Extratasse e profitti, i bersagli del populismo europeo

Dal Regno Unito all’Italia, va di moda colpire le banche in nome di una redistribuzione della ricchezza. Ma il vero costo di queste politiche ricade su famiglie e fondazioni
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Foto ANSA

Il cancelliere dello Scacchiere del Regno Unito, John Healey, sta valutando una tassa sugli “extraprofitti” delle banche. La prima manovra finanziaria del governo Burnham si avvicina e così si cerca il modo per colmare il disavanzo di 4,7 miliardi di sterline nelle finanze pubbliche. Una storia molto simile a quella dell’Italia, dove il vicepremier Matteo Salvini è tornato sul tema dicendo che alle banche “bisognerà chiedere miliardi visti gli utili”. Così, nonostante la contrarietà di Forza Italia, è probabile che l’extra prelievo sugli istituti di credito ci sarà in autunno (come negli ultimi tre anni) sul modello della Spagna, che in questo caso viene citata ad esempio dal ministro. Ma chi paga veramente? E’ la domanda che si è posto Andrea Beltratti, professore di finanza all’Università Bocconi e autore del libro “Il Tempo e il denaro”, il quale ha promosso in questi giorni un dibattito su LinkedIn spiegando che la tassa sui cosìddetti extraprofitti delle banche rischia di ripercuotersi su “famiglie, fondi pensione e fondazioni bancarie, che utilizzano i dividendi per finanziare attività sociali, culturali e sanitarie sul territorio”. Un punto di vista che, probabilmente, chi propone questa soluzione sbandierando un fine di giustizia sociale non ha tenuto in considerazione. “Il mio ragionamento è questo – dice Beltratti al Foglio – secondo alcune stime basate su dati della Banca d’Italia, gli investitori esteri detengono circa la metà del capitale sociale delle aziende quotate italiane. Dunque, se un prelievo straordinario riduce gli utili distribuibili e il valore delle imprese interessate, una parte del costo viene sostenuta fuori dall’Italia, vale a dire dagli investitori internazionali. Potrebbe sembrare un bene, ma è soltanto una parte del calcolo”. L’altra parte, che non si cita mai, è che nelle società quotate italiane ci sono migliaia di risparmiatori, le famiglie e istituzioni come le fondazioni che rappresentano ormai un pilastro del welfare di un paese in cui le risorse pubbliche scarseggiano. “Esiste poi un effetto meno immediato che è il rischio politico – osserva l’economista –. Se ogni anno, in occasione della legge di Bilancio, si torna a discutere quali settore tassare per fare quadrare i conti pubblici, le aliquote effettive diventano meno prevedibili: l’incertezza potrebbe trasformarsi in una componente sistematica del rischio paese”.
La tassazione degli extraprofitti non è quindi una semplice operazione di redistribuzione di ricchezza come si tende a far credere. “Il possibile risultato – avverte Beltratti – è un aumento del costo del capitale non soltanto per le banche o le imprese energetiche, ma potenzialmente per tutte le aziende italiane. E il beneficio immediato andrebbe confrontato con un possibile costo futuro e cioè una minore attrattività del mercato italiano”. Se, però, oltre alla Spagna, anche un paese come la Gran Bretagna ci sta pensando vuol dire che questa soluzione sta prendendo piede. “In realtà, proprio il Regno Unito non è nuovo a misure simili. E’ già successo nel 1981, quando il governo Thatcher riuscì a recuperare circa 400 milioni di sterline con una tassa aggiuntiva sugli utili delle banche, e nel 1997, quando il governo di Tony Blair impose una tantum balzelli straordinari alle utility privatizzate, come le società telefoniche, per colmare un disavanzo di 5 miliardi di sterline”.
Destra e sinistra si sono comportate, dunque, allo stesso modo in Gran Bretagna, pur trattandosi di episodi isolati. “Qualche dibattito c’è stato di recente anche in Germania e non escludo che vedremo altri governi adottare provvedimenti simili. Del resto, in Europa ci sono diversi paesi che vedono una crescita sproporzionata del rapporto tra debito e pil in una fase in cui le esigenze di spesa pubblica si fanno più pressanti. La politica non ha la forza di sottrarsi. Queste pratiche hanno un carattere populista anche quando sono messe in atto da governi che si professano moderati, con il risultato finale di aumentare il rischio politico del paese stesso”.
Eppure, quando in Italia si parla di tassare gli extraprofitti, le opposizioni stanno in silenzio. “Potrebbero, invece, cogliere al volo l’occasione per invertire la narrazione: dire noi siamo per la certezza delle regole e per la tutela di chi investe capitali in Italia. Una retorica opposta”. Ma poi, conclude l’esperto, nessuno sa a quanto ammonta veramente il contributo dato dalle banche italiane negli ultimi anni alle casse dello stato. “Se alla fine si scoprisse che è stato minimo, come qualcuno sospetta, al danno per la credibilità del paese si aggiungerebbe la beffa”.