Economia
Editoriali •
I mercati preferiscono l’Italia alla Francia
Tra deficit alto e rischio Mélenchon, i fondi vendono Oat e comprano Btp
28 AGO 26

Jean-Luc Melenchon
Alcuni grandi gestori di fondi hanno cominciato a riallocare parte dell’esposizione dalla Francia all’Italia. Pochi ci avrebbero creduto una decina di anni fa, e ancora di meno all’indomani del sanguinoso Superbonus e della conquista del primato europeo per il debito pubblico. Eppure è così. Roma non è più la principale preoccupazione dei mercati europei: è stata scalzata da Parigi. Il rovesciamento trova una spiegazione nella stabilizzazione fiscale e nella stabilità politica dell’Italia. Perché nonostante l’Italia abbia un debito pubblico in rapporto al pil molto più alto della Francia, oltre a rating inferiori, negli ultimi anni ha ridotto il deficit dall’8 per cento del pil nel 2022 al 3,1 per cento nel 2025 (anche se il ministro Giorgetti spera ancora di poter scendere sotto il 3 per cento), mentre quello francese è alto e in aumento: 5,1 per cento nel 2026 e 5,7 per cento nel 2027, secondo la Commissione europea.
Così già da quest’estate il Btp decennale ha reso meno dell’analogo Oat francese, con quest’ultimo che la scorsa settimana ha toccato il 4,14 per cento (massimo dal 2008).
Lo spread Btp-Bund ieri si è attestato a 82 punti, mentre quello Oat-Bund a 86. I segnali di una riallocazione da parte degli investitori dai titoli francesi a quelli italiani sono molteplici, secondo i diversi strategist interpellati dal Financial Times. Il fondo britannico Legal & General, per esempio, dice di avere tagliato il peso degli Oat, spostandone una parte sull’Italia, segno che lo scetticismo verso la gestione delle finanze pubbliche francesi sta crescendo. La Francia sta percorrendo la strada opposta rispetto all’Italia: il candidato Jean-Luc Mélenchon, che secondo i sondaggi arriverà al ballottaggio, ha proposto di cancellare il debito francese detenuto dalla Bce, emulando la proposta nel contratto di governo M5s-Lega del 2018 che fece schizzare lo spread. Non c’è da festeggiare se un cugino va peggio di noi. Ma è utile a comprendere meglio i benefici della disciplina fiscale e della fiducia dei mercati.