Meloni vola in Norvegia a caccia di petrolio e gas. Il peso energetico di Oslo per l'Ue

Il paese è il principale fornitore di gas naturale dell'Unione (31 per cento). La missione della premier per consolidare la collaborazione bilaterale su innovazione tecnologica, difesa ed energia con uno dei più grandi player mondiali del settore energetico

16 SET 26
Ultimo aggiornamento: 18:54
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Giovedì la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sarà in visita nel Regno di Norvegia: è la prima visita di un premier italiano nel paese da quasi 15 anni. L'obiettivo giustifica il viaggio: consolidare la collaborazione bilaterale su innovazione tecnologica, difesa ed energia con Oslo, fra i più grandi player mondiali del settore energetico. Tema fondamentale per Palazzo Chigi, in cui si ragiona su un ennesimo taglio temporaneo delle accise sul gasolio, e su cui nelle ultime settimane Meloni si è spesa sollecitando l'Unione europea a mettere in campo misure mirate e immediate sui prezzi dell'energia.
La Norvegia rimane un attore di piccole dimensioni nel mercato globale dell'energia. Nonostante rientri fra i 10 maggiori produttori di petrolio nel 2025, la produzione di greggio copre circa il 2 per cento della domanda mondiale, mentre quella di gas naturale il 3 per cento. Eppure, come esportatore è un interlocutore significativo, specialmente per l'Ue. Nel 2025 ha esportato circa 122 miliardi di metri cubi di gas, quasi tutto verso l’Europa, confermandosi come principale fornitore di gas naturale (gas naturale liquefatto e trasportato tramite gasdotto) dell'Unione, con una quota del 31 per cento (in aumento rispetto al 24 per cento del 2021). La Norvegia ha rappresentato la maggior parte delle importazioni di gas tramite gasdotto nell'Ue nel 2025, con 86 miliardi di metri cubi (pari al 54 per cento, dunque oltre la metà).
Per quanto riguarda l'Italia, la Norvegia ha fornito al nostro paese circa il 6,5 per cento del gas naturale importato nel 2023 (dati Arera). Valori in netta crescita rispetto al 2,7 per cento registrato nel 2021, segno di un corposo balzo dovuto alle conseguenze dell'attacco russo in Ucraina. Sul fronte petrolifero, i numeri dell'Unione Energie per la Mobilità (Unem) relativi allo scorso anno segnalano che la quota norvegese di greggio importato dall'Italia è pari al 1,7 per cento. Complessivamente, petrolio e gas rappresentano oltre la metà del valore totale delle esportazioni di merci norvegesi, rendendo di fatto il paese il quarto esportatore di gas naturale al mondo, dopo Russia, Qatar e Stati Uniti. 
La maggior parte del gas naturale norvegese venduto sul mercato europeo viene trasportata ai terminali di ricezione in Germania, Regno Unito, Belgio, Francia e Danimarca (con un collegamento alla Polonia tramite il gasdotto Baltic Pipe) attraverso la rete di gasdotti norvegese. Il gas norvegese rappresenta una quota considerevole del consumo totale di gas in questi paesi destinatari, anche se una parte significativa del gas viene trasportata ulteriormente verso altri paesi europei. Finora è stata estratta solo circa la metà delle risorse di gas stimate in Norvegia, e si prevede che il livello di produzione rimarrà elevato e stabile nei prossimi anni. Verso il 2030 e oltre, si prevede un graduale calo dei livelli di produzione, fa sapere il ministero norvegese dell'energia
Gli oleodotti vengono utilizzati per trasportare il petrolio dalla piattaforma continentale norvegese a quattro terminali a terra: Teesside nel Regno Unito, mentre in Norvegia Sture, Mongstad e Kårstø. Quest'ultimo è il più grande impianto di trattamento del gas del suo genere in Europa: circa un quarto della produzione norvegese di gas transita attraverso le sue infrastrutture, e gran parte di questo viene trasportato in Europa tramite gasdotti diretti in Belgio, Francia e Germania.
Ad agosto il ministro norvegese dell'Energia, Terje Asland, ha dichiarato che il paese (che non appartiene all'Ue) intende mantenere gli attuali livelli di produzione ed esportazione di petrolio e gas almeno fino al 2035. E il Mare di Barents, nell'estremo nord della Norvegia, è destinato a svolgere un ruolo cruciale, dato che poiché la produzione energetica potrebbe diminuire significativamente dopo il 2030 senza la scoperta e lo sviluppo di nuovi giacimenti. Dall'Unione Europea si mantiene l'intransigenza sul divieto di nuove trivellazioni nell'Artico, a causa dei rischi ambientali. Tuttavia, non è escluso che le preoccupazioni energetiche dovute prima alla guerra in Ucraina e poi alle tensioni in medio oriente convincano i funzionari di Bruxelles a rivedere le loro priorità