Economia
la stangata fantasma •
Torna l'inflazione, ma questa volta il fiscal drag non pagherà nemmeno l'abolizione del bollo
Né “stangata” né “tesoretto” da 13 miliardi: dal drenaggio fiscale 2,6 miliardi in più nel biennio
29 SET 26

Ansa
Ieri mattina, leggendo i giornali, i cittadini sono stati colti da spavento per l’enorme “stangata” in arrivo al governo ci sarà stato qualcuno che ha gioito per l’inaspettato “tesoretto” da spendere per la campagna elettorale. Entrambe le reazioni sono ingiustificate, perché il titolo di Repubblica è fortemente esagerato: “Torna la tassa invisibile: stangata da 13 miliardi su stipendi e pensioni”. La tesi è che nel biennio 2026-27 il fiscal drag riempirà, ancora una volta, le casse del Tesoro con entrate extra. L’effetto certamente ci sarà, ma sarà molto più contenuto. Probabilmente di un ordine di grandezza. I numeri messi in fila – quelli pubblicati dieci giorni fa da Marco Leonardi e Leonzio Rizzo su queste pagine – sono corretti, ma l’interpretazione è spropositata: il fiscal drag sarà tra 2,5 e 5 miliardi sul biennio.
Partiamo dal concetto di fiscal drag. Si tratta di una sorta di tassa invisibile, che è il prodotto dell’interazione tra l’aumento generalizzato dei prezzi e il sistema fiscale progressivo. Succede, infatti, che se i redditi aumentano nominalmente per recuperare il potere d’acquisto eroso dall’inflazione, e se al contempo non vengono aggiornate le soglie degli scaglioni e delle detrazioni dell’Irpef, una fetta maggiore del salario viene tassata con aliquote marginali più elevate. In sostanza, il reddito reale disponibile cresce meno del reddito nominale lordo: aumenta la pressione fiscale e lo stato si ritrova un’extragettito senza aver votato alcun incremento delle tasse.
Il fiscal drag è, ovviamente, più leggero quando l’inflazione è bassa e ben più consistente quando è elevata. Non a caso era un fenomeno molto studiato e discusso negli anni ‘70 e ‘80, che è tornato d’attualità solo negli ultimi anni dopo la fiammata inflattiva post-Covid e post guerra in Ucraina. Normalmente, con un tasso d’inflazione da target Bce pari al 2 per cento, il drenaggio fiscale vale circa 3 miliardi l’anno (3,2 miliardi dopo l’ultima riforma fiscale del governo Meloni che ha aumentato la progressività dell’Irpef). Mentre, dopo gli anni di alta inflazione 2022-2023, il fiscal drag cumulato secondo i calcoli di Leonardi e Rizzo è stato di circa 25 miliardi di euro, che il governo Meloni ha usato per fare una riforma fiscale (decontribuzione, poi incorporata nell’Irpef, e taglio delle aliquote) che ha più che restituito il fiscal drag ai redditi medio-bassi (sotto i 35 mila euro annui) e penalizzato quelli medio-alti (sopra tale soglia).
E adesso, a quanto ammonta questo fiscal drag? Il governo, dopo la delusione del 3,1 per cento di deficit nel 2025, può costruirci sopra una manovra elettorale e vincere le elezioni? Leonardi e Rizzo calcolano, secondo le ultime stime della Banca d’Italia che prevede nello scenario base un’inflazione cumulata del 5,2 per cento (3,1 nel 2026 e 2 nel 2027), un drenaggio fiscale di 8,1 miliardi. In uno scenario avverso, che ipotizza un aumento dei beni energetici, l’inflazione cumulata nel biennio salirebbe al 6 per cento e il fiscal drag sarebbe di 9,3 miliardi. Mentre in uno scenario severo, cioè con un aumento del 60 per cento del prezzo del petrolio e del 100 per cento di quello del gas rispetto allo scenario base, il fiscal drag salirebbe di 12,7 miliardi. Sono esattamente questi i 13 miliardi presenti nel titolo di Repubblica, che includono cioè un’inflazione cumulata dell’8,2 per cento: per il 2026 pari al 4,4 per cento (completamente irrealistica, a questo punto dell’anno) e per il 2027 pari al 3,8 per cento (quasi il doppio rispetto allo scenario base).
Ma pur considerando queste ipotesi estreme, non si arriverebbe mai a un “tesoretto” del genere. Perché, come detto all’inizio, esiste una sorta di fiscal drag di fondo basato sull’inflazione normale (al di sotto del 2 per cento, secondo l’obiettivo della Bce). Se si guardano le tabelle del Dpfp di ottobre 2025, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – che ovviamente non poteva prevedere la crisi in medio oriente e la chiusura di Hormuz – ha preparato una legge di Bilancio prevedendo un’inflazione cumulata nel biennio 2026-27 del 3,5 per cento. Vuol dire che, per questo biennio, i tendenziali di finanza pubblica già incorporano circa 5,5 miliardi di fiscal drag. Pertanto lo scenario base della Banca d’Italia, con un’inflazione del 3,1 per cento quest’anno e del 2 per cento l’anno prossimo, comporta per il biennio 2026-2027 complessivamente circa 2,6 miliardi di gettito in più rispetto al fiscal drag “fisiologico”.
Con 1,3 miliardi l’anno Meloni e Giorgetti di certo non ci possono costruire una legge di Bilancio elettorale, al limite ci possono finanziare mezza abolizione del bollo sulla prima auto (che costa circa 2,4 miliardi ogni anno). Ma non è né una “stangata” né un “tesoretto”.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
