Anche le centrali elettriche possono adattarsi al clima che cambia

Dobbiamo investire nell’adattamento di tutte le nostre infrastrutture. Ivi inclusi i sistemi di raffreddamento delle nostre centrali termoelettriche. Perciò, basta ridicoli pregiudizi ideologici: ci serve subito il nucleare nel mix elettrico ottimale con idroelettrico, solare ed eolico

15 AGO 26
Immagine di Anche le centrali elettriche possono adattarsi al clima che cambia
Le portate di alcuni grandi fiumi, quest’estate particolarmente basse a causa delle condizioni climatiche estreme, stanno creando in tutta Europa una serie di problemi, a partire dal settore agricolo. E anche sulla produzione di energia, a cominciare dall’energia idroelettrica. Portate basse significano meno acqua “turbinata” e perciò meno energia elettrica prodotta. C’è tuttavia un impatto anche sulle centrali termoelettriche. Tutte richiedono infatti che il condensatore a valle della turbina sia raffreddato con acqua di fiume o di mare, prelevata e restituita al luogo di origine, riscaldata di qualche grado (a Caorso mai più di 3 gradi, stando ai registri); in mancanza di un corso d’acqua con portata sufficiente, centrali costruite nell’entroterra possono essere raffreddate con torri evaporative, che utilizzano acqua a ciclo chiuso, che in piccola parte evapora, per poi ritornare a terra sotto forma di pioggia dopo poche settimane. Sono pure possibili sistemi ibridi. Giusto per citare qualche esempio, in Slovacchia, le centrali nucleari di Bohunice, da 940 mw, e di Mochovce, da 1.380 mw, utilizzano entrambe quattro torri di raffreddamento a circuito chiuso; in Italia, la centrale nucleare Trino 2, parte del piano energetico nazionale poi cancellato dopo il referendum del 1987, per quanto lungo il Po, prevedeva torri di raffreddamento; infine, torri di raffreddamento sono impiegate in diverse centrali geotermoelettriche italiane.
E’ tuttavia un fatto che nell’Unione europea le centrali termoelettriche raffreddate a ciclo aperto con l’acqua dei grandi fiumi sono oggi alcune centinaia, di cui poco più di 20 sono nucleari (la Francia, con 13 centrali lungo i suoi grandi fiumi, ha il numero più alto). Ma – onori e oneri – il calo di produzione di queste ultime campeggia sui giornali. In realtà, secondo Energy-chart, il sito curato dall’istituto tedesco di ricerca applicata Fraunhofer, nel mese di luglio 2025, nell’Unione europea la domanda elettrica è stata del 3 per cento più elevata che nel luglio 2025, anche a causa dell’elevato uso di condizionatori. Al tempo stesso, la ridotta portata dei fiumi ha avuto l’impatto più significativo sulla produzione idroelettrica, fermatasi al 23 per cento in meno di luglio 2025, poi su quella a carbone e altri fossili, che è stata il 6 per cento in meno; la produzione elettronucleare, è stata invece solo il 2 per cento inferiore a quella di luglio 2025. Quanto alla produzione a gas, essa è persino cresciuta del 7 per cento.
Insomma la questione dei cambiamenti climatici è serissima. Negli ultimi 200 anni la concentrazione di CO2 in atmosfera è cresciuta del 50 per cento sul picco mai registrato nei precedenti 800.000 anni. E la CO2 ha un tempo di persistenza in atmosfera lunghissimo: per riportare la concentrazione a livelli vicini a quelli pre industriali, serviranno centinaia d’anni. Perciò, inutile farsi illusioni: se pure per miracolo stanotte azzerassimo le emissioni mondiali (non solo il 7 per cento dell’Unione europea), i fenomeni estremi che stiamo sperimentando, dalle siccità estive alle alluvioni autunnali, permarrebbero per alcuni secoli. Dunque prima di tutto dobbiamo investire nell’adattamento di tutte le nostre infrastrutture. Ivi inclusi i sistemi di raffreddamento delle nostre centrali termoelettriche. E serve una montagna di denaro. A maggior ragione, dunque, la riduzione delle emissioni dev’essere perseguita al minimo costo. Perciò, basta ridicoli pregiudizi ideologici: ci serve subito il nucleare nel mix elettrico ottimale con idroelettrico, solare ed eolico.
Giuseppe Zollino
responsabile Energia di Azione