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Le multinazionali tascabili non hanno finito la benzina. Il caso Guzzi
L'azienda rinnova lo storico stabilimento di Mandello Lario: aumenta la capacità produttiva e apre un museo, uno store e una caffetteria. La sensazione è che Milano e la Lombardia siano ancora centrali nello sviluppo italiano
2 SET 26

Foto ANSA
Di questi tempi l’inaugurazione (proprio oggi) di un nuovo stabilimento manifatturiero richiama la canonica intenzione di festeggiare con il vitello grasso. Con la riapertura settembrina delle fabbriche non si può certo tacere delle nuvole che si addensano sul sistema industriale italiano con due vertenze che spiccano su tutte: quella degli elettrodomestici con l’abbinata Electrolux (di proprietà svedese) e Beko (di proprietà turca) e l’altra siderurgica con il nuovo round di riorganizzazione dell’Ilva. A far festa, invece, è la Moto Guzzi che appartiene dal 2004 al gruppo Piaggio-Colaninno e che ha preso una decisione che farà gioire i patiti del binomio industria-territorio. Ha infatti deciso di investire sullo storico stabilimento di Mandello Lario nel Lecchese e insieme di rivoltarlo come un calzino combinando così rispetto della tradizione e percorsi di innovazione. L’occasione formale è data dal 105esimo anniversario di attività del brand ma ovviamente la sfida è cambiare per affrontare con maggior piglio la concorrenza internazionale (Bmw, Ktm, Triumph e Royal Enfield) e la turbolenza dei mercati. Lo stabilimento lecchese in quest’occasione è stato doppiamente riprogettato. Le linee di assemblaggio sono state automatizzate e l’intero impianto è stato ridisegnato per farne un hub produttivo (capace di 30 mila moto all’anno) e insieme culturale con un museo, uno store e una caffetteria che puntano a ridurre le distanze con il mercato rappresentato dagli appassionati del brand e a fare della visita alla fabbrica di Mandello Lario una vera esperienza. A firmare il progetto è stato chiamato l’architetto americano Greg Lynn e l’inaugurazione dell’impianto sarà accompagnata da un motoraduno e da una parata finale alla ricerca della massima spettacolarità. Business, turismo e intrattenimento.
Il caso Guzzi dimostra come le multinazionali tascabili italiane non abbiano finito, è il caso di dirlo, la benzina. Anzi inseguono traiettorie di crescita globale facendo proprie alcune delle acquisizioni più aggiornate dell’industria e realizzando quell’intreccio fra territorio e cosmopolitismo che è il grande retroterra dei successi del nostro export. Non sono disponibili i dati del business Guzzi ma solo quelli di gruppo. E quindi possiamo solo riportare che dopo un 2025 difficile e segnato da una contrazione di volumi e ricavi il primo semestre dell’anno in corso ha dato maggiori soddisfazioni a Michele e Matteo Colaninno con un +8,5 per cento di vendite e un +3,2 per cento di ricavi. Il tutto ottenuto perseguendo una linea di marketing che punta a rafforzare il posizionamento alto di gamma dei prodotti del gruppo. Le relazioni industriali sono, a detta dei sindacalisti locali, “ruvide ma orientate alla ricerca di soluzioni”. I lavoratori, secondo Lorenzo Ballerini, segretario della Fim-Cisl di Monza-Lecco, sono soddisfatti della nuova fabbrica che hanno già avuto modo di vedere e riconoscono come Piaggio abbia saputo rilanciare il marchio. “Quando ho iniziato a seguire il gruppo nel 2020 gli occupati in Guzzi erano poco più di 90, oggi siamo tra 220 e 230”. Ballerini non teme che le nuove linee automatizzate in prospettiva riducano l’occupazione, anzi sottolinea con favore come aiutino a eliminare le mansioni più pesanti.
Non di sola Guzzi vive però la Lombardia settembrina e infatti la Cgil ha pubblicato proprio in questi giorni un dossier in cui enumera 19 crisi aziendali in regione. In verità lo stesso segretario della confederazione, Luca Stanzione, lascia cadere una previsione di crescita per Milano che quest’anno dovrebbe arrivare a un 1,6 per cento che – diciamo noi – confrontato con lo zero virgola nazionale è palesemente lusinghiero e ridimensiona gli allarmi congiunturali. La sensazione, infatti, è che Milano e la Lombardia siano ancora più centrali nello sviluppo italiano, che il nord giocoforza faccia perno sulle competenze e i saperi della città di Ambrogio e che sia questo il territorio ancora più attrattivo per i talenti e i capitali internazionali. La vicenda dell’esplosione di richieste di apertura di data center, del resto, lo dimostra ampiamente.