Giorgetti promette di nuovo sgravi per i giovani. I soldi poi si trovano solo per le pensioni

Fino a settembre si pensa alle nuove generazioni. Da ottobre, quando si fanno i conti con le risorse per la manovra e i voti da raccogliere in vista delle elezioni, l’interesse si sposta altrove

11 SET 26
Ultimo aggiornamento: 06:06
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Settembre è, generalmente, il mese in cui il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti pensa alle giovani famiglie. “Meno tasse a chi fa figli” era il principio di una misura escogitata dal Mef alla fine delle vacanze estive del 2024: l’idea, all’epoca anticipata dal Foglio, era l’introduzione di “un quoziente familiare per le detrazioni” che sarebbe costato 5-6 miliardi di euro e che, probabilmente proprio per questo, non andò in porto. Nel 2025, sempre a settembre, quando c’era da mettere sul tavolo le idee per la manovra, il Messaggero diede notizia di una nuova proposta giorgettiana per taglaire le tasse a chi fa figli: una “super detrazione” per le madri di 2.500 euro per il primo figlio che cresce di 5.000 euro per ogni figlio ulteriore. Ma allora non se ne fece nulla.
In questo settembre, stagione 2026, all’evento della Lega “A tua difesa – verso la Finanziaria 2027”, Giorgetti ha lanciato una nuova proposta, che non riguarda più chi fa i figli ma i giovani più in generale: un “vantaggio fiscale”, da concordare con la disponibilità degli imprenditori ad alzare le retribuzioni, che operi come una “flat tax” sull’aumento degli stipendi. Con l’obiettivo di evitare l’emigrazione dei giovani all’estero. Il meccanismo non è nuovo per il centrodestra. Si tratterebbe, in sostanza, di una nuova versione della cosiddetta “flat tax incrementale” che il governo aveva introdotto (al 15 per cento) nel 2023 per gli autonomi, ma che è durata solo un anno. L’anno scorso lo stesso sistema è stato applicato ai rinnovi contrattuali. 
Nella legge di Bilancio per il 2026, infatti, il governo ha introdotto una “flat tax incrementale” per i rinnovi contrattuali per sostenere i salari. La misura, particolarmente apprezzata dalla Uil che per la prima volta in questa legislatura ha lasciato la Cgil a fare da sola lo sciopero generale, prevede per i dipendenti del settore privato un’imposta sostitutiva del 5 per cento sugli aumenti da rinnovi contrattuali, del 15 per cento sulle maggiorazioni per lavoro notturno e festivo e dell’1 per cento sui premi di risultato fino a 5 mila euro. L’agevolazione fiscale, che è temporanea e vale appunto per un solo anno, è stata però accolta positivamente dai sindacati perché considerata una sorta di lubrificante per le trattative con le controparti datoriali sul rinnovo dei Ccnl che faticano a recuperare il potere d’acquisto eroso dall’inflazione.
E’ stato lo stesso Giorgetti a evocare il “grande successo” della detassazione dei rinnovi dei Ccnl e a parlare di “qualcosa di simile” per i giovani. Ma non è ancora chiaro come dovrebbe operare questa flat tax incrementale generazionale.
Se, come pare, si tratta di una misura che opera a livello personale allora vuol dire che l’agevolazione andrà a premiare giovani lavoratori che ottengono un miglioramento individuale di stipendio o di qualifica, una promozione o un cambio di lavoro. Il grosso della detassazione sarebbe quindi “peso morto”: finirebbe cioè per finanzierebbe aumenti salariali che, nella quasi totalità dei casi, ci sarebbero comunque stati. Se invece, come lo descrive il ministro Giorgetti, esattamente come per la detassazione dei rinnovi contrattuali, lo sgravio dovrebbe incentivare un “accordo” per aumentare gli stipendi di tutti i giovani, allora servirebbe una sorta di contratto collettivo generazionale che al momento non esiste e non si comprende quale controparte dovrebbe siglare.
L’altro problema, che è consustanziale a tutte le versioni di “flat tax incrementale” dagli autonomi ai rinnovi contrattuali, è il beneficio temporaneo: dagli anni successivi, l’incremento retributivo viene assoggettato alle aliquote Irpef ordinarie. Le imposte, cioè, aumenterebbero. Ma se il bonus è uno sconto a termine sulle tasse, non viene affrontato alcun nodo strutturale e, verosimilmente, avrebbe un impatto nullo sulla decisione (o meno) di un giovane di andare a lavorare all’estero.
Ci sono altre proposte fiscali per i giovani. Italia viva, con una proposta che poi è stata fatta propria da tutto il campo largo, nella scorsa legislatura ha proposto la cosiddetta Start tax che prevede tre aliquote ridotte del 10, 20 e 30 per cento (anziché del 23, 35 e 43 per cento ordinarie) per gli under 35. La misura, a differenza da quella tratteggiata da Giorgetti, è strutturale e generalizzata ma ha il piccolo problema di essere molto costosa: 10 miliardi di euro.
Sarebbe interessante un dibattito su quali possano essere le misure fiscali più adeguate per aumentare l’occupazione giovanile, far crescere i salari dei più giovani e dare una spinta alla natalità. Ma la sensazione è che, come ogni anno, passato il mese di settembre in cui dopo l’estate si pensa alle nuove generazioni, già a ottobre man mano che ci si avvicina ai fare i conti reali con le risorse a disposizione per la manovra e i voti da raccogliere in vista delle elezioni, l’interesse si sposterà verso i più anziani e le pensioni.
Il sottosegretario della Lega Claudio Durigon ha già presentato qualche proposta che costa svariati miliardi. Il campo largo e la Cgil si sono già ribellati perché sono troppo pochi. Finirà che verrà rinviato ancora, come richiesto dai partiti di centrodestra e da quelli di centrosinistra, l’adeguamento di tre mesi dell’età pensionabile all’aspettativa di vita. Altri due miliardi. A pagare, naturalmente, saranno i giovani. Gli stessi a cui, ogni settembre, viene promesso un taglio delle tasse.