Il “tetto” sui carburanti di Avs crolla sotto il peso delle contraddizioni

Il vincolo volontario di Eni funziona perché a monte c'è chi paga; imposto a tutti, colpirebbe le pompe bianche

29 SET 26
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Per Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, “lo sconto delle compagnie petrolifere è solo un’elemosina”. Il governo, dicono, dovrebbe varare un decreto “che metta un tetto al prezzo dei carburanti per un anno e lo riporti ai livelli di settembre 2025”: circa 1,70 euro al litro per il gasolio e 1,60 per la benzina, contro i 2,19 euro e 1,99 euro promessi da Eni e Ip. Per parafrasare H.L. Mencken la proposta è chiara, semplice e sbagliata – e, si potrebbe aggiungere, incoerente.
Per comprenderne gli effetti economici bisogna guardare all’intera filiera. Gruppi come Eni sono verticalmente integrati: attraverso società e divisioni diverse operano nell’estrazione del greggio, nella raffinazione e nella distribuzione. Semplificando, le raffinerie comprano il petrolio a prezzi di mercato, e rivendono alle reti distributive i prodotti lavorati sempre a condizioni di mercato. L’impegno assunto da Claudio Descalzi, poi sostanzialmente replicato da IP e forse altri (Palazzo Chigi sta facendo una moral suasion sul Kuwait per indurre il gruppo Q8 a seguire la politica di prezzo di Eni e degli azeri di Socar/IP), riguarda l’ultimo anello: la vendita al consumatore.
Ciò significa che Enilive, la società del gruppo Eni che gestisce le stazioni di servizio, acquista carburanti a prezzi di mercato da altre società del medesimo gruppo o da soggetti terzi, per poi cederli a un prezzo non superiore al tetto. Il sacrificio economico si traduce in una compressione del margine, o addirittura una perdita, alla pompa. Ma Eni può assorbirne l’impatto perché è un gruppo integrato: l’aumento delle quotazioni internazionali comporta maggiori spese nel segmento della vendita, ma anche maggiori utili dall’estrazione e raffinazione del greggio. Il costo a valle può essere compensato dalla redditività a monte.
E’ precisamente questo che rende il tetto volontario molto diverso da un tetto imposto a tutti dal governo. Gli operatori indipendenti non hanno accesso a quei profitti a monte. Per loro l’aumento del prezzo dei prodotti è semplicemente un aumento dei costi. Se vogliono seguire Eni e Ip per non perdere quote di mercato, devono rinunciare ai propri margini; se vendessero sottocosto per un periodo prolungato, non avrebbero modo di compensare le perdite. Le pompe bianche rappresentano circa un terzo della rete italiana: la loro presenza è una delle ragioni per cui il mercato ha sviluppato una vivace dinamica concorrenziale. Un tetto generalizzato potrebbe dunque avere un effetto paradossale: per tenere basso il prezzo alla pompa, si finirebbe per costringere al fallimento proprio alcuni degli operatori che hanno contribuito a contenerlo. E non è un dettaglio: i prezzi italiani dei carburanti, al netto delle imposte, sono inferiori alla media europea.
Perché, allora, non applicare il tetto al piano superiore, comprimendo i margini di raffinazione? Il problema sarebbe lo stesso, solo su una scala differente. Nell’immediato, a parità di condizioni, si incentiverebbe la destinazione dei prodotti verso i mercati in cui il prezzo non è soggetto a vincoli amministrativi. Nel lungo periodo si ridurrebbe la redditività di attività industriali che hanno già attraversato anni difficili. Il rischio sarebbe di accelerare la dismissione di capacità di raffinazione proprio mentre l’Europa si interroga su come conservarne un livello sufficiente a proteggerci dagli choc.
C’è infine una contraddizione politica. Avs sostiene da anni che il prezzo dei combustibili fossili debba aumentare, anche attraverso strumenti come l’Ets, per rendere più conveniente la transizione verso tecnologie alternative “pulite”. Ora che i rincari stanno facendo esattamente ciò che una politica climatica dovrebbe perseguire – rendere più costoso l’uso dei fossili e incentivare la diversificazione – la risposta è neutralizzarne il segnale. Vorrebbero trasferire il costo altrove: sui contribuenti, attraverso il taglio delle accise, oppure sugli azionisti delle compagnie petrolifere, attraverso un tetto ai prezzi che limiterebbe gli utili e quindi la remunerazione del capitale investito. Ma in tal modo verrebbe meno proprio lo stimolo a passare a fonti energetiche più pulite.
Insomma: le proposte di Avs sono controproducenti nel mondo reale, nel quale renderebbero i carburanti ancora più cari. Ma sono anche contraddittorie nel mondo immaginario delle promesse elettorali: non si può contemporaneamente invocare la decarbonizzazione e pretendere di sussidiare il consumo dei fossili.