Conte non ha ancora fatto i conti con il debito da Superbonus

Si prende il merito di un suo calo immaginario e non tiene conto dei buchi a colpi di 38-39 miliardi l’anno dopo il 2023. La cosa più preoccupante è se si candida a guidare di nuovo il paese con la stessa dissennata politica fiscale

15 SET 26
Ultimo aggiornamento: 05:32
Immagine di Conte non ha ancora fatto i conti con il debito da Superbonus
“Siamo quelli che hanno fatto una politica progressista”, ha detto Giuseppe Conte alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia, rievocando gli anni del governo giallorosso, quelli del contrasto al Covid, del blocco dei licenziamenti e dell’accordo sul Next Generation Eu. Ma l’ex premier, già “punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste” secondo la definizione di un ex segretario del Pd, ci ha aggiunto il risanamento dei conti pubblici: “Abbiamo fatto ripartire il paese: in tre anni abbiamo ridotto il rapporto debito pubblico pil di ben 20 punti”.
Presentare gli anni dello sconquasso del bilancio pubblico come quelli della responsabilità fiscale è una mancanza di rispetto nei confronti della verità: un’operazione spregiudicata sia dal punto di vista storico sia da quello politico. Innanzitutto, perché Conte si riferisce a un arco temporale che abbraccia tre diversi governi. 
Il debito pubblico, dopo essere schizzato di 20 punti dal 133,9 per cento del 2019 al picco del 154,4 per cento nel 2020, anno della profonda recessione dovuta al Covid, è tornato al 133,9 per cento nel 2023. Ma in questo periodo si sono succeduti tre esecutivi con tre differenti maggioranze: Conte (fino al febbraio 2021), Draghi (2021/2022) e infine Meloni (da fine ottobre 2022 in poi). Ogni governo ha contribuito con una legge di Bilancio: Conte per il 2021, Draghi per il 2022 e Meloni per il 2023. Attribuire quindi tutta la discesa del debito al solo esecutivo giallorosso è, da parte del leader del M5s, una scorrettezza dal punto di vista fattuale.
In realtà l’affermazione di Conte contiene un elemento di verità che, però, la rende ancora più grottesca. Questo triennio, infatti, dal punto di vista della finanza pubblica, è stato dominato da una misura introdotta nel 2020 dal suo governo: il Superbonus. Il credito fiscale del 110 per cento per le ristrutturazioni, insieme agli altri bonus edilizi, è costato fino al 2023 circa 220 miliardi di euro. Il solo Superbonus è costato 160 miliardi, con un picco di oltre 80 miliardi nel 2023.
Il punto, però, è che dal punto di vista contabile questi crediti fiscali sono stati conteggiati nel deficit degli anni di emissione (2021-2023) ma non nel debito pubblico. Perché, formalmente, in quegli anni erano in pancia alle banche che li avevano acquistati e solo alla loro scadenza si sono progressivamente scaricati sul debito pubblico. Per il Superbonus (quindi senza contare gli altri bonus edilizi) l’impatto sul debito pubblico fino al 2023 è stato di appena 20 miliardi sui 165 totali (il 12 per cento), mentre si è fatto notevolmente più pesante, man mano che i crediti andavano a scadenza, negli anni successivi a colpi di 38-39 miliardi l’anno (il 2027, con 21,5 miliardi, sarà l’ultimo anno con un conto così salato). Questo vuol dire che se negli anni dal 2021 al 2023 la spesa del Superbonus ha avuto un impatto sulla crescita del pil e sul gettito fiscale ma non sul debito pubblico, dal 2024 in poi è accaduto il contrario: l’effetto sul pil e sulle entrate si è fermato ed è emerso il peso sul debito pubblico. Un po’ come succede con una sbronza: prima si beve e c’è l’euforia, poi arriva il mal di testa.
Per questa ragione, negli anni successivi, nonostante al Mef il ministro Giancarlo Giorgetti abbia ridotto il deficit dall’8,1 per cento del 2022 al 3,1 del 2025, il debito pubblico è tornato a crescere al 137,1 per cento nel 2025 ed è previsto al 139,2 per cento nel 2027, quando sarà il più alto d’Europa.
Il Superbonus ha così prodotto un’illusione ottica: il debito scende quando il deficit è al 9 per cento e sale quando il deficit si riduce al 3 per cento. Ma sarebbe stupido pensare che per ridurre il debito si debba aumentare il disavanzo, perché il debito altro non è che la somma dei deficit. Se la narrazione di Conte sulla discesa del debito per opera del suo governo è un falso storico, la cosa più preoccupante per il futuro è se si candida a guidare di nuovo il paese con la stessa dissennata politica fiscale: errare è Superbonus, perseverare è default.