Economia
Il falco •
L’uomo messo da Trump alla Fed apre al rialzo dei tassi e sfida Bessent sui Treasury
Sui 65 mesi di inflazione alta fa mea culpa a nome della Fed. E sui titoli di stato Usa chiede che riflettano cosa pensano gli investitori dell’inflazione e dei conti pubblici, senza interventi ad hoc
29 AGO 26

Foto LaPresse
Per il discorso più atteso dell’estate dai mercati, il presidente della Federal Reserve ha scelto un titolo non casuale: “In our time”, lo stesso che usò nel 1925 Ernest Hemingway per una raccolta di storie. E il nostro tempo, per Kevin Warsh, è quello in cui l’uomo scelto da Donald Trump per tagliare i tassi d’interesse, sale sul palco di Jackson Hole, il conclave dei banchieri centrali di tutto il mondo, e dice che potrebbe alzarli. Hemingway faceva dell’ellissi un metodo e infatti Warsh sul tema è stato di poche parole: se l’inflazione non tornerà verso l’obiettivo del 2 per cento “in modo chiaro e con sufficiente rapidità, avremo del lavoro da fare. E’ il nostro lavoro, il nostro mandato, il nostro impegno. La responsabilità di 65 mesi di inflazione elevata e prolungata è tutta sulla Banca centrale” ha tuonato dalle montagne del Wyoming.
L’inflazione americana su base annua, misurata dall’indice che la Fed usa come riferimento principale, è al 3,7 per cento. Quasi il doppio dell’obiettivo. Gli ultimi dati sono stati migliori delle attese, ma per Warsh non bastano a dimostrare che la corsa dei prezzi si stia spegnendo. Ha sostenuto che l’economia continua a reggere, la disoccupazione è al 4,1 per cento e il credito non mostra quasi traccia della stretta monetaria, nonostante i tassi d’interesse siano alti con il rischio di aumentare. A luglio la Fed li aveva tenuti invariati, tra il 3,50 e il 3,75 per cento. Ma già durante quella riunione di luglio, tre dei dodici membri del Federal Open Market Committee (Fomc) avevano votato per alzarli.
Warsh, in coerenza all’abbandono della forward guidance – ossia l’indicazione sulle prossime mosse della Fed –, non si è impegnato per settembre: prima di un rialzo, ha detto, serviranno prove molto convincenti. Ma la porta è stata aperta, che Trump lo voglia oppure no, e i mercati hanno preso nota.
Warsh ha fornito così la sua idea di Banca centrale: “I tassi di interesse a breve termine sono lo strumento predominante per raggiungere il duplice mandato”, ossia il perseguimento della stabilità dei prezzi e della massima occupazione. “Le politiche non convenzionali”, come gli acquisti di titoli “vanno riservati alle vere crisi – ha chiarito il presidente della Fed – o con parsimonia. Se non proprio evitate”. Soprattutto, ha affermato Warsh senza mai nominare il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, i prezzi dei Treasury, i titoli di stato Usa, devono poter dire che cosa pensano gli investitori dell’inflazione e dei conti pubblici, senza che le autorità tentino subito di correggerli.
Il riferimento a Bessent e alle decisioni del Tesoro è però chiaro. Infatti poco più di una settimana fa, il 19 agosto, mentre il debito federale aveva superato i 40 mila miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2017, il segretario al Tesoro aveva comunicato la promessa di riacquisti di titoli a lunga scadenza. Poi ha aggiunto che partiranno il 9 settembre, una settimana prima della decisione sui tassi della Fed, e potranno superare i 4 miliardi. Per Bessent i rendimenti dei Treasury “non riflettono i fondamentali”, ed è pronto a cambiarne il costo. La realtà è che invece, i fondamentali, hanno delle ragioni ben chiare per essere così alti. Il deficit federale americano corre vicino al 6 per cento del pil, quasi 2 mila miliardi di dollari, e secondo il Congressional budget office (Cbo) americano solo la spesa netta per interessi supererà quest’anno i mille miliardi. Una voragine. E alla domanda di capitali dello stato va inclusa anche la domanda sempre crescente delle imprese impegnate nella corsa all’AI. Non a caso, i Treasury a trent’anni due settimane fa rendevano il 5,31 per cento, il massimo dal 2007, mentre ieri si aggiravano intorno al 5,20 per cento.
Tutti sintomi di un piccolo attrito istituzionale: Warsh chiede che i titoli pubblici offrano alla Fed e al mercato segnali chiari, trasparenti; Bessent ritiene che, oltre una certa soglia, i rendimenti vadano corretti. Intanto il segretario al Tesoro insieme al presidente Trump è alle prese con la guerra all’Iran e l’operazione Economic Outcast, che vuole fare di Teheran un paria economico. E’ infatti di ieri la decisione di rimuovere una banca emiratina, la Banque Misr Uae, dal sistema di clearing bancario perché accusata di aver trasferito circa due miliardi di dollari, tra il 2024 e il 2026, a società legate ai pasdaran.
In ogni caso, una rottura tra il capo della Fed e quello del Tesoro non è ancora imminente. Bessent ha sostenuto la candidatura di Warsh e i due sono stati scelti dallo stesso presidente. A separarli, per ora, sono gli obiettivi e i metodi che intendono usare per perseguirli. La Fed deve recuperare credibilità contro l’inflazione, il Tesoro contenere il costo di un debito sempre più pesante.