Api che scompaiono e plastica che non si ricicla. Cosa lega i due problemi

Per un po’ le cose si possono fare per passione, magari anche gettando il cuore oltre l’ostacolo. Ma alla fine i conti devono tornare. La convenienza economica da cui nessun’impresa può prescindere

26 AGO 26
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Foto di Ante Hamersmit e di engin akyurt su Unsplash

Che cosa hanno in comune le api e la plastica riciclata? Mondi lontani, ma colpiti dallo stesso problema, anche se sembra un po’ assurdo. Vediamo. Le api stanno scomparendo, recita uno spot di Greenpeace trasmesso ossessivamente in ogni intervallo di ogni partita di tennis. C’è il cambio campo? Arrivano le api accompagnate da una bimba e dalla sua nonna che rimpiangono insieme il bel tempo in cui le api con il loro ronzio allietavano le estati e la villeggiatura. Ma le api non ci sono più perché nei campi muoiono avvelenate dai tanti prodotti chimici che vengono usati. Di conseguenza se vogliamo le api impollinatrici facciamola finita con la chimica in agricoltura.
Siccome sono un modestissimo allevatore di api mi sono fatto un’altra idea. Le api diminuiscono perché non ci sono apicultori. Le api che fanno il miele non sono animaletti selvatici che metti lì e una volta ogni tanto passi a prelevare il miele. No, vanno accudite, curate, qualche volta medicate e qualche volta nutrite. Hanno bisogno di essere difese da attacchi che subiscono da altri insetti e ci vuole, quindi, una vigilanza continua. Ma a parte la passione e il narcisistico piacere di regalare il miele a chilometro zero agli amici, se volessi allevare le api per lavoro scopriresti che all’ingrosso il miele si vende per pochi euro e campare allevando api è praticamente impossibile. Aggiungi la concorrenza estera e il miele di importazione da paesi dove il lavoro costa assai meno. Per cui nessuno vuole più fare l’apicoltore, le api mancano perché nessuno le alleva e nessuno le alleva perché rendono poco. Quando ci sarà, se ci sarà mai, scarsità di miele e i prezzi saliranno, torneranno gli apicoltori e le api, insieme alle nonne e alle nipotine.
E la plastica riciclata che c’entra? Da diversi anni ci siamo messi a fare la raccolta differenziata, anzi abbiamo ormai record europei. Se leggete qualche giornale, autorevoli testimoni dell’ambientalismo italiano vi spiegheranno che non basta, che bisogna fare di più e meglio. Ma purtroppo la plastica, come il miele, costa molto raccoglierla e poi produrla riciclata e chi la potrebbe usare preferisce comprare plastica vergine, che oltre a essere vergine costa anche di meno e viene importata da altri paesi in grandi quantità. I Comuni stanno sospendendo le raccolte differenziate perché i centri di riciclaggio non la accettano perché non sanno a chi venderla. Quindi si accumula con rischi di incendi e violazione di norme varie. In Europa hanno fissato un obbiettivo; almeno il 65 per cento deve essere riciclato. Ma naturalmente non si sono domandati se ci fosse domanda sufficiente per tutto questo ben di Dio. E quindi eccoci qui con un eccesso di materiale raccolto. Ci sarebbe un’alternativa: usare i rifiuti plastici in eccesso come combustibile per produrre energia, ma siccome sarebbe una soluzione semplice e utile scatena le ire degli ambientalisti della Ztl. Giammai! E così eccoci in un bel vicolo chiuso, costoso e con i Comuni che non sanno più che fare.
Ecco quindi che cosa hanno in comune le api e la plastica riciclata. Per un po’ le cose si possono fare per passione, magari anche gettando il cuore oltre l’ostacolo. Ma alla fine, siccome di economia stiamo parlando e non di opere di bene o del kantiano “dover essere”, i conti devono tornare. Fare cose utili è certamente bello. Ma se non c’è convenienza il gioco non dura molto.