Economia
L'analisi •
Sánchez blocca gli sfratti, ma per la crisi abitativa Fmi e Banca di Spagna dicono di costruire
Tra il 2015 e il 2025 comprare un’abitazione in Spagna è diventato più caro dell’80 per cento, affittarla dell’87 per cento. Per la Banca centrale la scarsità dell’offerta è il principale fattore delle difficoltà
2 OTT 26

Secondo i dati diffusi ieri da Eurostat, nel secondo trimestre del 2026 i prezzi delle case nell’Ue sono saliti del 4,7 per cento in un anno e gli affitti del 3 per cento. Ma è in Spagna che la crisi abitativa è diventata una protesta di massa. Dopo lo sfratto di Maricarmen Abascal, 87 anni, dalla casa dove viveva da settant’anni, decine di migliaia di persone sono scese in piazza con una sinistra che è insieme di lotta e di governo. Così il 29 settembre l’esecutivo di Pedro Sánchez ha risposto con il “decreto Maricarmen”, che sospende fino al 2030 gli sfratti delle persone vulnerabili senza un’altra abitazione. Ma nel preambolo del decreto il governo Sánchez scrive, citando la Banca di Spagna (BdS), che al paese servono 750 mila nuove case (secondo la vicegovernatrice Soledad Núñez la carenza potrebbe superare il milione entro il 2028). Ed esattamente come l’Affordable Housing Act presentato a settembre dalla Commissione Ue, il decreto Maricarmen (che pure prevede un fondo per finanziare progetti abitativi) interviene più sulle case esistenti che su quelle mancanti, dunque non sul cuore del problema.
La Banca di Spagna, nel suo ultimo rapporto annuale pubblicato il 18 giugno, ha identificato la scarsità dell’offerta come il principale fattore delle difficoltà di accesso alla casa. E i dati messi in fila da El País aiutano a capire la dimensione della crisi: tra il 2015 e il 2025 comprare un’abitazione in Spagna è diventato più caro dell’80 per cento, affittarla dell’87 per cento, mentre i salari nominali sono aumentati di circa il 30 per cento (con un’inflazione cumulata del 27 per cento in dieci anni). Nel 2025 il 69 per cento degli spagnoli tra 18 e 34 anni viveva con i genitori, mentre nel 2010 erano il 52 per cento (oggi la media europea è di circa il 50 per cento). Dal 2015 la domanda di abitazioni è aumenta notevolmente a seguito della crescita della popolazione di oltre 3 milioni di residenti, soprattutto per l’immigrazione (con le province di Madrid e Barcellona che hanno assorbito il 43 per cento dell’aumento). Si sono poi aggiunti il turismo e gli acquisti dei non residenti (circa l’8 per cento delle compravendite, per oltre 500 mila abitazioni nei dieci anni).
In risposta a questo significativo aumento di domanda non c’è stato però un parallelo e proporzionale aumento dell’offerta: in Spagna nel 2025 sono state completate appena 90 mila abitazioni, negli anni Novanta – quindi prima della bolla immobiliare degli anni Duemila – in media se ne costruivano circa 250 mila l’anno.
Sempre nella sua relazione annuale, la Banca di Spagna sottolinea che l’aumento dei prezzi è causato dalla scarsa reazione dell’offerta a una domanda in aumento. Secondo la Banca centrale mancano i terreni edificabili già urbanizzati nelle aree dove la domanda cresce, la pianificazione urbanistica è lenta e, nonostante l’immigrazione, le imprese edili non trovano lavoratori specializzati: alla fine del 2025 il 63 per cento delle imprese edili spagnole indicava la manodopera come un limite. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) a maggio ha consigliato al governo spagnolo di accelerare lo sviluppo urbanistico, semplificare i permessi e ridurre l’incertezza giuridica. Ma non solo. I tecnici dell’Fmi hanno consigliato al governo spagnolo anche di non rinnovare il tetto agli affitti, a meno che una nuova valutazione approfondita non smentisca i loro dati secondo cui i tetti ai canoni hanno ridotto il numero di case offerte in affitto sul mercato. Ma il decreto Maricarmen, oggi al Congresso dove il governo non ha la certezza di avere la maggioranza, va nella direzione opposta: proroga fino a due anni i contratti in scadenza entro il 2028 e limita al 2 per cento (salvo eccezioni) gli aumenti dei canoni fino alla fine del 2027. Non proprio le soluzioni consigliate contro la crisi abitativa, insomma.
In Italia il governo Meloni va in senso contrario con un disegno di legge che riduce da 60 a 30 giorni il termine massimo concesso dal giudice all’inquilino moroso per lasciare la casa. Per gli affitti la certezza e la rapidità giuridica è centrale: un proprietario affitta più volentieri una casa se sa di poterla riavere quando l’inquilino smette di pagare. Ma per Marco Grimaldi di Avs il decreto spagnolo è “un segnale potentissimo per tutta Europa”. Così ha riproposto di bloccare gli sfratti per morosità incolpevole e il “temporaneo esproprio” delle case vuote dei grandi fondi. Peccato che tra un esproprio e il blocco degli sfratti non si consideri che si rischia di aggravare la causa della crisi abitativa: la carenza di case sul mercato.