Per un granello di sabbia. Materia prima di ogni cosa, dal cemento al silicio

Sembra ordinaria e inesauribile, metafora perfetta dell'infinito. Eppure oggi è la seconda risorsa naturale più consumata (e contesa) al mondo. Isole artificiali, mafie indiane e tormentoni estivi
29 AGO 26
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Scultori al lavoro su un enorme castello di sabbia a Duisburg, in Germania, nell’agosto 2016, nel tentativo di battere il record mondiale (foto Getty Images)

L’11 luglio Silvia Ferrari è tornata a Is Arutas, sulla costa del Sinis, con quaranta chili di sabbia di quarzo nel bagagliaio. Travasata in vasetti di vetro, quelli che si usano per i pomodori secchi o i carciofini sott’olio: undici contenitori pieni fino all’orlo di granelli bianchi al posto delle conserve. L’avevano trafugata i suoi genitori negli anni Settanta, in un’epoca in cui portarla via dalla spiaggia più fotografata della Sardegna era un souvenir come un altro, non ancora un reato. Per decenni quei granelli tondeggianti, gli stessi che oggi finiscono su ogni profilo Instagram dell’isola, hanno arredato un giardino zen in un appartamento milanese, rastrellati ogni tanto in cerchi concentrici come si fa nei templi giapponesi. Poi la madre di Silvia si è ammalata, e nella fase terminale della malattia ha chiesto che quella sabbia tornasse indietro. Ma la sabbia non è solo scenografia: è la materia su cui poggia, letteralmente, la civiltà industriale. E la seconda risorsa naturale più consumata al mondo dopo l’acqua.
“Vedere un mondo in un granello di sabbia”, scriveva William Blake nel 1803: un’immagine poetica che oggi si può leggere quasi come un dato di fatto. Per costruire i grattacieli di Shanghai, le strade asfaltate d’Europa, i pannelli di vetro delle città verticali americane, se ne estraggono ogni anno tra i quaranta e i cinquanta miliardi di tonnellate. Il doppio di quanto la natura riesca a rigenerare attraverso l’erosione lenta delle montagne. Il paradosso è che il deserto, pur pieno fino all’orizzonte, non serve a nulla: la sabbia eolica è troppo levigata dal vento, i granelli troppo tondi e lisci per legarsi nel calcestruzzo, che ha bisogno di spigoli per fare presa. Serve quella resa ruvida dall’acqua. Un solo condominio medio-grande ne consuma centinaia di tonnellate, un aeroporto milioni. Le Nazioni Unite calcolano che, di questo passo, la domanda globale supererà stabilmente le riserve accessibili entro pochi decenni: un conto alla rovescia silenzioso, sul materiale che si dava per scontato fosse l’unico davvero infinito. Un conto alla rovescia che ha, da millenni, la sua immagine pronta: la clessidra. Prima che gli orologi diventassero meccanici, il modo più affidabile per misurare un intervallo di tempo era lasciare cadere quei minuscoli granelli da un vaso all’altro. Il tempo, nell’immaginario collettivo, continua a scorrere così: un’idea che si è conservata nelle icone di caricamento dei primi computer e oggi è nei timer digitali, che imitano ancora la forma di un oggetto ormai quasi dimenticato, se non per giocare a Scarabeo.
Sempre da qualche millennio, del resto, l’umanità sa che la sabbia non è solo ingrediente del cemento e custode del tempo: è anche, sotto un fuoco abbastanza forte, la materia da cui nasce il vetro. Una leggenda tramandata da Plinio il Vecchio racconta di mercanti fenici accampati su una spiaggia della Siria, che appoggiarono le pentole su blocchi di natron invece che su pietre. Il calore fuse la sabbia sottostante con il salnitro, e ne colò un liquido trasparente mai visto prima. A lungo furono le vetrerie di Aleppo e Damasco a dominare il Mediterraneo con tecniche di smaltatura e doratura che i mercanti veneziani studiarono da vicino nei loro scali levantini, portandosele poi in laguna insieme alle spezie. Venezia ha custodito quella trasformazione con caparbietà. Nel 1291 il doge ordinò il trasferimento di tutte le fornaci dalla città alla vicina isola di Murano: ufficialmente per allontanare il rischio di incendi da una Serenissima costruita quasi interamente in legno, in realtà anche per rinchiudere in un perimetro sorvegliabile e recintato dall’acqua i segreti della preziosa lavorazione. Ai maestri vetrai fu vietato lasciare l’isola senza permesso speciale: chi partiva senza autorizzazione e non tornava rischiava, secondo le regole della corporazione, la confisca dei beni e, nei casi più gravi, una condanna capitale eseguita anche all’estero. In cambio di quella clausura dorata, i vetrai godevano di privilegi riservati altrimenti solo ai nobili: potevano portare la spada e le loro figlie potevano sposare patrizi veneziani senza che i mariti perdessero lo status. Fu in quel regime di segreto blindato che, attorno al 1450, Angelo Barovier mise a punto la formula del cristallo, il vetro perfettamente trasparente che rivoluzionò il mercato europeo e che Venezia riuscì a proteggere per generazioni, prima che qualche maestro in fuga, o semplicemente il tempo, ne disperdesse la ricetta nel resto del continente.
Molti secoli più tardi, ben lontano dai segreti di corporazione, la sabbia italiana avrebbe trovato un modo assai più leggero per entrare nell’immaginario collettivo: quello dei tormentoni musicali, che pure nelle ultime stagioni sembrano scomparsi. Nella spensierata estate del 1961, Nico Fidenco cantava “Legata a un granello di sabbia”: primo disco italiano a superare il milione di copie vendute, che inaugurò il filone delle “canzoni da spiaggia” e accompagnò il Boom e le prime vacanze di massa. Da lì in avanti la sabbia nostrana ha “cantato” spesso: “Pinne fucile ed occhiali” di Edoardo Vianello, “Sapore di sale” di Gino Paoli arrangiata da un giovane Ennio Morricone, “Stessa spiaggia, stesso mare”, scritta da Mogol e Soffici e incisa da Mina un mese prima di Piero Focaccia, il bagnino della Riviera che quella canzone se la sarebbe portata addosso per sessant'anni. Colonne sonore di un paese che, per la prima volta nella sua storia, si scopriva libero di sdraiarsi al sole per due settimane l’anno, senza immaginare che la sabbia, qualche decennio più tardi, sarebbe diventata materia di contenziosi, sequestri e conflitti.
Su quelle stesse spiagge si costruisce l’unica architettura che nasce già sapendo di morire da lì a poco: il castello di sabbia. Il più alto mai eretto senza impalcatura interna ha toccato i diciassette metri, in Germania, nel 2025, con undicimila tonnellate di sabbia bagnata tenute su dalla sola pazienza di chi le ha ammucchiate. I castelli di sabbia durano quanto una fotografia, poi arrivano acqua e vento a restituirli al niente da cui erano partiti. Ma c’è anche chi li costruisce pretendendo che restino in piedi. Dubai ha realizzato le sue isole a forma di palma pompando la sabbia dal fondale del Golfo Persico, un’operazione che ha ridisegnato la costa e alterato le correnti marine al punto da richiedere dighe frangiflutti permanenti. Singapore è cresciuta del venticinque per cento in superficie dal 1965 a oggi, quasi interamente grazie alla sabbia importata da mezzo Sud-est asiatico: Indonesia, Malesia, Cambogia, che nel tempo ne hanno vietato l’esportazione dopo aver visto volatilizzarsi isolotti interi, dragati fino a scomparire dalle carte nautiche.
Dove la domanda supera l’offerta legale, arriva il mercato nero. In India le cosiddette sand mafias controllano l’estrazione illegale dai letti dei fiumi, un giro d’affari che alcune stime valutano in svariate centinaia di milioni di dollari l’anno e che ha già ucciso funzionari pubblici, giornalisti e ambientalisti colpevoli di aver denunciato cave abusive: negli ultimi dieci anni le organizzazioni per i diritti umani ne hanno contate decine di casi, quasi mai finiti con una condanna. Villaggi che si sbriciolano nei fiumi perché la sabbia che tratteneva le rive è stata portata via nottetempo, camion senza targa che scaricano il bottino prima dell’alba, polizia locale spesso complice o intimidita: la stessa materia che altrove si scrolla dalle ciabatte, è merce di contrabbando armato, tanto quanto il legname o l’avorio. Cinquant’anni prima che la cronaca indiana lo rendesse reale, Frank Herbert aveva già immaginato una versione fantascientifica dello stesso meccanismo in “Dune”: sul pianeta sabbioso Arrakis a scatenare guerre e complotti non è la sabbia in sé, ma la “spezia” che il deserto produce e nasconde, un bene scarso per cui ogni potere è disposto a tutto. Nelle sand mafias indiane la finzione si è capovolta: lì a essere merce di contrabbando, uccisioni comprese, è direttamente il materiale grezzo, senza bisogno di alcuna sostanza aliena a giustificarne il valore.
C’è poi un secondo mercato della sabbia, meno visibile ma ben più ricco: quello della sabbia di quarzo, la materia prima dei microchip. Per fabbricare un semiconduttore serve silice purificata fino a undici nove, cioè al 99,999999999 per cento. Illeggibile? Diciamo allora che su cento miliardi di atomi, uno solo può essere un’impurità. Il quarzo fuso in un crogiolo, il cristallo di silicio che ne emerge tirandolo lentamente verso l’alto nel processo Czochralski, il wafer tagliato sottile come un’ostia e lucidato a specchio: tutta l’intelligenza artificiale di cui (e con cui) si scrive sui giornali nasce, all’origine, da un pugno di sabbia scelta con cura maniacale. Gli Stati Uniti controllano oggi il novanta per cento del quarzo ad altissima purezza al mondo. Un quasi-monopolio che forse manca dell’appeal minerario delle terre rare: sembra sempre e solo sabbia, anche quando vale più dell’oro. La Cina, che ne ha bisogno anche per il vetro fotovoltaico, importa sabbia silicea a un ritmo che cresce del ventotto per cento l’anno: un deficit di quattro milioni di tonnellate atteso già nel 2026. La materia più antica dell’edilizia umana, quella che già i romani mescolavano alla calce per fare la pozzolana con cui gettarono la cupola del Pantheon, è la materia più giovane dell’economia contemporanea. E forse del futuro energetico.
In Finlandia, nella cittadina di Pornainen, l’azienda Polar Night Energy ha acceso il più grande accumulatore termico al mondo basato su sabbia: un silo coibentato alto tredici metri e largo quindici, riempito di sabbia o di pietra ollare triturata, capace di immagazzinare cento megawattora di calore. Il principio è quasi rudimentale nella sua semplicità: l’elettricità in eccesso prodotta da eolico e solare, che altrimenti andrebbe sprecata nelle ore di scarsa domanda, riscalda l’aria che circola nella sabbia fino a cinque-seicento gradi. Il calore resta lì, immagazzinato con perdite minime, pronto a essere rilasciato nella rete di teleriscaldamento anche mesi dopo. Una spiaggia in bottiglia, a tenere caldo l’inverno – che ha già permesso di eliminare quasi del tutto il consumo di olio combustibile della cittadina. La tecnologia, nata dal progetto di tesi di due giovani ingegneri di Tampere durante la crisi del gas seguita all’invasione russa dell’Ucraina, sta arrivando in Lettonia e punta a Germania e Svizzera.
In Italia la guerra della sabbia si combatte sul fronte delle concessioni balneari. Da vent’anni Roma e Bruxelles si rimpallano la direttiva Bolkestein, che impone gare pubbliche per l’assegnazione. L’Italia ha risposto per anni con proroghe automatiche, bocciate una dopo l’altra dal Consiglio di stato: prima la scadenza fissata al 31 dicembre 2023 poi, di rinvio in rinvio, si è arrivati al 30 settembre 2027. In ballo ci sono oltre settemila imprese, con una media di 2,3 concessioni ciascuna, su quasi ottomila chilometri di costa che fanno dell’Italia il terzo paese europeo per estensione costiera. Una rendita tramandata spesso di padre in figlio e che nessun governo, di nessun colore, ha mai avuto fretta di consegnare al mercato aperto. A proposito di guerre per le spiagge italiane, c’è anche quella contro il mare, che se ne mangia gran parte, dal litorale di Venezia alla Versilia. Il rimedio più diffuso è il ripascimento, cioè dragare sabbia dai fondali al largo o farla arrivare via camion da altre cave per “rimpolpare” gli arenili che si assottigliano. Spiagge tenute in vita a flebo di sabbia. Un rattoppo costosissimo, che va ripetuto spesso: ogni poche estati una trasfusione, e ogni inverno la stessa emorragia. Il cortocircuito è servito: il paese che discute se aprire le sue coste al mercato, deve prima trovare il modo per tenerle insieme.
E infine c’è il piccolo furto quotidiano, quello che chiude il cerchio aperto da Silvia Ferrari. Ogni estate, tra il porto e l’aeroporto di Olbia, decine di turisti vengono fermati con bottigliette e sacchetti pieni: quasi quattro tonnellate sequestrate negli ultimi due anni, duecento verbali, centodiecimila euro di sanzioni comminate dall’Agenzia delle dogane e dalla Guardia di finanza. Una legge regionale del 2017 punisce chi si porta via anche pochi grammi con multe fino a tremila euro, eppure il fenomeno non si è mai fermato.
Tra un’isola artificiale a Dubai e un barattolo confiscato in aeroporto passa la stessa domanda, su scale diverse: di chi è la sabbia, e chi ha il diritto di portarsela via? C’è chi la usa per allargare un paese, chi per costruire un chip, chi per difendere una rendita, chi solo per tenerla su una mensola. I conti, su questa materia che sembrava infinita e non lo è, li stiamo facendo tutti, un granello alla volta.
La materia più antica dell'edilizia umana, che già i romani usavano nella cupola del Pantheon, è la più giovane dell'economia contemporanea
La sabbia che ci scrolliamo dalle ciabatte, altrove è merce di contrabbando, come il legname o l'avorio. I traffici delle “sand mafias”
La guerra dei balneari e quella al mare. Spiagge tenute in vita a flebo di sabbia: ogni estate una trasfusione, e ogni inverno la stessa emorragia
Il castello di sabbia è l'unica architettura che nasce già sapendo di morire. Ma c'è anche chi li costruisce pretendendo che restino in piedi