Buti: "La richiesta di Meloni? Più flessibilità metterebbe a rischio l'uscita dalla procedura d'inflazione"

L'ex dg degli Affari economici e finanziari della Commissione Ue critica la richiesta: "È in contrasto con il regolamento e peserebbe negativamente sulla sostenibilità del debito, come riconosce la stessa premier". E continua: "Chi si candida dovrebbe indicare la via della prudenza e della lungimiranza" 

3 OTT 26
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 “E’ molto rischioso chiedere flessibilità proprio in un momento di forte tensione sui tassi, con rendimenti e spread in aumento. Si rischia di gettare al vento i risultati di quattro anni di prudenza fiscale” dice al Foglio Marco Buti, ex direttore generale degli Affari economici e finanziari della Commissione europea, commentando la lettera inviata giovedì da Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen.
La premier sostiene che il tetto alla crescita della spesa netta rischia di non tenere conto di un’inflazione più alta del previsto, “ovvero del fatto che la spesa pubblica possa aumentare a causa di meccanismi e processi di mercato al di fuori del controllo del governo”. Meloni ha chiesto così alla Commissione di considerare questo effetto tra i fattori rilevanti che la Commissione può valutare davanti a uno sforamento, e di poter usare contro il caro energia parte delle entrate in più portate dall’inflazione. Ma giovedì mattina, prima ancora di ricevere la lettera, due portavoce della Commissione, Paula Pinho e Balazs Ujvari, avevano risposto che la flessibilità era già stata data estendendo dalla difesa all’energia la clausola di salvaguardia nazionale. Ma Meloni ritiene che la questione sia discussa dai ministri delle Finanze Ue all’Ecofin, la cui prossima riunione è programmata per venerdì 9 ottobre.
Una richiesta analoga è arrivata anche dal premier greco Kyriakos Mitsotakis, ma per Buti, oggi docente all’Istituto universitario europeo di Fiesole, “essere solo Italia e Grecia a chiedere flessibilità non rassicura. La Commissione è stata generosa nell’allargare la clausola di salvaguardia nazionale, ed è stata criticata dai frugali (i paesi più rigorosi sui conti, come Germania o Olanda, ndr). Per questo sarà prudente nel concedere ulteriore flessibilità. Una deviazione dal sentiero della spesa netta basata sui fattori rilevanti potrebbe essere considerata in via di principio, ma con condizioni legate al tipo di interventi” osserva Buti. “Usare l’aumento automatico del gettito dovuto all’inflazione per aumenti di spesa decisi dal governo è in contrasto con il regolamento, perché farebbe crescere la spesa netta, e quindi peserebbe negativamente sulla sostenibilità del debito, come riconosce la stessa premier”.
C’è poi la procedura per deficit eccessivo, da cui l’Italia non è uscita in anticipo perché nel 2025 il disavanzo è stato di 0,1 punti percentuali sopra la soglia del 3 per cento del pil. “Se il deficit scende sotto il 3 per cento nel 2026, per chiudere la procedura serve che resti sotto la soglia anche nel 2027 e negli anni successivi, nelle previsioni della Commissione e non del governo. Ma più flessibilità ora potrebbe mettere a rischio la chiusura della procedura – spiega Buti –. La valutazione economico-finanziaria deve prevalere, indipendentemente da quella normativa”.
Ad aggravare il quadro c’è la crisi fiscale della Francia che sta già contagiando l’Italia: ieri lo spread fra Btp e Bund prima di scendere a 117 punti ha toccato i 131 punti, il livello più alto dall’aprile 2025, mentre quello francese superava i 145. “I mercati sono molto concentrati sulla Francia, giustamente – spiega Buti –. Ma nel 2027 l’Italia ha necessità di rifinanziamento molto più alte della Francia per il diverso livello del debito e le scadenze più brevi. E il rischio di un avvitamento non va dimenticato: i margini di manovra sarebbero più che compensati dall’aumento degli interessi sul debito”. E l’ex direttore generale alla Commissione avverte: “Ci sono due rischi. Da un lato, la flessibilità fiscale sbilancerebbe il rapporto fra politica di bilancio e politica monetaria mentre la Bce sta alzando i tassi; dall’altro, la richiesta renderà la Germania e i frugali ancora più fermi nelle trattative sul bilancio europeo 2028-2034” – 2.000 miliardi nella proposta della Commissione, mentre i frugali chiedono un taglio di centinaia di miliardi.
Infine Buti cerca di scardinare il paradigma politico-finaziario: “Bisogna passare da una logica di equilibrio parziale, che risponde alle pressioni elettorali, a una di equilibrio generale, che collega la percezione dei mercati alle implicazioni sugli altri dossier europei. Ma il tasso di sconto politico (ovvero quanto i governi privilegiano il consenso immediato sugli effetti futuri, ndr) sta aumentando in modo vertiginoso, con sette elezioni nazionali nel 2027 più quelle regionali in Germania. Proprio quando la geopolitica richiederebbe il contrario. Chi si candida dovrebbe indicare la via della prudenza e della lungimiranza. Pagherebbe anche elettoralmente”, conclude l’economista.