Economia
L'analisi •
La ricetta dell’Upb contro il calo demografico e della produttività
Sempre meno occupati, investimenti deboli e produttività stagnante. Serve invertire la rotta per evitare l’Italia dello zero virgola per almeno il prossimo decennio
30 SET 26

Negli ultimi trent’anni, con l’eccezione della ripresa post pandemia, l’Italia è cresciuta sempre meno della media dei paesi dell’area euro. Negli anni recenti il Pnrr è riuscito a sostenere l’accumulazione di capitale e l’occupazione, ma nel prossimo decennio il calo della popolazione in età da lavoro ridurrà il contributo dei lavoratori alla produzione fino a rischiare di rimanere impantanati nella dinamica – stagnante e stancante – della crescita dello zero virgola.
Sulla base di quest’analisi, che va dal 1996 al 2025, l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), ascoltato ieri alla Camera sulle leve d’intervento per sostenere la crescita italiana, ha affermato che per mitigare l’impatto del declino demografico sarà “decisivo rafforzare gli investimenti in innovazione e produttività”. In sintesi, secondo l’Upb, la produttività e gli investimenti che mirano ad aumentarla giocheranno un ruolo cruciale.
Secondo le ultime previsioni Istat di agosto, entro il 2050 la forza lavoro tra i 15 e i 64 anni scenderà da 24,8 milioni (del 2025) a 21,4 milioni, circa 3,4 milioni di occupabili in meno in 25 anni. Se diminuisce il contributo degli occupati, allora una quota maggiore della crescita economica dovrà venire dall’aumento del valore aggiunto per ora lavorata. Ma il problema è che la produttività dal 1996 al 2025 è cresciuta solo di circa il 9 per cento, con forti differenze tra settore e settore. E’ aumentata soprattutto nei comparti più innovativi e ad alto contenuto tecnologico: nella farmaceutica un’ora di lavoro produceva l’anno scorso due volte e mezzo il valore aggiunto per ora lavorata prodotto nel 1995, nella fabbricazione di computer ed elettronica circa il 70 per cento in più rispetto trent’anni prima. D’altro canto, la produttività è arretrata nei settori più regolamentati o protetti dalla concorrenza: si è ridotta quasi del 30 per cento nei servizi di alloggio e ristorazione tra il 1995 e il 2025; nelle attività amministrative è calata quasi del 40 per cento; e nei servizi quali le forniture d’acqua o la gestione dei rifiuti è diminuita del 60 per cento. Quanto alla produzione per settore, l’istruzione ha registrato un forte calo, specchio del declino demografico, mentre la manifattura tradizionale come il tessile ha subito forti contrazioni anche a causa della concorrenza dei paesi emergenti.
Nelle proiezioni presentate ieri dall’Upb, la crescita del pil potenziale, cioè quanto l’economia può produrre con le risorse disponibili, scenderà a quasi zero intorno al 2034 (quando il contributo degli occupati diventerà negativo). Per invertire la tendenza della produttività servirebbero investimenti in innovazione, ma secondo l’Upb le imprese italiane investono ancora poco in macchinari e tecnologie, proprio quando la doppia transizione, verde e digitale, richiede invece il contrario. Dal 2016 lo stato ha provato a spingere gli investimenti prima con gli incentivi fiscali del piano Industria 4.0, alternando due strumenti: fino al 2019 con la maggiorazione degli ammortamenti, cioè una deduzione dal reddito imponibile superiore al costo del bene, fruibile solo da chi ha utili sufficienti; e dal 2020 al 2025 con il credito d’imposta, utilizzabile per pagare tasse e contributi anche dalle imprese in perdita. Secondo l’Upb, da un lato gli incentivi hanno aumentato gli investimenti e l’occupazione delle imprese beneficiarie, con effetti più marcati nel caso del credito d’imposta, arrivato anche alle piccole imprese e al Mezzogiorno; dall’altro, però, la ripresa degli investimenti “non sembra consolidarsi”.
Con la manovra dell’anno scorso il governo ha reintrodotto l’iperammortamento fino a settembre 2028. Una scelta che diluisce nel tempo l’onere per i conti pubblici, ma che l’Upb giudica meno efficace perché il beneficio arriva in ritardo, è subordinato agli utili e rischia di premiare imprese che “avrebbero realizzato investimenti anche in assenza dell’incentivo”. In altre parole, lo stato ha privilegiato lo strumento più gestibile per il bilancio, ma meno efficace secondo l’Upb proprio sulla leva da cui dipende la possibilità di uscire dalla dinamica di bassa crescita e bassa produttività.