Economia
Il Colloquio •
Il petrolio venezuelano servirà a Trump come leva contro il Canada. Parla Paltrinieri
Trump promette di riempire le riserve strategiche con il greggio dell'Orinoco, ma è troppo pesante e carico di zolfo per Spr americane: sarebbe inutilizzabile e rovinerebbe le caverne di stoccaggio

“The biggest oil deal in world history” – il più grande accordo petrolifero della storia – ha scritto sui social Donald Trump venerdì sera, presentando il nuovo accordo per oltre 65 miliardi di barili dal Venezuela stretto con Delcy Rodríguez, presidente incaricata ed ex vice del dittatore Nicolás Maduro. Un “regalo del Venezuela”, ha detto Trump, “senza alcun costo per il contribuente americano”. Il testo dell’accordo non è però ancora stato pubblicato da nessuna delle due controparti, che infatti non concordano nemmeno sulla durata: un funzionario americano ha parlato con Bloomberg di una concessione di cento anni su 17 giacimenti, mentre Delcy Rodríguez ha affermato che varrà per 25 anni. In ogni caso, domenica il presidente americano ha aggiunto che quel petrolio andrà presto a riempire le riserve strategiche americane, le Spr, scese a livelli critici dopo che, dall’inizio della guerra contro l’Iran, sono state usate per attutire lo choc d’offerta sul petrolio.
Per Andrea Paltrinieri, esperto di mercati energetici e professore all’Università Cattolica di Milano, le dichiarazioni di Trump sull’utilizzo del petrolio venezuelano per riempire le scorte strategiche “sono ridicole” – spiega al Foglio. Le caverne, ossia le strutture sotterranee di stoccaggio, scavate nei depositi di sale fra Texas e Louisiana, “possono contenere solo tipologie leggere-medie di petrolio per regolamento – commenta l’analista –. Quindi sono riempite tipicamente con petrolio ‘sweet and light’ (povero di zolfo e a bassa densità, ndr), come la tipologia West Texas intermediate (Wti) . Non possono essere assolutamente mischiate con le tipologie heavy and sour (dense e cariche di zolfo, ndr), come il petrolio venezuelano. Si formerebbe una miscela di petrolio che rovinerebbe le caverne e sarebbe inutilizzabile”, perché fuori dalle specifiche che le raffinerie richiedono.
Poi Paltrinieri continua: “L’accordo, però, dal punto di vista degli Stati Uniti, è sicuramente rilevante nel medio-lungo termine. Ma non perché questa qualità di petrolio vada a sostituire il petrolio che passa per Hormuz (il medium grade, di qualità intermedia, ndr), bensì perché essendo heavy and sour potrà andare a sostituire nel medio termine il petrolio importato dal Canada”. Infatti, le raffinerie americane del Golfo del Messico sono attrezzate per i greggi pesanti e ricchi di zolfo, come quello canadese di cui gli Stati Uniti sono grandi importatori. “Questa secondo me è stata l’idea di Trump – conclude Paltrinieri –, che ora potrà utilizzare questo accordo come leva anche nei negoziati commerciali con Ottawa”.
In ogni caso, il governo venezuelano e il segretario di Stato americano, Marco Rubio, hanno promesso in cambio dei barili circa 100 miliardi di investimenti privati. Nessuna compagnia petrolifera si è però ancora impegnata. Per esempio, sia Chevron sia Exxon, interpellate dall’Associated press, non hanno voluto commentare. In ogni caso, sempre parlando di promesse, ci sarebbero da contare negli anni anche oltre 209 miliardi di dollari di entrate per le casse statali venezuelane derivanti da una produzione dai 17 giacimenti superiore a 1,5 milioni di barili al giorno. Delcy Rodríguez sostiene che allo stato andranno circa 19 dollari per barile venduto, considerando un prezzo di riferimento di 65 dollari.
Ma Francisco Monaldi, tra i masssimi esperti del petrolio venezuelano e professore alla Rice University, ha spiegato in un post su X che i dati sulle riserve venezuelane della fascia dell’Orinoco sono gonfiati. O meglio, i 65 miliardi di barili promessi esistono solo sulla carta. Quel numero, secondo Monaldi, è gonfiato da una certificazione delle riserve, fatta ai tempi di Chávez, che ipotizza un tasso di estrazione del petrolio presente nel sottosuolo pari al 20 per cento. Mentre nei giacimenti dell’Orinoco storicamente non si è mai andati oltre il 6-8 per cento. Con ipotesi realistiche, afferma Monaldi, il petrolio estraibile nei blocchi dell’accordo sarebbe un terzo di quello dichiarato, quindi circa 20-25 miliardi di barili. In ogni caso, anche fossero davvero tutti estraibili, al ritmo di 1,5 milioni barili al giorno servirebbero 119 anni per estrarre tutti e 65 miliardi di barili promessi. E, ciliegina sulla torta del fact checking rispetto alle dichiarazioni di Donald Trump, secondo l’analista di Forbes David Blackmon servirebbero tra i 7 e i 10 anni prima di vedere il primo barile di alcuni dei 17 giacimenti menzionati, dato che non tutti sono stati sviluppati e resi pronti alla produzione.