Economia
La Donna è Stabile •
La “stabilità” di Meloni è un risultato da non sottovalutare
L’opposizione sbaglia a sminuirne i benefici: basta guardare al contesto internazionale e a ciò che succede in Europa

Sicuramente Giorgia Meloni eccede in trionfalismo nelle celebrazioni per il record di durata del suo governo (1.414 giorni finora): le celebrazioni di Bari e la brochure di FdI con tutti i primati dell’esecutivo cozzano con i sondaggi che registrano una crescente insoddisfazione dell’elettorato (l’ultimo di YouTrend per Sky indica 36 per cento di giudizi positivi e 59 per cento negativi). Ma forse l’opposizione sbaglia a sottovalutare l’importanza della stabilità, soprattutto in un contesto internazionale molto critico come quello attuale. E’ indubbiamente vero che la durata non è un valore in sé, ma è altrettanto vero che basta restare fermi per non cadere. Uno sguardo a ciò che succede in Europa aiuta a comprendere.
Da quando Meloni si è insediata a Palazzo Chigi, il 22 ottobre 2022, ha visto avvicendarsi quattro primi ministri in Regno Unito e cinque primi ministri in Francia (in sei governi): due sistemi politico-istituzionali che incarnavano la stabilità. In Spagna il governo di minoranza di Pedro Sánchez, che non ha presentato neppure una legge di Bilancio in tutta la legislatura, con il sistema istituzionale italiano che consente le mozioni di sfiducia del Parlamento sarebbe caduto da un pezzo.
Nessuno di questi paesi ha dovuto affrontare crisi particolarmente diverse rispetto all’Italia. Il governo laburista di Keir Starmer si è insediato con una maggioranza enorme, circa 200 seggi in più di tutte le opposizioni, eppure il premier è crollato nei sondaggi ed è stato costretto alle dimissioni dal suo partito. La Francia si è impantanata nell’incapacità, per mancanza di consenso politico e sociale, di fare un aggiustamento fiscale: il deficit era al 4,7 per cento nel 2022 e anziché diminuire è aumentato al 5,1 per cento nel 2025. In Germania il governo del cristianodemocratico Friedrich Merz, alle prese con una crisi industriale e la gestione dell’immigrazione, è in forte calo nei consensi e subisce l’ascesa dell’estrema destra di AfD. In Spagna, nonostante una crescita economica robusta (la più alta dell’Eurozona), il governo socialista è in enorme difficoltà anche per effetto della crisi migratoria di Ceuta.
Choc energetico, crisi industriale, stagnazione dei salari, consolidamento dei conti pubblici e gestione dell’immigrazione sono problemi che, in misura variabile, colpiscono tutti i paesi europei. Molti di questi problemi, il governo Meloni è riuscito ad affrontarli senza grossi contraccolpi. Aveva ereditato nel 2022 un deficit fiscale, in buona parte per effetto del Superbonus fuori controllo, dell’8,1 per cento (il più alto dell’Unione europea): in tre anni è stato ridotto al 3,1 per cento (e il ministro Giancarlo Giorgetti spera che nei prossimi giorni la revisione Istat faccia scendere il dato per il 2025 sotto il 3 per cento). Senza questo forte aggiustamento, con il debito pubblico che ora è il più alto d’Europa, dopo la guerra nel Golfo Persico e lo choc energetico, l’Italia era il paese candidato a saltare gambe all’aria. Invece le agenzie di rating hanno migliorato il merito di credito dell’Italia e lo spread è sceso da circa 230 punti a circa 80 punti: ora il rendimento dei Btp italiani è più basso di quello degli Oat francesi. Come ha segnalato la Bce nel suo ultimo rapporto annuale sul 2025, l’aumento dei rendimenti dei Bund tedeschi ha spinto al rialzo tutti rendimenti dei titoli di stato dell’Eurozona: “Ha fatto eccezione il rendimento dei titoli di stato decennali italiani, rimasto sostanzialmente invariato”. Stabile, appunto.
Un altro fattore di stabilità è arrivato dal mercato del lavoro. Rispetto a ottobre 2022, ci sono quasi 1,2 milioni di occupati in più e, soprattutto, circa 1,4 milioni di occupati in più a tempo indeterminato. Magari sono posti di lavoro in settori a basso valore aggiunto e con stipendi relativamente bassi, ma si tratta di contratti stabili: gli occupati a termine, ovvero precari, sono mezzo milione in meno. E’ vero che le retribuzioni non hanno tenuto il passo dell’inflazione (i salari lordi hanno perso il 7-8 per cento), ma è altrettanto vero che le riforme fiscali hanno compensato gran parte della perdita del lordo e che in molti nuclei familiari c’è un percettore di reddito in più. La Banca d’Italia mostra, nell’ultima relazione annuale, che il reddito disponibile delle famiglie è leggermente aumentato ogni anno negli ultimi tre anni.
Gli italiani non sono felicissimi di come vadano le cose su energia, tasse, sanità e sicurezza. Ma non va ignorato che la durata del governo Meloni si sostiene su alcuni fondamentali che hanno evitato forti tensioni sociali e consentito una buona tenuta dei consensi. E questi fattori non saranno irrilevanti quando si dovrà votare. Perché la stabilità non è un grande valore assoluto, ma può esserlo comparativamente: l’alternativa del campo largo, che al momento non ha definito né un perimetro né un programma né un leader, offre qualcosa in più? Oppure rischia di non garantire neppure la stabilità?