I due forni di Bpm, la banca dei matrimoni mancati

Unicredit accelera sul dossier Bpm e il governo è pronto a una divisione sofferta: un po’ Orcel, un po’ Francia
24 SET 26
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Foto ANSA

Nella grande partita del risiko bancario, e mentre si aspetta di capire se sul futuro di Mps prevarrà la linea di Luigi Lovaglio o quella di Intesa Sanpaolo, c’è un altro dossier importante e molto caro a Giancarlo Giorgetti. Il dossier riguarda Banco Bpm, la banca dei molti corteggiatori e dei matrimoni mancati. La voleva Unicredit, che ritirò l’offerta dopo il muro delle prescrizioni governative sul golden power. La cerca oggi Mps, che ha inserito Bpm nella sua strategia per difendersi dalla scalata di Intesa. Prima ancora Banco Bpm aveva tentato una combinazione con Siena, poi saltata anche di fronte al muro di Crédit Agricole, primo azionista di Bpm con il 29,3 per cento. Lo splendido isolamento continua, con il custode dell’indipendenza che parla francese e non ha intenzione di tirarsi indietro. Oggi però si torna al punto di partenza, ma con le parti rovesciate. Unicredit ha chiuso il contenzioso con il governo, ritirando l’appello al Consiglio di stato sulle prescrizioni del golden power.
Il disgelo con il ministero dell’Economia ha riaperto un canale politico. Già a giugno Giorgetti aveva osservato che Unicredit avrebbe potuto riprovare l’operazione. Ora, secondo diversi operatori finanziari a conoscenza del dossier, il Mef avrebbe chiesto, prima dell’estate, ad Andrea Orcel una mano per evitare che Bpm finisca interamente nell’orbita di Parigi. E un’iniziativa di Unicredit viene descritta dalle stesse fonti come imminente, anche per stoppare eventuali appetiti francesi. Il paradosso è evidente: per impedire un’acquisizione italiana si è contribuito a rafforzare il socio francese. Ora si torna a cercare proprio la banca italiana che un anno fa era stata respinta per limitarne l’espansione. Le voci hanno già avuto un riflesso sul mercato: il 21 settembre Bpm ha guadagnato il 4,3 per cento, mentre circolavano indiscrezioni su una possibile iniziativa congiunta di Unicredit e Agricole. Gli operatori studiano varie opzioni. Uno schema possibile potrebbe essere un’offerta di Unicredit sull’intero Banco, accompagnata dall’impegno a cedere ad Agricole una parte della rete: sportelli, ma anche depositi, prestiti e rapporti con la clientela. Un altro schema potrebbe rovesciare i ruoli, con i francesi promotori dell’operazione e UniCredit destinataria di un perimetro concordato. La spartizione sarebbe dunque industriale, non una semplice comproprietà. Quali attività, quanti sportelli, a quale prezzo: tutto resterebbe da negoziare. Andrebbero definiti anche il destino del risparmio gestito e le garanzie per dipendenti, clienti e imprese finanziate. Ma l’idea che Unicredit e Agricole possano trovare un’intesa per dividersi il perimetro di Bpm non è più fantafinanza. La domanda è dunque chi darà le carte. Chi partirà per primo potrà provare a stabilire il prezzo del matrimonio e quello della separazione. La partita resta aperta. Ma agli osservatori più smaliziati non sfuggirà il cambio di metro. Ieri il governo considerava un insuccesso per l’Italia che Unicredit comprasse tutta Bpm. Tra le prescrizioni imposte con il golden power c’era anche il disimpegno della banca dalla Russia. Da allora Unicredit ha drasticamente ridotto l’esposizione russa e ha avviato la cessione di gran parte delle attività locali, anche se l’uscita non è ancora completa e il closing è previsto nel 2027. Oggi lo stesso governo potrebbe considerare un successo che Unicredit riuscisse a conquistare anche soltanto una parte di Bpm. Il patriottismo bancario, dopo avere alzato i muri, scopre i vantaggi delle divisioni. Lo splendido e redditizio isolamento di Bpm durerà ancora? Chissà.