Così il campo largo si spacca sul green israeliano in Piemonte

Avs e M5s contro l'impianto agrivoltaico israeliano a Biella, mentre nel Pd prevale la prudenza: "Se consideriamo il cambiamento climatico una priorità non possiamo scegliere quali aziende sostenere in base al passaporto degli investitori", dice la consigliera regionale di Italia viva Nallo
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Foto di American Public Power Association su Unsplash

Si scambia la politica estera con il diritto d’impresa, parliamo di un’azienda privata che non c’entra nulla con le operazioni militari a Gaza”. Commenta così al Foglio Vittoria Nallo, consigliera regionale di Italia viva in Piemonte, eletta con gli ‘Stati uniti d’Europa’, il caso dell’impianto agrivoltaico da 47 MW a Biella contro cui si sono schierati Ultima generazione, Legambiente e Movimento cinque stelle. Il motivo? Econergy, l’azienda che vuole costruirlo, è israeliana. Non ha nessun legame diretto con Gaza, non è coinvolta in alcun modo nelle operazioni militari, non è neppure inserita nei report delle ong che chiedono di boicottare le imprese israeliane che operano nei “territori occupati”. Eppure, secondo gli ambientalisti – gli stessi che vorrebbero più pannelli al posto del nucleare – tanto basta per ritenere “eticamente inaccettabile” il progetto.
“La condanna di quanto sta accadendo a Gaza è per me netta e senza ambiguità, così come resta altrettanto convinto il sostegno alla transizione energetica e alle fonti rinnovabili. Ma sarebbe un errore ridurre una vicenda complessa come quella di Cavaglià a una contrapposizione ideologica” dice Emanuela Verzella, consigliere regionale in Piemonte col Partito democratico. “Il Biellese non può diventare terreno di scontro ideologico, né in un senso, né nell’altro”, prosegue la dem, che proprio a Biella è stata eletta. “Il punto è un altro – dice – pretendere che qualsiasi progetto, indipendentemente dalla provenienza dei capitali, venga sottoposto a istruttorie rigorose e trasparenti, verificando con la massima attenzione l’impatto sul territorio, sul paesaggio e soprattutto sulle produzioni agricole e sulle eccellenze locali”. Sotto questo profilo, il luogo di origine di Econergy non giocherebbe a sfavore. “Israele è un paese leader mondiale nelle tecnologie applicate all’agricoltura da tanti anni. Sanno bene di cosa si sta parlando”, sottolinea Alberto Avetta, anche lui in Consiglio regionale con il Pd. “L’associazione immediata tra imprese israeliane e governo Netanyahu fa male prima di tutto alle attività degli imprenditori israeliani. Credo che la provincia di Biella valuterà la bontà e la sostenibilità del progetto, non certo sulla base della residenza dei proponenti. Che non è un criterio di valutazione oggettivo”.
La pensa diversamente il M5s locale, secondo cui invece “dovrebbe essere negata la concessione per un’attività economica a un soggetto legato a Israele che si è macchiato del genocidio a Gaza”, ha scritto il portavoce provinciale. Sullo stesso solco si pone anche Alice Ravinale, capogruppo di Avs in Consiglio regionale e segretaria regionale di Sinistra italiana. “Gli azionisti di questa Ecoenergy sono società che hanno ruoli abbastanza rilevanti all’interno dei territori palestinesi occupati, non si può ridurre tutto a un mero pregiudizio di provenienza”. E’ un problema, prosegue, “far arrivare qua capitali che in qualche modo dipendono anche da attività svolte in un territorio illegalmente occupato”.
Vittoria Nallo, già coordinatrice cittadina di Italia Viva Torino, la vede diversamente: “Questa vicenda, proprio all’indomani del voto in consiglio regionale sul ddl Aree idonee, mi ha fatto un certo effetto”. La misura, approvata il 21 luglio, punta a individuare ulteriori aree per l’installazione di pannelli fotovoltaici, preservando comunque le colture e il paesaggio. L’obiettivo è quello di raggiungere entro il 2030 l’obiettivo fissato dal governo con quasi 5 gigawatt di nuova capacità da fonti rinnovabili. Eppure, dice ancora Nallo, “le proteste fatte sulla base di presupposti infondati possono essere un rischio per il territorio e la transizione. Se davvero consideriamo il cambiamento climatico una priorità non possiamo scegliere quali impianti e aziende sostenere in base al passaporto degli investitori. La transizione energetica – conclude – richiede più innovazione, rinnovabili, nucleare e un mix energetico in grado di garantire alle nostre aziende sicurezza, indipendenza e decarbonizzazione”. La protesta Nimby dall’impatto sul paesaggio a quello sulle coltivazioni Dop, mette i muscoli e si fa più internazionale, mentre un’altra, ennesima, divergenza mette alla prova il campo largo che verrà.