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Il fondo sovrano Norges vende i Treasury Usa: debiti sotto pressione
Il più grande investitore istituzionale al mondo ha deciso di ridurre la sua esposizione sui titoli governativi, soprattutto quelli americani. Il messaggio implicito è chiaro: ci fidiamo più delle aziende americane che di Trump. I vantaggi per l'Europa

Foto ANSA
Al termine di una settimana turbolenta per il debito pubblico sui mercati internazionali, arriva una notizia che conferma il malumore degli investitori. Il fondo sovrano norvegese, Norges Bank, il più grande investitore istituzionale al mondo, ha deciso di ridurre la sua esposizione sui titoli governativi, soprattutto quelli americani. La proposta del board del fondo è di portare dal 70 al 50 per cento il peso dei bond pubblici nel suo portafoglio. Il taglio dei Treasury sarebbe di circa 80 miliardi di dollari, passando dagli attuali 215 a circa 135 miliardi. Una discreta batosta per il debito americano già sotto pressione, e per l’Amministrazione Trump che dovrebbe quanto meno spiegare le ragioni di una tale perdita di fiducia alla vigilia delle elezioni di midterm. Complessivamente, Norges Bank Investment Management intende tagliare circa 130 miliardi di titoli di stato in tutto il mondo confermando così che la svendita che si è vista sui mercati a inizio settimana può essere solo l’inizio di uno scossone al debito pubblico globale. Al centro delle vendite da parte degli investitori ci sono gli Stati Uniti. Tanto più che l’esposizione di Norges agli asset denominati in dollari non cambia, poiché i capitali disinvestiti da titoli sovrani verranno riallocati su obbligazioni non governative. Come per dire, ci fidiamo di più delle aziende americane che di Trump.
Nei giorni scorsi, il segretario al Tesoro, Scott Bessent, aveva lamentato al G20 che il “mondo è sommerso dal debito”, ottenendo come risultato di rinfocolare l’ansia degli investitori. Il sell-off di titoli di stato ha colpito in modo quasi indiscriminato le diverse aree ed è stato generato soprattutto dall’attesa di una stretta monetaria da parte delle banche centrali per combattere l’inflazione. Tassi più elevati implicano maggiore costo del debito. Poi, però, nei vari report di mercato, che pure continuano a rimarcare la serietà del tema nella prospettiva di un aumento dei tassi, sono apparsi i distinguo. Non si può fare di tutta l’erba un solo fascio.
Lorenzo Codogno (London School of Economics), per esempio, osserva nell’incipit della sua ultima newsletter che l’Europa nel suo complesso non costituisce l’epicentro della crisi del debito globale. “Rischi ben più gravi – dice Codogno – provengono infatti da altre aree, dagli Stati Uniti e dal Giappone”. Anche Rbc BlueBay, casa di investimento che fa capo alla Royal Bank of Canada, spiega che “nonostante il rumore di fondo” il debito pubblico europeo nel suo complesso si trova in una posizione migliore rispetto ad altre aree. E questo perché i livelli di debito aggregati sono inferiori a quelli del Regno Unito, del Giappone e in particolare degli Stati Uniti. Inoltre, il rapporto tra il costo del debito e le entrate fiscali, spiega Rbc, “è molto più basso nell’Eurozona, dove oscilla tra l’1 e il 10 per cento rispetto a Regno Unito e Usa, dove questo indice supera già il 20 per cento”. Eppoi, bisogna considerare che Grecia e Portogallo hanno migliorato la propria posizione finanziaria, che in Italia, sebbene il rapporto debito/pil rimanga elevato, l’approccio del governo Meloni ha dato i suoi frutti, e che in Francia, conclude Rbc, nonostante i conti pubblici siano sotto pressione “abbiamo notato una visione orientata al consolidamento fiscale da parte di Le Pen, considerata nei sondaggi favorita per la prossima presidenza francese”. Insomma, l’Europa è messa meglio di altri in quanto a sostenibilità del debito pubblico. Tant’è che Norges Bank ha fatto la sua scelta.