Riarmo europeo, modello danese

 Copenaghen (la cui spesa per la Difesa quest'anno raggiungerà il 3,5% del pil) integra armi e tecnologia ucraina nel proprio riarmo nazionale. E ora ospiterà una parte di produzione militare di Kyiv sul suo territorio

21 AGO 26
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La premier danese Mette Frederiksen

 Come riportato da Milano Finanza, Leonardo ha aperto una nuova società in Ucraina: la Leonardo Ukraine, con sede a Kyiv, è destinata ad avvicinare il gruppo della difesa italiano alle tecnologie militari sviluppate dagli ucraini in più di quattro anni di guerra. Ma se c’è un paese europeo che ha portato la cooperazione con l’Ucraina fino al punto di integrarla strutturalmente nel proprio riarmo nazionale, quel paese è la Danimarca. Copenaghen infatti finanzia armi prodotte in Ucraina, compra la tecnologia ucraina per il proprio esercito e ora, grazie al memorandum d’intesa firmato nel 2025, ospita una parte della produzione sul suo territorio. Vicino a Skrydstrup, nel sud della Danimarca e accanto a una base per caccia F-35, è in costruzione il primo impianto in un paese Nato di Fire Point, l’azienda ucraina dei missili da crociera a lungo raggio Flamingo. Proprio mercoledì, parlando alla fiera della Difesa di Herning, nel paese scandinavo, Fire Point ha annunciato di aver triplicato l’investimento per la fabbrica di combustibile solido per razzi da 50 a 150 milioni di euro, come ha riportato il Kyiv Independent.
Questa integrazione nasce dalle condizioni del riarmo danese, che ha molti soldi stanziati per aumentare la spesa per la Difesa in coerenza con gli obiettivi Nato, ma poco tempo per spenderli e un’industria troppo piccola e dipendente dalle importazioni. Secondo la Banca centrale danese e il Sipri, tra il 2020 e il 2024 il 79 per cento degli armamenti importati veniva dagli Stati Uniti (inclusa la spesa per i nuovi F-35 che Copenaghen ha comprato in quegli anni, che probabilmente ha aumentato il conto). Un anno prima dell’invasione russa del 2022 la Danimarca si trovava con una spesa per la Difesa all’1,3 per cento del pil, mentre nel 2024 era al 2,3 – quest’anno secondo l’ultimo rapporto Nato di luglio arriverà circa al 3,5 per cento (la Germania al 2,69 per cento e l’Italia al 2,1).
L’accelerazione è arrivata nel 2025 quando il governo ha deliberato un fondo aggiuntivo da 6,7 miliardi di euro da spendere in due anni. La premier danese Mette Frederiksen diede al capo della difesa un ordine: “Comprate, comprate, comprate”. La difesa aerea terrestre, smantellata venti anni fa, è stata ricostruita in blocco: otto sistemi a medio e lungo raggio, con un investimento di 7,8 miliardi di euro tra acquisto e gestione, le forniture affidate alla norvegese Kongsberg, alla tedesca Diehl, alla francese Mbda e al consorzio franco-italiano Eurosam. La stessa urgenza ha guidato la cooperazione con l’Ucraina, ma attraverso un meccanismo diverso. Nel 2024, dopo due anni di donazioni prelevate anche dai propri arsenali, Copenaghen ha cambiato metodo. Invece di inviare armi disponibili a Kyiv, ha cominciato a finanziarne la produzione direttamente in Ucraina: le armi arrivano prima e costano meno. Così nel 2025 il meccanismo ha mobilitato circa 1,3 miliardi di euro alla produzione ucraina.
La cooperazione con Kyiv è il frutto del supporto che Copenaghen gli ha fornito. Infatti, nessun paese europeo ha speso per l’Ucraina una fetta altrettanto grande della propria economia. Dal gennaio 2022 al giugno 2026, secondo il Kiel Institute, la Danimarca ha inviato a Kyiv 10,5 miliardi di euro che, in rapporto ai valori del pil pre guerra (2021), valgono il 3,13 per cento del prodotto nazionale, contro lo 0,69 della Germania. Considerando sia gli aiuti finanziari sia quelli umanitari, lo stanziamento danese sale a 11,6 miliardi, il sesto valore fra tutti i paesi donatori. Ciò rende l’idea di quanto il paese scandinavo sia tra i sostenitori più solidi di Kyiv.
La fabbrica in Nord Europa di Fire Point segna il passaggio ulteriore della collaborazione. La Banca centrale danese ha calcolato che il ricorso alle importazioni da un lato riduce le pressioni del riarmo sui prezzi e sulla capacità produttiva nazionale, ma dall’altro aumenta la dipendenza dall’estero (a partire dal know-how). Un modello soprattutto per i paesi piccoli che non dispongono di una grande industria militare. Così si è passati dal finanziamento della produzione in Ucraina fino alla fabbricazione sul proprio territorio. E, per accelerare i tempi, il Parlamento danese ha approvato nel 2025 una legge che consente delle deroghe alle procedure ordinarie tutti quei progetti considerati essenziali per la sicurezza nazionale. Nel caso di Fire Point si parla di più di venti disposizoni sospese, dalla pianificazione territoriale a quelle sull’ambiente. E’ questo il contributo danese al riarmo europeo: spendere rapidamente dove le capacità esistono già e, quando possibile, fare in modo che una parte di quelle capacità metta radici in casa.