Parla l'armatore Grimaldi: “Hormuz? Non c’è un negoziato serio. A rischio le flotte cinesi”

L’ad dell'omonimo gruppo da oltre 130 navi avverte: "Fasi di speranza e passi indietro, ma un dialogo vero non c'è". E dopo la sua nave uscita grazie alla Farnesina: "Ringrazio il ministro Tajani, che si è speso in prima persona"

23 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 10:52
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Foto Lapresse

“Una situazione geopolitica così non si era mai vista. Ma le merci in qualche maniera spesso trovano una strada, chi le vuole è disposto a pagare di più. Se le rotte si allungano, i noli si adegueranno, anche per le navi più piccole, perché un armatore non fa un viaggio se i costi non sono coperti. Tenga presente che anche se uno vuole passare gli stretti passa senza assicurazione”. Emanuele Grimaldi, amministratore delegato dell’omonimo gruppo di famiglia (oltre 130 navi), e fino al 22 giugno presidente dell’International chamber of shipping (Ics), l’associazione mondiale degli armatori, parla al Foglio mentre la guerra tra Stati Uniti e Iran è ripresa e ieri il Brent è tornato sui 94 dollari al barile, circa il 30 per cento in più rispetto ai minimi di inizio luglio. Martedì Hormuz ha visto appena tre transiti commerciali secondo Kpler, mentre nel Mar Rosso nello stesso giorno alcune petroliere hanno invertito la rotta dopo la minaccia degli Houthi di bloccare i carichi sauditi attraverso lo stretto di Bab el Mandeb.
La lettura del conflitto di Grimaldi aiuta a capire anche l’annuncio di lunedì, l’embargo marittimo degli Houthi contro l’Arabia Saudita che esporta dal Mar Rosso: “Il conflitto riguarda ciò che succede tra tra sciiti e sunniti. Sembra una ritorsione dell’Iran verso gli altri paesi del Golfo, Teheran vuole impedire l’esportazione del petrolio degli altri paesi arabi che avevano aggirato il Golfo Persico uscendo dal Mar Rosso”.
Sulle rotte, spiega l’ad, la novità non riguarda gli europei: “Credo che quasi tutte le flotte europee passassero già fuori da Hormuz e da Suez, con la circumnavigazione del Capo di Buona Speranza. La novità è che oggi entrano a rischio anche le flotte arabe e probabilmente quelle cinesi. Ma ci sarà una contrazione dei traffici, e certamente si genereràinflazione, aumento dei costi, dei carburanti e delle emissioni. Tenga presente che io consumo un milione e mezzo di tonnellate di petrolio l’anno: se lo pago sessanta o novanta dollari al barile, cambia la musica”. Fatti i conti con i suoi numeri, un milione e mezzo di tonnellate equivale a circa 11 milioni di barili: trenta dollari in più a barile valgono oltre 340 milioni di dollari l’anno di sola spesa energetica aggiuntiva. Quei costi finiranno sulla merce? “Ovviamente: secondo gli indici, devono essere riflessi nei costi. Ma stiamo sperimentando carburanti alternativi e cerchiamo di consumare il meno possibile: riduciamo in parte le velocità, usiamo dispositivi che tagliano i consumi. Negli ultimi tre-quattro anni abbiamo risparmiato almeno 500 mila tonnellate di petrolio. Abbiamo messo il fotovoltaico, e in flotta sono entrate navi nuove che consumano la metà delle vecchie”.
Una nave della sua flotta è rimastra dentro Hormuz per diversi mesi. Avete avuto contatti con Teheran? “Sì, perché era la parte avversa che non ci permetteva di passare. E’ stata l’ambasciata iraniana a contattarmi, ci siamo incontrati per chiedere se fosse possibile liberarla. Il permesso di passare è arrivato dopo le verifiche della Farnesina: ringrazio il ministro Tajani, che si è speso in prima persona, ci siamo sentiti anche la sera in cui la nave è passata.. Ma finché non c’è una pace non rimando l’imbarcazione e non riattiviamo la linea da 3-6 navi che avevamo verso il Golfo. Ora fanno altri lavori, e i traffici automobilistici in questo momento vanno bene”.
Sul futuro l’ad non si sbilancia: “Dall’inizio della guerra si sono alternate fasi di speranza, di quasi accordo, e passi indietro. Andrebbe messo in piedi un dialogo serio, che ora non c’è. Bisogna sedersi al tavolo. E questo vale anche per l’altro conflitto, l’invasione russa dell’Ucraina, che dura da troppi anni senza vantaggi per nessuno: la Russia è un partner commerciale importantissimo dell’Europa, comprava tutto da noi. Ci siamo fatti male da soli”. Per un motivo valido, e certamente c’è chi si è fatto più male. “Parlo da economista. Ci siamo fatti male per un motivo, però bisogna vedere chi si è fatto più male: noi compriamo il petrolio al doppio e non vendiamo più niente. A San Pietroburgo avevo quattro o cinque navi piene che raggiungevano la Russia. Oggi non si porta più niente”.