La gestione del caldo e il costo della rinuncia al nucleare

Ridurre le emissioni in Italia aumentando a dismisura la produzione di “energia rinnovabile” non è il modo più efficiente. Decarbonizzazione senza nucleare è solo un gioco da tavolo in cui tutti perdono

19 AGO 26
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Foto di Lukáš Lehotský su Unsplash

Da due mesi fa molto caldo in Europa, con forte impatto sulle attività umane e sulla salute della popolazione. Per qualcuno “d’estate ha fatto sempre caldo” per altri “è in arrivo l’apocalisse”. Poi le piogge torrenziali autunnali di nuovo alimenteranno la discussione tra scettici e apocalittici. Al netto delle chiacchiere da social (un tempo da bar), va detto che i modelli del clima globale sono molto complessi, tanto che spesso – anche nei rapporti Ipcc – vengono impiegate formule probabilistiche. Questa “cautela” della scienza del clima non impatta tuttavia su due fatti certi, che noi prendiamo a insegnamento.
Il primo. La concentrazione di CO2 in atmosfera oggi si misura direttamente; per il passato si ricava da bolle d’aria intrappolate nei ghiacci dell’Antartide, collocabili nel tempo in funzione della profondità. Sappiamo così che, negli ultimi 800 mila anni, la concentrazione è variata più volte tra 200 e 280 parti per milione (ppm), determinando raffreddamenti (bassa concentrazione) e riscaldamenti (alta concentrazione) ciclici della Terra. Dalla comparsa dell’homo sapiens, c’è stato un ciclo caldo-freddo-caldo e sino a 150-200 anni fa la concentrazione era di 280 ppm. Poi, dalla rivoluzione industriale in poi, per l’uso massiccio di combustibili fossili, la concentrazione è cresciuta sino al valore attuale di 430 ppm, oltre il 50 per cento in più del massimo valore precedente. E gli scienziati del clima attribuiscono i cambiamenti climatici all’abnorme aumento della concentrazione di CO2 atmosferica.
Il secondo. La CO2 ha un tempo di persistenza in atmosfera dell’ordine delle centinaia d’anni. Così, se per pura ipotesi riuscissimo ad azzerare domattina le emissioni antropiche mondiali (tutte, non solo il 6-7 per cento dell’Unione europea o lo 0,8 per cento dell’Italia), circa il 70 per cento dell’eccesso di CO2 sarebbe riassorbito in 150-200 anni; il restante 30 per cento richiederebbe tempi dell’ordine del migliaio d’anni.
L’immediata conseguenza è che sono ineludibili e urgenti misure di adattamento del nostro territorio, i nostri sistemi idrici ed energetici, le nostre colture, ecc. ai cambiamenti climatici che perdureranno comunque per un paio di secoli. E per questo servono investimenti ingenti, comunque inferiori al denaro necessario per riparare i danni prodotti dagli eventi estremi.
Allora ridurre le emissioni non serve a niente – dirà qualcuno. E no, perché aumentarle a dismisura aggraverebbe quegli eventi estremi, rendendo insufficienti le misure di adattamento, in un circolo vizioso senza fine. E’ vero tuttavia che la necessità di investire in tutte le opere ingegneristiche necessarie all’adattamento rende imperativo ridurre le emissioni nel modo più efficiente possibile.
Ed è qui che gli scienziati del clima dovrebbero passare il testimone ai colleghi della tecnica e dell’economia dell’energia e degli scenari energetici.
Ridurre le emissioni in Italia aumentando a dismisura la produzione di “energia rinnovabile” non è il modo più efficiente. Perché in Italia significherebbe aumentare la produzione solare, caratterizzata da forte variabilità giornaliera e stagionale, e solo in misura marginale quella eolica, per la scarsa ventosità. E trasformare in energia continua quella intermittente prodotta da fotovoltaico e un po’ di eolico, comporta elevati costi addizionali (per la sovrapproduzione estiva, i sistemi di accumulo, le reti), che possono essere calcolati con accurate simulazioni.
Scoprendo che l’energia elettrica continua prodotta in Lombardia con un mix 85 per cento fotovoltaico, 15 per cento idroelettrico e quel che serve di batterie, al netto dei costi di rete, costerebbe 380 €/MWh. Con un reattore nucleare, costerebbe tra 70 e 100 €/MWh (a seconda delle modalità di remunerazione e finanziamento, da decidersi coi decreti attuativi della legge delega) nei primi 30 anni di vita del reattore e circa 45 €/MWh nei successivi 50, dopo l’ammortamento. Decarbonizzazione senza nucleare è solo un gioco da tavolo in cui tutti perdono.