Piccole e bloccate. Perché le imprese europee faticano a scalare

Bo Becker (Stockholm School of Economics): "Se un’impresa da un miliardo ha un’idea che potrebbe portarla a valerne cento, negli Stati Uniti è molto più facile realizzarla, perché il capitale costa meno. E molto del capitale americano viene dalle pensioni. Questa è una cosa che si decide paese per paese, non la può fare Bruxelles"

26 AGO 26
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Nel 2008 le quotate americane valevano in borsa 11.590 miliardi di dollari contro gli 8.640 delle europee. Lo scarto tra i due mercati era di circa 3 mila miliardi di dollari. Nel 2023, invece, la differenza è esplosa fino a 34 mila miliardi, una cifra comparabile al pil americano. E’ quanto emerge da un paper Nber appena pubblicato, dal titolo “Il gap di valore: l’Europa non riesce a scalare”.
Per trovare una spiegazione a questo divario i tre autori dello studio (Bo becker, Efraim Benmelech e Joao Monteiro) hanno analizzato i due mercati. E per loro le risposte comode non reggono. Togliere il top 1 per cento di imprese, come le Big Tech, lascia il divario intatto. All’interno dello stesso settore un’azienda americana media vale comunque il 50 per cento in più di una europea. Frutto del fatto che, in Europa, la dimensione di un’impresa dipende da quella del suo paese e del suo mercato. Nell’Ue un aumento dell’1 per cento di pil nel paese d’origine è associato allo 0,8 per cento in più di vendite, ma negli Stati Uniti non emerge alcun legame analogo. “Questo ci fa pensare che per molte aziende europee vendere in un altro paese sia ancora più difficile che vendere entro i confini nazionali. L’integrazione funziona meglio per i beni rispetto ai servizi: un limite è certamente la lingua, poi le differenti regole e sistemi fiscali diversi, che aumentano gli oneri amministrativi. I nostri dati indicano che questi confini frenano la crescita”, dice al Foglio Bo Becker, professore di finanza alla Stockholm School of Economics, tra gli autori dello studio. E sui servizi insiste: “Un bene approvato in Belgio può essere venduto anche in Spagna, mentre per una banca ogni confine apre un nuovo sistema di regole. Se apro un istituto in Danimarca, posso raccogliere depositi nei Paesi Bassi? No”.
Alla dimensione del mercato si aggiunge la scarsità di capitali per compiere il salto. Nel 2023, infatti, gli investimenti in venture capital valevano lo 0,5 per cento del pil americano, ma in Danimarca, il paese europeo più attivo, soltanto lo 0,15. “Ci ha sorpreso la dimensione delle imprese e l’enorme differenza nel costo del capitale per le aziende più piccole” spiega Becker. Per le aziende europee più piccole il costo del capitale implicito nelle valutazioni supera il 60 per cento, contro circa il 40 negli Stati Uniti. “Se un’impresa da un miliardo ha un’idea che potrebbe portarla a valerne cento, negli Stati Uniti è molto più facile realizzarla, perché il capitale costa meno” riflette l’economista. E quel capitale arriva in buona parte dalle pensioni: i fondi americani valgono il 153 per cento del pil, mentre in Europa i contributi pagano le pensioni correnti invece di essere investiti. “Molto del capitale americano viene dalle pensioni. Questa è una cosa che si decide paese per paese, non la può fare Bruxelles. Ma, per esempio, è uno dei motivi per cui la Svezia, su questo, va meglio degli altri”.