Economia
L'analisi •
Le grandi imprese trainano la crescita. Lo studio di Mediobanca
Nel 2025 le grandi e medie aziende italiane hanno investito più che in qualsiasi altro anno dal 2016, ma i dipendenti ancora non hanno recuperato l'inflazione cumulata negli ultimi anni

Nel 2025 le grandi e medie imprese italiane hanno investito più che in qualsiasi altro anno dal 2016 e hanno mantenuto margini di guadagno più alti di quelli che avevano prima del 2023. Il costo del lavoro per dipendente, che comprende retribuzione lorda e oneri a carico dell’impresa, non ha invece recuperato l’inflazione: nel 2025 era ancora di media, in termini reali, del 5,9 per cento inferiore al 2021. Sono i risultati dell’indagine annuale “Dati cumulativi”, basata sui bilanci di 1.700 società industriali e dei servizi (che comprendono quasi tutte le imprese italiane con più di 500 dipendenti e rappresentano il 43 per cento del fatturato industriale nazionale), pubblicata dall’Area studi di Mediobanca.
Nel 2025 i ricavi delle aziende sono tornati a crescere dopo due anni di calo, seppur appena dello 0,5 per cento rispetto al 2024 e soprattutto grazie all’export. Nonostante l’onda d’urto dei dazi, le esportazioni sono aumentate del 3,3 per cento, mentre in Italia le vendite sono scese dell’1 per cento. In generale, la manifattura ha fatto meglio della media: ricavi in aumento dell’1,7 per cento (+2,9 per cento delle vendite all’estero e +0,3 per cento sul suolo domestico). Rispetto al 2016, in dieci anni i ricavi sono saliti del 39,6 per cento in termini nominali a fronte di un’inflazione cumulata del 21,4 per cento nello stesso periodo, e i diversi settori hanno seguito andamenti differenti: l’automotive, per esempio, ha perso l’8,4 per cento dei ricavi, mentre i cantieri navali li hanno più che raddoppiati.
Quanto ai margini aziendali, la ricerca dell’Area studi di Mediobanca indica che nel nel 2025, su 100 euro di ricavi, alle imprese sono restati in media 6,7 euro di utile operativo, come nel 2024 e sopra la media di 5,6 euro tra il 2016 e il 2022. Sempre nel 2025, le 1.700 società che hanno preso parte all’indagine hanno investito 35,5 miliardi di euro in impianti, macchinari ed edifici: a prezzi costanti il livello più alto dal 2016. In questo riguardo, l’industria ha registrato 25,7 miliardi di euro di investimenti, mentre nei servizi sono rimasti a 9,9. Le imprese non si sono indebitate più del solito: i loro debiti con banche e obbligazionisti valevano nel 2025 il 73,8 per cento del patrimonio, contro una media del 78,9 per cento tra il 2016 e il 2024. Anche i dipendenti sono aumentati dell’1,3 per cento nel 2025 rispetto al 2024 e dell’11,8 per cento in dieci anni. La crescita del decennio, secondo i dati raccolti da Mediobanca, viene però tutta dalle società private, che hanno aumentato i dipendenti del 16,3 per cento, mentre quelle controllate da enti pubblici li hanno ridotti del 4,9 per cento.
Mediobanca calcola anche il valore residuo che resta alle imprese dopo avere remunerato tutti i soggetti coinvolti nell’impresa, compresi i portatori di capitale proprio dopo aver pagato tutti i costi: tra il 2016 e il 2025 è stato in media di 9.300 euro l’anno per dipendente. Negli stessi dieci anni il costo del lavoro per dipendente, cioè stipendio lordo e contributi, è però salito del 18,8 per cento, meno della produttività, che invece è cresciuta del 22,6 per cento. Tolta l’inflazione (21,4 per cento, cumulata), nel 2025 un dipendente costava alle imprese il 2,2 per cento meno che nel 2016. Mediobanca definisce questo andamento “deludente in termini reali” e fa il conto di quanto servirebbe per chiudere la distanza con i salari reali del 2021: nel 2025 il costo medio per dipendente avrebbe dovuto essere di circa 71.500 euro invece di 67.300, cioè circa 4.200 euro in più.
In ogni caso, i dati elaborati da altre istituzioni mostrano come i rinnovi contrattuali non siano bastati a compensare i rincari del 2022 e del 2023. Un esempio è la Banca d’Italia che a gennaio 2026 (oppure l’Ocse più di recente) nel suo bollettino economico ha rilevato che le retribuzioni contrattuali a novembre 2025 erano ancora sotto quelle di gennaio 2021 del 7,7 per cento in termini reali, attribuendo il ritardo ai rinnovi più lenti e alla minore diffusione delle clausole di recupero dell’inflazione.