono ritrovati senza adeguati schemi di comprensione del ceto medio, che non si ritrovava più nelle realtà corporative delle categorie. E i vari organismi di rappresentanza (datoriale e sindacale) non hanno saputo fare rappresentanza degli interessi generali del nuovo ceto medio, limitandosi a fare lobby di settore, più che interpretazione politica e azione sociale. Ne è risultata una certa povertà della dialettica fra politica e cetomedizzazione. La tradizionale dialettica si è schiantata nella incapacità dei corpi intermedi di esprimere domande di respiro sistemico e non categoriale, mentre la dimensione politica è scivolata nell’offerta di variegati bunus che “inventavano” presumibili domande, ma non incidevano sulla esperienza del processo di cetomedizzazione.
Negli ultimi decenni, il ceto medio è progressivamente rimasto in uno stato di isolamento. E quando si è profilata l’onda di crisi della cetomedizzazione (l’inceppamento dell’ascensore sociale) abbiamo dovuto constatare che non avevamo strumenti capaci di capirla e contrastarla. Nessuno oggi sembra in grado di superare la circostanza che tale crisi: non è paragonabile alle crisi industriali, tutte legate a parametri (produttività, tecnologia, export, ecc.) estranei al mondo del ceto medio; non attiene alle tipiche crisi aziendali (qualità del management, costi di personale, successione generazionale, ecc.); non confluisce in grandi conflitti sociali (disoccupazione, lotta per il salario, ecc.). Resta solo, per il ceto medio, una paura diffusa (di declino, di fragilità, di non futuro, di perdita di influenza sociale) che, non potendosi tradurre in concrete politiche di fronteggiamento, finisce per sfilacciare il tessuto sociale, con pericolosi cedimenti verso una pericolosa insicurezza collettiva e verso la crescita di un rancore collettivo.
A pensarci bene, è la peggiore crisi che possa capitare a un sistema economico giovane (e entusiasta) come il nostro. Ma chi ha visto e vissuto il processo di cetomedizzazione dagli anni ‘70 in poi non può cedere al rancore – il “lutto di quel che non è stato” – perché il processo di cetomedizzazione c’è stato e c’è, e ci si può ancora lavorare sopra.
Questa è la incrollabile verità da cui partire quando si parla di cetomedizzazione, perché è evidente che essa ha due grandi punti di forza. Innanzitutto, una forte dimensione strutturale, come si capisce dai dati che si possono mettere in campo per provare quanto la cetomedizzazione abbia influito e influisca sulle componenti sistemiche della nostra economia. Per quanto riguarda l’occupazione, abbiamo toccato il record del numero di occupati: più di 24 milioni. Le attività reali delle famiglie (la ricchezza patrimoniale) ammontano complessivamente a più di 6.700 miliardi di euro (ovvero 3 volte il valore del Pil). A cui aggiungere il portafoglio delle attività finanziarie delle famiglie, che è arrivato a sfiorare i 6.500 miliardi di euro (2,9 volte il valore del Pil), essendo aumentato del 233% in termini reali negli ultimi quarant’anni, tra il 1985 e il 2025 (a fronte di una crescita del Pil, nello stesso arco di tempo, di poco meno del 53%).
In particolare, i depositi e la liquidità accantonata valgono 1.600 miliardi (+125%). Mentre, al contrario, ci distinguiamo per il più basso livello di passività finanziarie (mutui, debiti, finanziamenti a carico delle famiglie) tra tutte le società europee: il 16,4% del totale delle attività finanziarie, a fronte del 25,7% medio dei Paesi dell’area dell’euro (il 22,1% in Germania, il 23,1% in Spagna, il 28,9% in Francia). Inoltre, questa forza quantitativa si combina con un grande spessore qualitativo, visto che la cetomedizzazione è una continua esplicitazione di quella voglia di crescere in proprio che è stata la sua base di origine; è un processo di tipo orizzontale, “di lago”, ma anche di spazi periferici (in Italia i margini sono sempre più dinamici del centro); è un processo incrementale, legato al continuo rafforzamento delle giunture connettive di milioni di comportamenti rasoterra; è un processo che tende di fatto a una continua tensione verso l’equilibrio sociale, quasi all’omeostasi; è un processo molto italiano, nel senso che si sposa con la nostra implicita e tradizionale scelta di continuismo.
Per quanto riguarda l'occupazione, abbiamo toccato il record del numero degli occupati: più di 24 milioni. Le attività reali delle famiglie (la ricchezza patrimoniale) ammontano complessivamente a più di 6.700 miliardi di euro (tre volte il pil)
Chi prenda atto di quanto siano sostanziali sia i dati quantitativi, sia le caratteristiche qualitative del processo di cetomedizzazione, potrà facilmente capire l’ipotesi enunciata all’inizio di questo testo: è ora di smettere di parlare di ceto medio ed è ora di accettare che siamo in presenza di una complessiva configurazione della società, di una società che via via ha palesato sé stessa come “società cetomedista”. Una società che è ormai una vera e propria costellazione nella storia italiana ed europea, ed è un mondo certo frammentato, ma nella sua molecolarità cerca momenti di relazionalità in una diffusione di microcosmi in cui silenziosamente si dispiegano processi e flussi anche esterni. In sintesi, è un mondo che ha dimostrato di saper resistere anche alle grandi recenti crisi di sistema, spesso anche con contraccolpi di crescita qualitativa.
In passato, qualche osservatore ha cercato di definire in proposito un esito più classico e comprensibile: si è sperato cioè che si stesse formando una neoborghesia, quasi una società neoborghese (si vedano le sollecitazioni di Aldo Bonomi e Massimo Cacciari insieme al sottoscritto). Ma è meglio accettare il lento formarsi di una società cetomedista, anche con le sue evidenti ambiguità. Così non si può negare che la società cetomedista è una società: agiata ma insicura; piena di aspettative, ma senza un traguardo da perseguire; caratterizzata da una grande serietà di lavoro, ma con quasi un’ossessione per il denaro (la moneta movimentata, ma anche una certa ludopatia); con una grande accumulazione patrimoniale, ma con rischi evidenti di cedimento alla rendita; con un generico rispetto dello Stato (e del quadro costituzionale), ma con una puntigliosa attenzione per alcuni specifici problemi (specialmente fiscali); con una voluta apparenza di seconda schiera, ma con venature signorili (vivere come una volta vivevano i signori); con un grande storico orgoglio di “noi ceto medio”, ma con una scarsa capacità di trasformarlo in messaggio collettivo.
In fondo, tutta la recente storia del ceto medio italiano è stata scritta con un timbro generico e improvvisato, ma è inevitabile ribadire che la nostra società cetomedista è figlia di un processo di grande forza e complessità, anche se resta un interrogativo di fondo: è un risultato delle vicende degli ultimi decenni o è una forza di avvenire?
4. La domanda posta all’inizio di questo testo (“E se non parlassimo più di ceto medio?”) era certo originata dalla stanchezza culturale nell’analizzare termini troppo ripetuti (declino, crisi, drammi, rancore del ceto medio), per garantire una concreta chiave politica sui problemi da affrontare. Constatare quanto sia meglio e più neutro parlare di società cetomedista impone allora due domande precise: tale società è l’esito di un divenire sociale autopropulsivo e ha una consistenza tale da fare politica?
La prima domanda è provocatoria per chi, come noi Censis, ha privilegiato sempre la logica del divenire (cioè di autopropulsione del sistema) rispetto alla tradizionale logica dello sviluppo ben disegnato e ben attuato. Avremo decenni e secoli di società cetomedista come abbiamo avuto per decenni e secoli una società agricola e una società industriale? Si ricordi sempre che lo stigma originario dell’adattamento sarà sempre di ostacolo a una sua autonomia storica. La società agricola e quella industriale avevano infatti ben altri radicamenti (c’era il prodotto, c’era la centralità del processo di trasformazione, c’era l’organizzazione del lavoro, c’era addirittura una moralità insita nei variegati mondi del lavoro), mentre nella società cetomedista non c’è alcun fattore similare di propulsione.
Se però si va nel profondo della società cetomedista si possono trovare alcune tracce di un divenire autopropulsivo: c’è una base molecolare di vitalità individuale, una responsabilità personale diffusa, una vocazione forte all’uso e accumulazione del denaro, una vocazione alla combinazione fra lavoro e rendita, una vocazione alla capacità relazionale, una propensione a saldare le giunture decisionali e di potere nei problemi da affrontare, una capacità di vitalizzare le comunità locali anche contro la potenza dei flussi esterni. Insomma, il processo di cetomedizzazione è stato un grande profondo processo di divenire, più che di adattamento continuato; e il suo risultato, la nascita cioè di una società cetomedista, non può essere certo derubricato a un puro caso o a un benevolo destino. Possiamo contare che la cosa continui, che abbia avvenire.
Quali possono essere i rapporti di tale società con la sfera, elettorale e decisionale, della politica? Quest’ultima ha un problema di confidenza con quel che avviene nella società cetomedista, che di fatto è politicamente sfuggente, perché: è orizzontale e quindi sfugge alla abituale verticalizzazione delle logiche di intervento; non ha capacità complessiva di rappresentarsi (il “lago” non fluisce e quindi non ha dinamica); pur avendo all’interno potenti componenti settoriali (nel commercio, nell’artigianato, nel lavoro professionale, ecc.), non riesce a originare una sua domanda di rappresentanza; e neppure la sua identificazione con il territorio riesce a incidere politicamente (vale di più il peso degli enti locali). Così, è verosimile che, in una società cetomedista, la politica possa avere poco spazio e poca incidenza. Ed è probabile che la società cetomedista sia non il palcoscenico su cui i politici fanno il loro gioco, ma sia piuttosto una platea che osserva e valuta la politica nei suoi movimenti.
Il divenire platea, e non campo di gioco, verosimilmente costituisce il potere potenziale (di consenso e dissenso) che la società cetomedista si è costruita. Su quali temi la platea cetomedista riporrà attenzione nei prossimi anni? Certo, saranno inevitabili i temi emotivi, come è già avvenuto in recenti vicende internazionali o di cronaca. Ma, al di là della dimensione emotiva, ci sono due grandi campi di giudizio e di potenziale consenso.
Innanzitutto, la società cetomedista sarà particolarmente attenta ai meccanismi di stabilità del gioco socio-politico, in difesa del quadro costituzionale e delle conseguenti “regole del gioco”, accettando la politica non per i suoi contenuti programmatici, ma per la sua fedeltà etica ai principi generali di funzionamento del sistema. Inoltre, sarà particolarmente attenta e interessata alla difesa delle basi del suo potere, che non sono più quelle del “tanto lavoro” su cui la società cetomedista si è costruita, ma ora sono quelle dell’alta componente patrimoniale che tale costruzione ha determinato. Gran parte dell’attenzione che sarà riservata sulla politica si giocherà insomma sulla tutela, sulla valorizzazione e sulla transizione ereditaria della ricchezza patrimoniale accumulata in tanti anni di fatica e di lavoro. Basterebbe constatare quanto sia cresciuto il ricorso alla gestione del risparmio affidato a operatori finanziari sempre più sofisticati e quanto sia cresciuta la volontà di trasmettere il patrimonio alle generazioni successive (colpisce che nell’ultimo anno una transazione immobiliare su tre abbia riguardato le eredità).
Il futuro (fiscale e no) del patrimonio accumulato è quindi la materia più delicata e difficile da trattare. Ed è quella su cui la società cetomedista eserciterà un oculato controllo sulle azioni della politica. Un compito difficile e delicato, ma almeno più ricco rispetto al continuo lamentarsi di disuguaglianze, squilibri e paure di regressione.