Università e lavoro, i problemi paralleli del declino demografico

In Italia non abbiamo solo un problema di formazione, ma anche di trattenimento del capitale umano. Un ateneo può attrarre studenti ma è poi il sistema economico che deve convincere un laureato a restare grazie a salari, carriere e qualità della vita. Una proposta per contrastare il calo della popolazione

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Francesco Billari, rettore della Bocconi, ha ricordato sul Corriere della Sera un dato difficile da aggirare: senza immigrazione, da qui al 2050 la popolazione italiana diminuirebbe del 16 per cento (-10 milioni di persone). Renato Mazzoncini, amministratore delegato A2A, ha proposto di utilizzare le università per attrarre immigrazione qualificata aumentando il numero di corsi in inglese. Tra il 2028 e il 2035 il calo demografico potrebbe infatti ridurre di oltre il 20 per cento le nuove iscrizioni. La proposta è ragionevole, ma si confondono due problemi distinti. Il primo è come salvaguardare la sostenibilità finanziaria delle università durante l’inverno demografico. Il secondo è come aumentare il capitale umano del paese e contrastare il declino della popolazione. Attrarre studenti stranieri può sicuramente contribuire al primo obiettivo. Per il secondo, però, non basta che arrivino ma occorre che restino dopo la laurea.
Tra il 2014 e il 2023 sono emigrati oltre un milione di italiani, tra cui 367 mila giovani e 146 mila laureati. Non abbiamo quindi soltanto un problema di formazione (l’Italia resta uno dei paesi europei con meno laureati) ma soprattutto abbiamo un problema di trattenimento del capitale umano. L’università può attrarre studenti ma è poi il sistema economico che deve convincere un laureato a restare grazie a salari, carriere e qualità della vita. L’Italia parte svantaggiata poiché i salari reali sono stagnanti, la produttività è ferma da decenni e ci sono poche imprese ad alta tecnologia. L’università in Italia è giustamente sussidiata, le tasse universitarie sono basse e non coprono il costo di formare uno studente. Aumentando i corsi in lingua inglese, si aumenterebbe l’attrattività internazionale degli atenei, ma senza un piano generale si rischierebbe di finanziare la formazione di stranieri che poi sceglieranno economie più dinamiche.
Si prenda in esame quanto successo in Olanda, paese assai più attrattivo dell’Italia dati i salari più alti, l’uso diffuso dell’inglese e imprese innovative. Dal 2024 i governi hanno presentato e poi emendato l’Internationalisation in Balance Bill (Wib), un provvedimento per ridurre l’internazionalizzazione spinta degli atenei olandesi. Per governare i flussi di studenti stranieri e tutelare la lingua olandese, il provvedimento prevedeva l’aumento dei corsi di laurea triennali in olandese, criteri più restrittivi per offrire corsi in inglese, e selezionarli in base alle esigenze del mercato del lavoro. Le ragioni politiche erano discutibili, ma la questione economica sottostante era reale: quanti studenti restano e quale rendimento produce l’investimento pubblico nella loro formazione?
La stretta ha avuto effetti visibili, le iscrizioni internazionali sono diminuite, scatenando le proteste delle Università, i cui bilanci ne hanno risentito. Queste stanno negoziando col governo, che dopo le proteste ha parzialmente invertito la rotta, e adottando misure per riequilibrare l’internazionalizzazione e l’uso dell’inglese. Uno studio commissionato da cinque atenei della Randstad ha stimato che limiti più severi potrebbero ridurre il pil di 4-5 miliardi. La lezione olandese non è che internazionalizzare sia sbagliato ma che persino un paese più capace dell’Italia di assorbire talenti si interroga sul passaggio tra formazione e permanenza. Occorre quindi aprire maggiormente gli atenei al mondo, ampliare i corsi in inglese e rimuovere ostacoli burocratici. Ma bisogna farlo in una strategia più ampia: visti post-laurea semplici, accesso plausibile alla cittadinanza, collegamenti con le imprese, più ricerca privata e salari coerenti con le competenze. E bisogna misurare non soltanto quanti studenti arrivano, ma quanti laureati restano.
Esistono già esempi utili per l’immigrazione non universitaria. I corridoi lavorativi nati dall’intesa tra Confindustria Veneto Est e la Comunità di Sant’Egidio, poi tradotta in un protocollo con il governo, selezionano nei paesi di origine le figure richieste dalle imprese, le formano nelle competenze tecniche e nella lingua italiana e le fanno arrivare sapendo già dove collocarle. Il progetto coinvolge autotrasportatori, infermieri e operai specializzati e prevede anche accoglienza e alloggio. E’ un modello da estendere. L’Italia non ha bisogno soltanto di più laureati, ma anche di competenze tecniche che le imprese non riescono più a trovare. Altrimenti avremo sì risolto, almeno temporaneamente, il problema delle aule vuote ma non quello del declino italiano.