Lo yen lo salva Trump. Ma con gli euro, per non toccare il dollaro

Un "gesto di amicizia", dice il presidente, che però conviene a Washington: senza aiuti il Giappone difenderebbe la sua valuta vendendo Treasury, di cui è il primo detentore estero

4 AGO 26
Tradotto con IA
Immagine di Lo yen lo salva Trump. Ma con gli euro, per non toccare il dollaro
Lo yen si è indebolito al punto che per fermarne la caduta sono intervenuti gli Stati Uniti, che però hanno comprato la valuta giapponese pagando in euro anziché in dollari: una scelta strategica per non indebolire la propria moneta e, soprattutto, per non scuotere il mercato dei Treasury. Venerdì infatti il Tesoro americano e il ministero delle Finanze giapponese sono intervenuti insieme sul mercato dei cambi, cosa che per sostenere lo yen non accadeva dal 1998. Ieri l’operazione è stata ufficializzata con una nota del ministero delle Finanze giapponese, mentre il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha avvertito che “non esiterà” a ripeterla. Giovedì scorso lo yen era scivolato fino al livello più debole dal 1986, 163,73 yen per dollaro, per poi assestarsi ieri sotto quota 157 yen per dollaro dopo l’intervento congiunto e la nota ufficiale.
Il presidente Donald Trump, rispondendo ai cronisti dall’Air force one, ha spiegato che il Giappone “ha chiesto una piccola mano. E’ stato soprattutto un gesto di amicizia, perché lo yen si sta indebolendo, e il dollaro sta andando alla grande” (continuando poi: “Con l’Argentina abbiamo fatto 25 miliardi di dollari, con il Venezuela centinaia di miliardi di dollari. Faccio ottimi affari per il paese” e lasciando aperto l’interrogativo: cosa vorrà in cambio Washington per aver risollevato lo yen?).
Da anni gli investitori di tutto il mondo fanno la stessa operazione: prendono in prestito yen, perché in Giappone i tassi di interesse sono all’1 per cento, li convertono in dollari e li investono negli Stati Uniti, dove invece i tassi sono ora al 3,50-3,75 per cento. Questo fenomeno si chiama carry trade. Il guaio è che uno yen debole, che è stato invece un vantaggio per decenni per le esportazioni giapponesi, rende più caro tutto ciò che arriva dall’estero. Il Giappone importa il 90 per cento dell’energia che consuma e la paga in dollari, e negli ultimi mesi con la crisi di Hormuz si ritrova a pagare un barile più caro con una moneta che vale meno. Così l’inflazione sale, in un’economia che secondo la Banca centrale giapponese quest’anno crescerà dello 0,6 per cento. Alzare ancora i tassi aiuterebbe a rafforzare lo yen e la Banca del Giappone ha segnalato di essere pronta a farlo. Nell’immediato Tokyo ha però scelto di comprare yen direttamente sul mercato e per farlo servono dollari, che può ottenere vendendo - come ha già fatto in passato - alcune delle sue riserve in titoli di stato americani, di cui è il primo detentore estero per circa 1.100 miliardi di dollari. Per avere un ordine di grandezza, a maggio le vendite giapponesi di titoli americani avevano raggiunto i 66,7 miliardi di dollari in un mese, mentre l’intervento americano di venerdì, secondo le indiscrezioni, si fermerebbe tra i 5 e i 10 miliardi.
Da qui la forma “insolita” dell’operazione. La Fed di New York avrebbe comprato yen per conto del Tesoro vendendo euro, attraverso le banche Goldman Sachs e Morgan Stanley. Pagare in dollari, hanno spiegato degli esperti a Bloomberg, avrebbe indebolito il dollaro e la dottrina della valuta forte, quella di cui si vantava Trump dall’aereo presidenziale, proprio mentre l’inflazione negli Stati Uniti resta sopra l’obiettivo. E ieri il ministero delle Finanze giapponese ha annunciato che per i prossimi interventi verrà usata la linea con cui la Fed presta dollari alle banche centrali estere in cambio di titoli americani dati in garanzia, senzache siano venduti (la Fima repo, molto simile alla linea Eurep della Bce). L’intervento aveva l’obiettivo di evitare vendite di Treasury e non indebolire il dollaro. L’euro è stato soltanto il mezzo per centrarli: l’operazione lo ha indebolito quasi del 4 per cento sullo yen, rimanendo fermo con il dollaro. La vendita di euro assumerebbe un peso politico diverso soltanto se diventasse sistematica e di dimensioni ben maggiori; cosa che le esigue riserve americane in euro non consentono.
Per gli analisti delle grandi banche, però, il recupero dello yen si è probabilmente già esaurito. Chris Turner, capo della strategia valutaria di Ing, l’ha definita “un’operazione di contenimento”, perché scoraggia chi scommetteva su uno yen oltre quota 164, senza però risolvere la questione nel lungo periodo.