Lovaglio teme i francesi, Orcel fa un passo in Generali. Risiko e caos

Un’indiscrezione parla di uno stop all’offerta su Banco Bpm, ma Siena smentisce: “Progetto industriale confermato”. Intanto Crédit Agricole resta il convitato di pietra del risiko giocando un ruolo decisivo per qualsiasi partita su Banco Bpm

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Il Gran Finale del risiko bancario si avvicina, “The end of game”, come l'ha battezzato qualcuno, ma il campo di gioco è disseminato di mine. Ieri sera è nato un giallo che la dice lunga sul clima che si comincia a respirare. L’agenzia AdnKronos ha lanciato la notizia di un passo indietro di Mps su Banco Bpm. Secondo questa indiscrezione riferita all’agenzia da fonti finanziarie, la strategia dell’ad Luigi Lovaglio potrebbe prendere una direzione diversa da quella delineata nelle ultime settimane e concentrarsi, almeno in questa fase, esclusivamente su Banca Generali. Fonti vicine al dossier, però, ribadiscono al Foglio che la banca senese “è concentrata a proseguire nel progetto industriale come annunciato al mercato con le due ops su Banco Bpm e Banca Generali”. In effetti, uno stop su Bpm sarebbe quantomeno contraddittorio rispetto allo spirito dell’operazione complessiva che è stata presentata pubblicamente da Siena come alternativa all’opas lanciata da Intesa Sanpaolo con il supporto di Unipol-Bper. I dubbi, però, nascono dal fatto che il maggior azionista di Bpm, la francese Crédit Agricole, si è mostrata molto fredda riguardo a un eventuale matrimonio con Mps e a oggi non emergono segnali che la posizione sia cambiata. Per Parigi, l’opzione preferibile sarebbe quella della fusione della banca milanese con Crédit Agricole Italia, anche se l’operazione potrebbe creare malumore nel governo Meloni a un passo dalle elezioni politiche. La banca milanese cara alla Lega che va ai francesi. Uno scenario indigesto per Palazzo Chigi per quanto venga ripetuto che il governo vuole essere neutrale nel consolidamento bancario.
Lovaglio ha contato finora proprio su questo malumore per costruire la sua proposta basata su una doppia offerta pubblica di scambio: Bpm e Banca Generali. Allo stato, secondo AdnKronos, l’operazione su Bpm non sarebbe necessariamente accantonata, ma potrebbe rappresentare una seconda fase del progetto. Insomma, il coinvolgimento preventivo di Banca Generali – sul quale Lovaglio è più confidente – consentirebbe a Mps di affrontare il dossier milanese da una posizione di maggiore forza. Tali rumor, però, non tengono conto del fatto, come spiegano legali esperti al nostro giornale, che la doppia offerta sia stata ormai lanciata da Siena ai sensi dell’art. 102 del testo unico della finanza. E che non si può cambiare traiettoria senza una informativa sensibile e dettagliata al mercato. E’ questa la classica situazione che richiederebbe un intervento della Consob con la richiesta di un chiarimento a Mps (“senza indugio” come prevede la legge) visto che sono coinvolti diversi titoli di società quotate. In tutto questo, una cosa, però, è certa. Qualunque soggetto intenzionato a intervenire su Banco Bpm dovrà necessariamente confrontarsi con il gruppo francese. Lovaglio, dal canto suo, avrebbe avviato canali di comunicazione con Parigi, ma allo stato non si sa con quali risultati. La presenza di Crédit Agricole rappresenta di fatto un deterrente anche per Unicredit, che non ha mai smesso di considerare Banco Bpm una preda appetibile per aumentare il suo peso in Italia dove le distanze con Intesa Sanpaolo rischiano di ampliarsi.
Intanto, la banca guidata da Andrea Orcel ha ottenuto dalla Bce il cosiddetto Danish Compromise, i cui benefici, per adesso, non si estendono alla quota detenuta in Generali. Avere il Danish per una banca vuol dire usufruire di uno sconto patrimoniale per le partecipazioni azionarie detenute in compagnie assicurative, ma solo quando queste consentono il controllo e il consolidamento. Il paradosso è che neanche Mps è certa di ottenere questo vantaggio per la partecipazione del 13 per cento che oggi detiene nel Leone attraverso Mediobanca. Perché il Danish – dicono le regole Ue – non si eredita. La merchant bank di Piazzetta Cuccia ne usufruiva in quanto “grand fathering” di Trieste. La Mediobanca controllata dall’istituto guidato da Luigi Lovaglio no, almeno non ancora. Inoltre, il Danish non vale per le assicurazioni che comprano le banche. Per esempio, Philippe Donnet, ad di Generali, non usufruirà di vantaggi patrimoniali se dovesse diventare azionista di Montepaschi in seguito allo scambio con Banca Generali proposto da Lovaglio. Donnet non sarebbe contrario ad appoggiare l’operazione se questo può creare valore per il gruppo. In cambio, il Leone punta a subentrare al posto di Axa nella partnership assicurativa che scade nel 2027. E questa possibilità Lovaglio gliela sta facendo intravedere.