Economia
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Quattro strategie e leve per gestire il nexus
In un contesto globale volatile e incerto, solo una gestione coordinata dell’interconnessione tra acqua, energia e cibo può ridurre i rischi sistemici e rendere più sostenibili i sistemi di approvvigionamento del futuro
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L'analisi di Bassel Daher e Rabi H. Mohtar che leggete qui sotto è tratta dall’ultimo numero di World Energy.
L'acqua, l’energia e il cibo sono risorse fondamentali per qualsiasi economia. Da più di dieci anni una sempre crescente quantità di dati e di evidenze scientifiche ci ha portato a comprendere come questi sistemi di risorse siano strettamente interconnessi e non possano essere gestiti né regolati separatamente. Si prevede che la pressione su questi tre sistemi si farà più intensa: entro il 2050 la domanda idrica mondiale dovrebbe aumentare del 20-30 percento, quella energetica del 50 percento circa e la domanda alimentare del 50-60 percento. Queste domande potranno essere soddisfatte solo adottando un approccio settoriale compartimentato. A livello mondiale, l’agricoltura assorbe quasi il 70 percento dei prelievi di acqua dolce, principalmente per l’irrigazione, e la produzione energetica ne assorbe un altro 10 percento, soprattutto per il raffreddamento delle centrali termoelettriche. A propria volta, l’energia serve per il trasporto, il trattamento e la desalinizzazione dell’acqua; il sistema alimentare consuma circa il 30 percento dell’energia mondiale, dalla produzione e trasformazione fino alla distribuzione e preparazione dei cibi. Tale interdipendenza è diventata tema di dibattito politico intorno al 2011, quando la Bonn Nexus Conference e il rapporto sulla sicurezza idrica del World Economic Forum hanno dimostrato come ogni decisione presa in uno qualsiasi dei tre settori si ripercuota sugli altri due.
Negli anni successivi si è formata una comunità di ricerca che ha sviluppato un vocabolario politico comune sul nesso acqua-energia-cibo e ha documentato le interdipendenze esistenti tra i tre elementi, sostenendo la necessità di una gestione e di una governance integrate che trattino acqua, energia e cibo come un unico sistema di sistemi. Tuttavia, mettere in pratica tale concetto e tradurlo in modalità concrete di pianificazione, definizione dei budget e gestione delle risorse si è rivelato estremamente difficile, a causa della frammentazione dei dati tra i diversi enti, del fatto che gli strumenti analitici disponibili sono stati in origine concepiti per un singolo settore specifico o su una singola scala, e per il fatto che, spesso, i mandati delle istituzioni competenti premiano l’ottimizzazione di una sola risorsa per volta.
Lo shock crea consapevolezza
La consapevolezza dell’interconnessione dei sistemi di acqua, energia e cibo passa in genere inosservata e non viene considerata prioritaria finché non sopraggiunge uno shock a rendere evidente e innegabile la realtà di tale stretto legame. Nei primi mesi del 2026 il traffico commerciale attraverso lo stretto di Hormuz ha subito una forte riduzione. Per questo corridoio transita quasi un quinto del consumo mondiale di petrolio e un quinto del gas naturale liquefatto oggetto di scambi internazionali. Nell’immediato, le conseguenze si sono manifestate nell’andamento del prezzo del petrolio greggio, suscitando il timore di possibili carenze di approvvigionamento e si sono poi irradiate ad altri settori. Il gas naturale è la principale materia prima per i fertilizzanti azotati e il suo prezzo dipende strettamente dall’andamento di quello dei fertilizzanti; il 30 percento dei fertilizzanti commercializzati nel mondo transita attraverso lo stretto di Hormuz. Con il diminuire delle scorte di gas, i prezzi di ammoniaca e urea sono aumentati in vista della stagione della semina primaverile, con quello dell’urea a registrare un aumento di circa un quarto nel giro di poche settimane. Tale sconvolgimento ha toccato anche l’acqua. Infatti, il Golfo Persico dipende dalla desalinizzazione per la maggior parte del proprio fabbisogno di acqua potabile, e il transito attraverso lo stretto di Hormuz moltiplica questa dipendenza per due: il costo della desalinizzazione dipende infatti da quello dell’energia, ed è attraverso il corridoio dello stretto che i paesi del Golfo ricevono le sostanze chimiche, le membrane e i pezzi di ricambio necessari al funzionamento degli impianti. Un’interruzione anche in un solo nodo della rete incide quindi non solo sul prezzo dell’acqua ma anche sulla capacità di produrla.
Certamente, non è stato il primo segnale di questo tipo: qualche anno fa, la pandemia di Covid-19 aveva seguito un andamento simile, iniziando come emergenza sanitaria per poi propagarsi fino a compromettere le filiere dell’approvvigionamento alimentare e a innescare uno shock nella domanda e nei prezzi dell’energia, mettendo a dura prova i sistemi idrici nelle regioni meno capaci di assorbire questa pressione. Sotto molti aspetti, le crisi dello stretto di Hormuz e del Covid-19 sono profondamente diverse, e tuttavia esprimono la medesima vulnerabilità, dovuta al fatto che gestiamo e pianifichiamo questi sistemi di risorse in modo incoerente, senza tener conto della loro stretta interconnessione e a danno della loro resilienza e sostenibilità. Pertanto, la domanda sollevata da questi shock non è se tale interconnessione esista realmente, bensì se il sistema nel suo complesso sia sufficientemente resiliente da poter resistere. Il presente articolo propone una strategia e una serie di leve attuative per la gestione dell’interconnessione tra i sistemi delle risorse primarie, in un contesto caratterizzato da crescenti incertezze e minacce alla disponibilità delle risorse.
Quattro strategie
Per rispondere, occorre innanzitutto capire perché i sistemi cedano di fronte agli shock. Un sistema è resiliente quando è in grado di assorbire i disturbi e continuare a funzionare, mentre diventa fragile quando la ricerca dell’efficienza elimina le ridondanze e concentra le funzioni critiche in percorsi strettamente interconnessi, situazione cui consegue che un singolo guasto può propagarsi a cascata nell’intero sistema, prima di poter essere contenuto. La resilienza deriva dall’allentamento di queste dipendenze e dalla creazione di percorsi alternativi che consentano al sistema di continuare a funzionare anche in caso di guasto a un singolo componente. Sono quattro le strategie efficaci in questo senso, e un contesto concreto per la loro applicazione è la regione araba, dove la scarsità idrica e quella energetica sono entrambe particolarmente gravi.
La prima strategia è il “disaccoppiamento”, che consiste nel separare i sistemi di risorse laddove la loro interconnessione diventa un fattore di vulnerabilità. Il legame tra energia e acqua, che è il motivo per cui lo shock dello stretto di Hormuz ha avuto ripercussioni sull’approvvigionamento idrico del Golfo, ne è l’esempio più lampante. Il propagarsi dello shock si riduce alimentando gli impianti di desalinizzazione con energia rinnovabile, poiché un impianto di osmosi inversa alimentato a energia solare riduce notevolmente l’esposizione alle fluttuazioni dei prezzi di petrolio e di gas. L’impianto di Al Khafji in Arabia Saudita, il primo a osmosi inversa di grandi dimensioni a essere alimentato a energia solare, per il processo di desalinizzazione utilizza di giorno un parco solare dedicato e di notte la rete elettrica; ne consegue che gran parte dell’acqua prodotta non è esposta ai prezzi dei combustibili. Altri esempi sono la produzione alimentare in ambienti climaticamente controllati, che riduce l’impronta idrica e del suolo dei prodotti alimentari.
La seconda strategia è “l’integrazione regionale”. Nessun Paese da solo dispone dell’intera gamma di risorse, ma le risorse naturali della regione si completano a vicenda, con un forte potenziale solare ed eolico in tutto il Maghreb, energia idroelettrica lungo il Nilo e una notevole capacità di desalinizzazione nel Golfo; questa complementarità tra domanda e offerta è alla base dell’integrazione. In linea di principio, gli scambi transfrontalieri di energia elettrica consentono di compensare la carenza di elettricità di un Paese con l’eccedenza prodotta in un altro. Nel dicembre 2024, i membri della Lega degli Stati Arabi hanno avviato un mercato arabo comune dell’elettricità e firmato degli accordi che ne regolano il funzionamento; secondo le stime della World Bank, entro il 2035 questo mercato potrebbe generare risparmi sui costi, a livello di sistema, nell’ordine di centinaia di miliardi di dollari, a seconda dei prezzi dei combustibili e delle ipotesi politiche. Il potenziale rimane in gran parte inutilizzato, perché le linee transfrontaliere esistenti funzionano a una frazione della loro capacità; tuttavia, il nuovo collegamento ad alta tensione tra Egitto e Arabia Saudita, che entrerà in funzione nel 2026, indica la direzione da seguire: unire le reti del Golfo Persico e del Nord Africa in modo da rafforzare (auspicabilmente) la resilienza di entrambe le regioni. La stessa logica vale anche per il cibo. Data la diseguale distribuzione delle risorse agricole, con i terreni coltivabili e le risorse idriche concentrati in alcune zone del Levante, del bacino del Nilo e del Maghreb più che nel Golfo Persico, una produzione coordinata accompagnata da scambi commerciali intraregionali consente di coltivare prodotti alimentari là dove l’acqua è meno scarsa, alleviando la pressione che ciascun Paese esercita sulle proprie risorse. Un altro esempio di come si possano sfruttare le risorse regionali in termini di suolo, acqua, energia e capitale per assicurare resilienza e prosperità economica sono gli investimenti esteri nel settore alimentare.
La terza strategia è la “diversificazione”, che consiste nel distribuire le catene di approvvigionamento più esposte tra diverse fonti e diverse rotte, pur riconoscendo i limiti della produzione locale. Decenni di esperienza insegnano che non bisogna confondere la resilienza con l’autosufficienza. L’impegno dei paesi del Golfo per assicurare l’approvvigionamento alimentare attraverso la produzione interna e l’acquisizione di terreni agricoli all’estero incontra delle difficoltà, dato che le condizioni di aridità non consentono di praticare su larga scala un’agricoltura ad alto consumo idrico, ma le importazioni alimentari permettono alla regione di risparmiare ingenti quantità di acqua e di suolo. La via più sostenibile è la diversificazione delle fonti e delle rotte per l’importazione dei beni essenziali, in modo che nessun singolo punto nevralgico possa essere determinante, realizzare le strutture di stoccaggio e costituire le riserve che attualmente mancano ai mercati alimentari e dei fertilizzanti, e procedere alla localizzazione selettiva della produzione laddove sia realmente efficiente in termini di risorse. In questo contesto, per resilienza si intende la capacità di assicurare un accesso affidabile e di gestire la dipendenza, anziché cercare di eliminarla.
La quarta strategia è la “circolarità”, che consiste nel chiudere i loop delle risorse in modo che ciò che esce da un sistema di risorse rientri come input in un altro, senza sprechi. Il riuso dell’acqua per l’irrigazione, per esempio, consente di recuperare una risorsa idrica che altrimenti verrebbe prelevata dalle falde acquifere o prodotta attraverso processi di desalinizzazione ad alto consumo energetico; inoltre, l’azoto e il fosforo che il riuso dell’acqua restituisce ai campi sostituiscono, in parte, i fertilizzanti sintetici, la cui fornitura è messa a rischio dall’interruzione della rotta di Hormuz. Tutte queste strategie devono essere integrate nella pianificazione delle risorse primarie, nell’ambito di un’economia circolare che utilizzi le risorse in modo efficiente e preveda un’ampia strategia di riutilizzo circolare.
Quattro leve
Dal punto di vista tecnico, queste quattro strategie sono alla nostra portata, il vero interrogativo è capire se verranno effettivamente adottate e portate avanti nel tempo. Le quattro leve illustrate di seguito possono svolgere un ruolo determinante nella loro attuazione. La prima leva è la capacità analitica di individuare le connessioni prima che a rivelarle sia un evento di shock. I soggetti responsabili delle decisioni non possono gestire compromessi che non sono in grado di individuare e, per anni, non abbiamo avuto gli strumenti necessari per renderli a noi visibili. A mancare è stata un’unica piattaforma che riunisse i settori dell’acqua, dell’energia e dell’alimentazione, consentendo di quantificare e valutare come le scelte politiche o tecnologiche in un settore avrebbero avuto ripercussioni sugli altri. Analisi di questo tipo rendono visibili le interazioni a cascata e rendono negoziabili i compromessi tra le parti interessate dei diversi settori. Ciò richiede l’individuazione congiunta di indicatori intersettoriali e un’efficace condivisione dei dati, al fine di garantire un monitoraggio adeguato e una corretta valutazione della coerenza degli interventi proposti.
La seconda leva è costituita dai meccanismi di governance e coordinamento intersettoriali necessari a una pianificazione volta alla sostenibilità dei sistemi di risorse interconnessi. Riconoscere le interconnessioni serve a ben poco se le istituzioni competenti non comunicano tra loro o non dispongono degli strumenti necessari per una pianificazione integrata. I responsabili dei settori idrico, energetico e alimentare comunicano spesso poco tra loro, divisi da differenze di mandato, terminologia e cultura professionale. I meccanismi intersettoriali sono essi stessi una forma di infrastruttura per la resilienza: forniscono alla pianificazione intersettoriale un’arena di confronto e un mandato, anziché lasciare che sia lo scoppio di una crisi a determinare lo strutturarsi di una forma di coordinamento.
La terza leva è quella dello sviluppo delle capacità istituzionali e della prossima generazione di pensatori sistemici. Si tratta di costruire ed educare a una visione condivisa gli attori chiamati a lavorare insieme sulle sfide interconnesse da affrontare, sui motivi che rendono necessario il coordinamento e sugli strumenti e i metodi di pensiero sistemico necessari a una pianificazione integrativa. Le persone che tra vent’anni gestiranno queste risorse sono oggi studenti impegnati in programmi di studio che continuano a trattare ingegneria, economia e pianificazione come percorsi distinti. La capacità di pensare in modo trasversale ai vari settori dovrebbe invece essere sviluppata sin dalle prime fasi, attraverso un apprendimento collaborativo che riunisca professionisti dei settori idrico, energetico e alimentare per affrontare problemi concreti. Una generazione in grado di padroneggiare queste connessioni porterebbe la pianificazione integrata a diventare prassi ordinaria all’interno di enti e progetti, incorporando la resilienza nella gestione delle risorse fin dall’inizio.
La quarta leva è la finanza. Spesso le risorse finanziarie vengono organizzate per ottimizzare i risultati di un singolo settore, lasciando i progetti integrati privi di una chiara titolarità e tenendo conto solo della quota di valore generata dal singolo comparto, anche quando i benefici di un progetto si estendono ai settori idrico, energetico, alimentare e a interi ecosistemi. Per colmare tale divario è necessario innovare gli strumenti finanziari pensati per generare valore intersettoriale – come la blended finance, i partenariati pubblico-privato, i green bond e i resilience bond – rendendoli capaci di valorizzare l’intero spettro dei rendimenti e di ridurre il rischio degli investimenti, in modo che la resilienza emerga chiaramente come asset meritevole di finanziamento.
Nulla di tutto ciò è specifico di una sola regione. Ovunque la gestione delle risorse rimanga frammentata, sono proprio gli investimenti a determinare se il prossimo shock verrà assorbito o se si propagherà a cascata. Le crisi degli ultimi anni sono state dispendiose, ma ci hanno anche mostrato con rara chiarezza i punti di vulnerabilità dei nostri sistemi di approvvigionamento e che cosa serve per rafforzarli. Questa consapevolezza va tradotta in azioni pratiche. Se consideriamo questi shock come lezioni anziché come semplici avversità e investiamo negli strumenti analitici, nelle istituzioni e nelle figure professionali che l’integrazione richiede, la stessa interconnessione che ha causato il propagarsi dell’ultima crisi potrà diventare la base della nostra resilienza contro il prossimo shock.
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Bassel Daher è Assistant Director for Sustainable Development al Texas A&M Energy Institute (College Station) e Adjunct Assistant Professor in Ingegneria Biologica e Agricola, nonché Research Fellow presso l’Institute for Science, Technology, and Public Policy della Texas A&M University (College Station).
Rabi H. Mohtar è professore di Ingegneria Biologica e Agricola e di Ingegneria Civile e Ambientale presso la Texas A&M University (College Station). La sua ricerca affronta le sfide globali legate alle risorse, tra cui lo sviluppo di un modello di riferimento per il Nexus Acqua-Energia-Cibo.
