Le ragioni di una riforma dell’Irpef con meno aliquote e più equità

L’imposta sui redditi è stata svuotata e la progressività è solo sui dipendenti, bisogna allargare la base imponibile
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L’Irpef doveva essere la grande imposta progressiva del paese, quella chiamata a distribuire il peso fiscale secondo la capacità contributiva dei cittadini: si è invece trasformata lentamente nel suo contrario. Oggi è un’imposta sempre più limitata, sempre più contorta, e soprattutto sempre più ingiusta. Colpisce quasi soltanto chi ha uno stipendio da lavoro dipendente o chi vive di pensione, entrambi con un prelievo alla fonte. Tutti gli altri – capitali, rendite, affitti, regimi forfettari, redditi finanziari – si collocano intorno al sistema senza entrarci davvero, tassati con aliquote separate, proporzionali, quasi sempre più indulgenti.
Intanto le aliquote Irpef si sono ridotte a tre. E a questo punto il passo successivo potrebbe perfino essere uno soltanto: due aliquote, o magari una. In Italia basta pronunciare la parola “flat tax” perché si gridi immediatamente al regalo per i ricchi. Ma il punto è che i ricchi, quelli veri, già oggi pagano in gran parte imposte proporzionali sui redditi che contano davvero: dividendi, patrimoni, rendite. L’Irpef piena la pagano soprattutto insegnanti, impiegati, tecnici, pensionati. Insomma: il ceto basso e medio che non può spostare nulla, nascondere nulla, contrattare nulla.

Le termiti fiscali

L’imposta nacque con molti scaglioni, molte aliquote, molte intenzioni redistributive. Poi, come spesso accade in Italia, ogni governo vi aggiunse una toppa: detrazioni, deduzioni, regimi speciali, bonus, eccezioni, sconti di categoria, modifica di aliquote. Alla fine, il vestito non si riconosce più. E’ diventato un mosaico spesso incomprensibile persino agli specialisti. E gli effetti sono stravaganti: in certi passaggi di reddito le aliquote marginali effettive arrivano a livelli tali da scoraggiare perfino l’aumento del reddito stesso. Si lavora di più per guadagnare quasi nulla in più. Una follia che nessuno avrebbe progettato razionalmente.
Nel frattempo, la base imponibile si è erosa pezzo dopo pezzo. All’inizio qualche eccezione era giustificata da esigenze pratiche. Ma poi l’eccezione è diventata la regola. La cedolare secca, i regimi sostitutivi, i forfettari e così via: tutto ha contribuito a svuotare l’Irpef dall’interno. Vito Tanzi le chiamava “termiti fiscali”, ed è difficile trovare definizione migliore. Dal 1973 lavorano silenziosamente dentro la struttura dell’imposta, divorandone la progressività senza bisogno di abolirla formalmente. Il risultato oggi è sotto gli occhi di tutti. Le tre aliquote Irpef gravano quasi esclusivamente sui redditi da lavoro dipendente e da pensione. Sopra ci si aggiungono anche le addizionali regionali e comunali, che trasformano il prelievo in una specie di tassa di fedeltà territoriale. Chi invece vive di redditi finanziari o immobiliari o da lavoro autonomo gode di trattamenti molto più leggeri. E il paradosso è che proprio i lavoratori dipendenti e i pensionati finiscono per sostenere gran parte del finanziamento dei servizi pubblici universali, sanità in testa. Quindi non solo imposte ma anche la spesa, perché si è dimenticato quello che ci hanno insegnato le grandi figure del Novecento.

Meno scaglioni e più equità

Per questo la riduzione delle aliquote non è necessariamente un favore ai più ricchi. Semmai potrebbe essere il contrario, a patto di accompagnarla con l’eliminazione sostanziale dell’enorme giungla di spese fiscali accumulata negli anni. Perché anche qui la retorica racconta una cosa e la realtà ne mostra un’altra: deduzioni, bonus edilizi, agevolazioni sofisticate, spese detraibili sono usate in larga parte da chi ha redditi medio-alti. Il contribuente povero non ristruttura ville con il superbonus e raramente scarica scuole private o altre spese. Un sistema più semplice, con una-due aliquote uguali per tutti i redditi e una quota esente adeguata, potrebbe risultare molto più equo di quello attuale. Anche perché la vera ingiustizia oggi non è tanto l’aliquota nominale, ma il fatto che il tipo di reddito determina il trattamento fiscale. Chi ha redditi diversificati può pianificare, spostare, ottimizzare. Chi vive di busta paga no.
Si obietta spesso che poche aliquote significhino la morte della progressività. Tecnicamente non è vero. Una tassa proporzionale con una soglia esente resta progressiva: chi guadagna poco paga poco o nulla; chi guadagna molto paga di più, sia in valore assoluto sia in termini medi. La progressività diventa meno pronunciata, è vero, ma può essere rafforzata dal lato della spesa pubblica, che è il vero luogo dove uno stato decide chi aiutare e chi no. Non solo possono essere immaginate una deduzione (o detrazione) ulteriore variabile per rafforzare la tutela dei redditi bassi e l’equità orizzontale.
La domanda vera, semmai, è un’altra: ha ancora senso immaginare oggi un’Irpef fortemente progressiva come la si pensava sessant’anni fa? Probabilmente no, nonostante sul piano teorico e ideale sarebbe corretto dire sì. Purtroppo, bisogna fare i conti con la realtà. La globalizzazione ha reso mobili i capitali, immateriali molte basi imponibili, potentissime le piattaforme digitali. Gli stati nazionali tassano con difficoltà crescente ciò che si muove rapidamente e tassano invece con facilità ciò che resta fermo: il lavoro dipendente, le pensioni, le cose, gli immobili. Non è una scelta ideologica. E’ un vincolo storico. Per questo Ocse e Fmi insistono da anni sulla stessa formula: allargare la base imponibile e ridurre le aliquote. Non per bontà verso i più benestanti, ma perché sistemi troppo complessi e troppo onerosi finiscono per produrre evasione, arbitraggio e disuguaglianze ancora maggiori. Continuare a difendere modelli teorici nati negli anni Settanta mentre il mondo fiscale è cambiato radicalmente significa inseguire un’idea di equità irrealizzabile.

Il taglio delle tax expenditure

Naturalmente ridurre le aliquote costa. E un paese col debito pubblico italiano non può permettersi illusioni. La copertura dovrebbe venire soprattutto dall’abolizione di gran parte delle spese fiscali e dalla lotta all’evasione. Sarebbe, oltre che una necessità finanziaria, un’opera di igiene in termini di finanza pubblica. Perché le tax expenditure sono diventate nel tempo uno strumento politico formidabile: piccoli privilegi distribuiti a categorie, settori, clientele, lobbies. Questo non significa che il problema fiscale italiano si esaurisca nell’Irpef. In un paese dove la ricchezza privata è elevata e fortemente concentrata, il tema delle successioni prima o poi dovrà essere affrontato. L’Italia tassa le eredità molto meno di quanto facciano gli altri paesi Ocse, come la Francia. Ma il nodo centrale resta uno: l’Irpef deve tornare a essere l’imposta di tutti, non soltanto quella dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Poche aliquote, una base larga, meno privilegi nascosti e regole uguali per redditi diversi. Non è la riforma che forse avremmo voluto rispetto all’ideale struttura di imposta personale immaginata negli anni ‘70 del secolo scorso. E’, molto più modestamente, il tentativo di riportare un po’ di ordine e di giustizia in un sistema che oggi dell’equità conserva soprattutto la retorica.