Economia
Ceto medio e Cetto la qualunque •
La trappola fiscale del ceto medio: molti non pagano niente, tanti pagano poco, pochi pagano tanto
I dati sul fisco ci ricordano che la classe media è sempre tartassata. Ma ogni volta che si tenta di tagliare le tasse sopra i 35 mila euro annui scatta l’indignazione: “Niente regali ai ricchi”
26 SET 26

Circa la metà degli italiani, 24,8 milioni di persone, non dichiara redditi e non paga tasse; circa il 70 per cento dei contribuenti, quelli con reddito annuo fino a 29 mila euro, paga solo il 21 per cento di tutta l’Irpef; mentre quanti dichiarano dai 35 mila euro lordi in su, ovvero il 19 per cento dei contribuenti, versano circa i due terzi (65 per cento) del gettito Irpef complessivo. Considerando anche i redditi tra 29 e 35 mila euro (l’11 per cento), il 30 per cento dei contribuenti paga il 79 per cento dell’Irpef. Tutti i giornali, e i media in generale, hanno dato il giusto risalto ai dati presentati dall’Osservatorio Itinerari Previdenziali sulle dichiarazioni dei redditi 2024 che mostrano, con i freddi numeri, la distribuzione del carico fiscale: tantissimi non pagano niente, tanti pagano poco e poi c’è un gruppo di “ricchi” – la fascia che dichiara oltre 35 mila euro l’anno, ovvero a partire da circa 2 mila euro netti al mese) – che viene spremuta come un limone. Questa fotografia è utile per guardare, da un lato, a cosa è successo all’Irpef finora e, dall’altro, a cosa succederà nei prossimi mesi e anni. Per il passato, la soglia di 35 mila euro individuata da Itinerari Previdenziali è una sorta di spartiacque. E’, del tutto casualmente, la soglia individuata da un recente studio dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) sull’evoluzione dell’Irpef dal 1990 al 2026.
In questi 36 anni, infatti, è successo che le varie riforme fiscali hanno trasformato profondamente l’Irpef: “Da un prelievo moderatamente progressivo sui redditi da lavoro dipendente, si è passati a un sistema marcatamente progressivo, caratterizzato da un forte sostegno ai redditi più bassi e da un crescente carico fiscale sui redditi più elevati”, scrive l’organismo indipendente nello studio di Stefano Boscolo, Corrado Pollastri e Lorenzo Toffoli. E c’è proprio una soglia che separa i vincenti dai perdenti: 35.100 euro. Sotto le tasse sono scese, sopra sono aumentate.
Sebbene sia diminuito il numero di aliquote, al contrario di ciò che si è erroneamente portati a pensare, dal 1990 sono aumentate sia la progressività sia la capacità redistributiva dell’Irpef. Per i redditi tra 8 e 30 mila euro annui “l’aliquota effettiva risulta sensibilmente inferiore rispetto a quella del 1990”, scrive l’Upb nello studio dal titolo “La dinamica retributiva e il ruolo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche”. Mentre sopra i 35.100 euro (a prezzi del 2026) l’Irpef è diventata “più onerosa”: “Le riforme (le più incisive sono quelle dei governi Renzi, Meloni e Berlusconi, ndr) hanno progressivamente concentrato gli sgravi fiscali sulla parte medio-bassa della distribuzione mentre sui redditi medio-alti il prelievo in termini reali è aumentato soprattutto a causa del drenaggio fiscale”.
Sempre casualmente, la soglia di 35 mila euro annui è quella che il governo Meloni aveva individuato come limite massimo per ottenere la generosa decontribuzione (6 punti), che successivamente è stata inglobata all’interno dell’Irpef. Nel complesso, considerando solo questa legislatura, la politica economica di Meloni e Giorgetti ha seguito questa tendenza: i redditi medio-bassi sono stati avvantaggiati e sono stati più che compensati del fiscal drag – come mostrano i dati di Inps, Banca d’Italia e Bce – quasi fino al recupero di tutta l’inflazione nel reddito netto; mentre i redditi medio-alti (sopra i 35-40 mila euro) sono stati penalizzati, hanno subìto cioè un aggravio, principalmente per effetto del fiscal drag.
Tutti ora si dicono d’accordo a tagliare le tasse al ceto medio, ma non è così. Ai tempi del governo Draghi, che soppresse l’aliquota al 41 per cento (55-75 mila euro) e ridusse sul terzo scaglione (28-50 mila) l’aliquota dal 38 al 35 per cento, la Cgil si scagliò contro una riforma a favore dei “ricchi”. Quando l’anno scorso, il governo Meloni ha tagliato l’aliquota dal 35 al 33 per cento sullo scaglione 28-50 mila euro, l’opposizione si è scagliata contro “un regalo ai più ricchi” (Bonelli, Avs); “una misura che aumenta le disuguaglianze” (Boccia, Pd); “il misero intervento sull’Irpef avvantaggia per l’85 per cento le famiglie più ricche”; “il 70 per cento dei lavoratori e dei pensionati ci guadagna nulla” (Landini, Cgil).
Questo ci conduce al secondo punto, al futuro. A quello prossimo. Tra poche settimane entrerà nel vivo la discussione della legge di Bilancio e tra le proposte sul tavolo del governo c’è l’ampliamento da 50 a 60 mila euro della soglia del secondo scaglione, che farebbe applicare su questi 10 mila euro l’aliquota del 33 per cento anziché del 43 per cento. E’ una proposta che il centrodestra avanza da un paio d’anni, ma che ogni volta ripone nel cassetto, per mancanza di risorse e di volontà politica. Sarà facile prevedere quale sarà la reazione quando verrà inserita nella prossima legge di Bilancio: “Il governo taglia le tasse ai ricchi”. Titoleranno così molti giornali, gli stessi che oggi denunciano l’oppressione fiscale del ceto medio. Ma sono sempre quegli 8 milioni di italiani, quel 19 per cento di contribuenti che guadagna più di 35 mila euro, che versa il 65 per cento dell’Irpef e che dal 1990 in poi ha solo visto aumentare la pressione fiscale.