La crisi fiscale della Francia contagia l’Italia

Conti in ordine eppure l'instabilità francese fa alzare lo spread dei Btp e le pressioni sul debito. Ma il costo per le finanze pubbliche è già in manovra  

1 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 10:32
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Non sarà, almeno si spera, l’effetto del default della Grecia che innescò la crisi del debito sovrano in Europa, ma la crisi fiscale della Francia inizia a manifestare segni di contagio fuori dai propri confini. E l’Italia è il paese che inizia a manifestare i primi sintomi, con lo spread che è tornato di nuovo sopra i 100 punti base e, soprattutto, un rendimento che ha toccato il 4,6 per cento. Il Btp decennale va relativamente meglio dell’Oat francese, che storicamente aveva un rendimento più basso mentre ora è di circa 20 punti base superiore rispetto al titolo italiano. 
Ma il problema, il segnale di allarme per l’Italia, è che ora si muovono insieme. E questa è una novità. Nel 2025, il rendimento dei titoli di stato è aumentato in tutti i paesi dell’area euro, per una serie di questioni tra cui l’annuncio del piano di spesa per la difesa della Germania, che ha innescato un aumento del rendimento del Bund facendo pressione al rialzo sugli altri titoli di stato. L’Italia, in quel contesto, ha rappresentato un’anomalia positiva. Perché, sebbene avesse un debito pubblico elevato, è stato l’unico paese ad aver mantenuto il rendimento del Btp sostanzialmente allo stesso livello del 2024, con una conseguente riduzione dello spread. Il merito è stato tutto del consolidamento fiscale che, in un momento critico, ha messo in sicurezza i conti pubblici portando il deficit al 3,1 per cento.
Nel 2026, però, le cose stanno andando diversamente. L’andamento dei titoli di stato italiani ha seguito quelli dei titoli francesi: è aumentato di circa 100 punti base negli ultimi tre mesi, con un allargamento dello spread di circa 30 punti. Ma se questa dinamica è comprensibile per la Francia, che ha un deficit fuori controllo (5,4 per cento nel 2026, oltre le previsioni del 5 per cento) e un debito in ascesa al 119 per cento con un governo incapace di aggiustare i conti, lo è meno per l’Italia che continua ad avere una politica di bilancio “prudente” (come la definisce Giorgetti) che quest’anno dovrebbe riportare il deficit sotto il 3 per cento. Ma allora perché il Btp risentono del contagio francese?
Rispetto a qualche anno fa, quando il deficit era all’8,2 per cento, la dinamica del debito italiano appare più sostenibile, le agenzie di rating hanno migliorato il merito di credito, le banche italiane e i risparmiatori domestici hanno assorbito molte emissioni e la quota di detentori esteri non è particolarmente elevata. Ma questa maggiore solidità non è sufficiente ad evitare il contagio. Anzi, secondo alcuni analisti, ha creato una vulnerabilità. Perché con investitori domestici che detengono già quote molto elevate, gli investitori stranieri sono diventati più importanti come compratori marginali ma, a differenza di quelli italiani, sono più prudenti e meno propensi ad assumere rischi durante le turbolenze. E pertanto, i Btp sono sensibili agli choc che arrivano da altri grandi mercati obbligazionari europei, come sta avvenendo con quello francese.
Ma cosa vuol dire questo per l’economia reale e per la finanza pubblica? Nel Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) dello scorso anno, il Mef aveva elaborato alcuni scenari di rischio con il relativo impatto macroeconomico. Uno di questi scenari ipotizzava una tensione sui mercati finanziari con un rendimento del Btp, dal 2026 al 2028, maggiore di 100 punti base rispetto allo scenario base. Questo è all’incirca l’incremento che c’è effettivamente stato rispetto a ottobre 2025, quando venne pubblicato il Dpfp. Secondo il Mef, questo scenario di un aumento dei tassi persistente nel tempo avrebbe un impatto negativo sulla crescita di -0,1 punti di pil nel 2026, -0,5 nel 2027 e -0,6 nel 2028. L’incremento della spesa per interessi in questo scenario con 100 punti base in più di costo del debito è quantificato, secondo gli ultimi calcoli del Mef, in +0,13 per cento del pil nel 2026, +0,30 nel 2027 e +0,45 nel 2028.
L’impatto non è rilevante per quest’anno, dato che l’incremento dell’inflazione e della crescita (da 0,6 a 1 per cento) dovrebbero consentire al governo di mantenere il deficit sotto il 3 per cento. Ma se l’aumento dei tassi dovesse perdurare nel tempo, la spesa per interessi che nel 2027 era prevista al 4,2 per cento salirebbe al 4,5 per cento e nel 2028 aumenterebbe dal 4,4 al 4,9 per cento del pil. In pratica, l’aumento della spesa per interessi si mangerebbe tutto l’incremento previsto dell’avanzo primario, rendendo sempre più difficile stabilizzare il debito pubblico.
A prescindere da come evolverà la crisi fiscale francese, come hanno segnalato sul Foglio di ieri Guido Ascari e Riccardo Trezzi, l’inflazione e i deficit pubblici elevati a livello globale ci stanno facendo entrare in un nuovo regime fatto di tassi d’interesse più elevati. E’ bene che le coalizioni che si presenteranno alle prossime elezioni politiche adeguino i loro programmi di governo al cambio di regime macroeconomico.
Luciano Capone