Economia
L'analisi •
Perché i titoli AI possono scendere senza che sia una catastrofe
Guiso (professore di Economia presso l’Einaudi Institute for Economics and Finance): "Sarebbe un problema se un crollo pesasse sulle decisioni di spesa delle famiglie. Ma se si investe a lungo termine, per esempio in attesa della pensione, quelle oscillazioni si recuperano"
20 AGO 26

Secondo la Bce, una correzione delle valutazioni sul mercato azionario a cominciare dai titoli AI è probabile, sia che i prezzi di oggi riflettano una scommessa sensata e razionale sulla tecnologia, sia che siano gonfiati dall’ottimismo. L’avvertimento è contenuto in un blog della Banca centrale pubblicato all’inizio della settimana, che già a partire dal titolo si chiede: l’entusiasmo per il boom AI è giustificato o si tratta della prossima bolla stile dotcom? D’altronde le rivoluzioni tecnologiche, dalle ferrovie dell’Ottocento a internet negli anni Novanta, hanno sempre attraversato prima un’esplosione e poi un crollo (“boom and bust”). “Perché il prezzo delle azioni del colosso dei chip Nvidia vale 20 volte quello che valeva nel 2022?”, si chiedono gli economisti. Che si rispondono: perché gli investitori, razionalmente, hanno pensato che potesse diventare la nuova Google. In questi quattro anni la scommessa dell’AI si è espansa ed è diventata realtà (anzi, una corsa). Tanto più i prezzi delle azioni si spingono oltre quello che le imprese valgono davvero, maggiore sarà la caduta causata da una correzione dei valori azionari. E le Magnifiche Sette (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), molto legate all’AI, pesano così tanto sugli indici che un inciampo potrebbe trascinare giù con sé parte del resto dei listini.
“Qualunque osservatore può concludere che la possibilità di un aggiustamento al ribasso degli indici è concreta – dice al Foglio Luigi Guiso, professore di Economia presso l’Einaudi Institute for Economics and Finance –. Negli ultimi cinque anni l’S&P 500 è cresciuto del 73 per cento, sopra i rendimenti medi dell’indice, che stanno intorno al 7-8 per cento all’anno, e da inizio anno è salito di oltre il 12”. Il paragone con il Duemila e le dotcom, però, non lo convince: “La mia impressione è che sia una rivoluzione diversa. Allora in molti segmenti c’era spazio per un solo vincitore: Google ha sconfitto tutti gli altri motori di ricerca. Nell’AI invece c’è spazio per più attori e per prodotti differenziati: quello che fa Gpt non necessariamente lo fa Claude, quindi chi fallirà non causerà una catastrofe. Ma siccome l’innovazione tocca tutti i settori, lo ‘scoppio’ si distribuirebbe un po’ su tutta l’economia”. Delle correzioni si sono già viste, sottolinea Guiso: “A marzo e aprile dello scorso anno c’è stata una discesa significativa, poi il mercato si è ripreso in fretta. Stessa storia quest’anno. Però è difficile capire quanto pesino i dubbi sull’AI e quanto l’incertezza politica”. Ma per l’esperto nemmeno la concentrazione dei listini sulle Magnifiche Sette sembra di per sé un pericolo: “Qualunque indice le pesa parecchio data la loro dimensione. Ma si tratta di conglomerati molto diversificati. Amazon, per esempio, è diversificato geograficamente e per settori merceologici”. Poi aggiunge: “Sì, stanno investendo pesantemente sull’AI e se c’è un crollo la contaminazione potrebbe arrivare al resto del loro business. Ma è ancora da vedere se sarà così o meno”.
Per la Bce, il rischio è concreto e tocca il cuore di Francoforte: la stabilità finanziaria dell’Eurozona. Nel terzo trimestre del 2025 le famiglie dell’area euro avevano circa 440 miliardi di euro investiti sui titoli tecnologici americani, quasi tutti attraverso fondi comuni o Etf (i fondi quotati che replicano gli indici), “spesso senza piena consapevolezza di quanto il rischio sia concentrato”, sottolineano gli autori del blog. “Sarebbe un problema se un crollo pesasse sulle decisioni di spesa delle famiglie – riflette Guiso –. Ma se si investe a lungo termine, per esempio in attesa della pensione, quelle oscillazioni si recuperano”. L’economista vede il rischio per tutte quelle famiglie che sono entrate non per scelta consapevole ma spinte da consulenti che cavalcano l’onda dell’entusiasmo: “Bisognerebbe verificare che tipo di famiglie sono, se segmenti più ricchi o no, e se c’è chi ha comprato Etf specializzati e fortemente esposti all’AI anziché un indice più diversificato come l’S&P500”. Poi l’economista conclude: “Il problema c’è e non va trascurato. Ma il mercato è fatto così: ha dei periodi di forte crescita, poi avvengono delle correzioni. L’S&P500 rende in media l’8 per cento con una deviazione standard del 20, quindi ogni anno può capitare un +20 come un -20 per cento. L’unico modo per dominare il rischio è tenere i soldi investiti per lunghi periodi”.