Economia
articolazione e segmentazione •
La classe operaia? Adesso sono tre. Il test dei contratti aziendali
Il primo è quello delle tute blu e degli impiegati delle multinazionali tascabili che rinnovano i contratti di secondo livello, il secondo è quello degli operai che godono del solo contratto nazionale e il terzo è quello del lavoro povero e intermittente. Un'analisi
21 LUG 26

Foto Getty
Due contratti aziendali integrativi firmati negli ultimissimi giorni spingono a una riflessione più approfondita sull’articolazione e la segmentazione del mondo operaio. Quello della Barilla è un accordo eccellente per il sindacato degli alimentaristi che infatti lo ha salutato con viva soddisfazione. I circa 4 mila dipendenti portano a casa per il quadriennio 2026-29 la bella cifra di 12.680 euro che potranno essere addirittura incrementati di un ulteriore 30 per cento. Dal punto di vista normativo è stato anche rafforzato il sistema di relazioni industriali rimpinguando il pacchetto dei diritti di informazione e consultazione che comprenderanno – per la prima volta in Italia – anche gli investimenti in intelligenza artificiale. In più è stato istituito un comitato ristretto come sede di “tempestivo confronto” sulle strategie del gruppo. Altre novità contenute nell’integrativo riguardano la conciliazione dei tempi di vita professionale e privata, un limite massimo ai contratti a termine, più ore di formazione rispetto al contratto.
Da Parma a Trieste: per la prima volta la Illycaffè ha negoziato con i sindacati interni il premio di risultato: 1.800 euro per operai e impiegati. “Per il gruppo una novità storica” ha dichiarato l’amministratore delegato Cristina Scocchia. Se un dipendente (in tutto sono 1.400) sceglie di trasformare il premio in welfare l’azienda riconoscerà un ulteriore 10 per cento. E questo nonostante stia affrontando “una tempesta perfetta” dovuta alle tensioni geopolitiche, ai costi delle materie prime e un prezzo del caffè verde straordinariamente alto.
Ma al di là dei dettagli che cosa ci indicano i casi Barilla e Illycaffè? Che non possiamo più parlare del lavoro operaio, e più in generale di quello manifatturiero, come di un unicum. Si tratta di un universo che va sempre più raggruppandosi in almeno tre gironi. Il primo è quello del tute blu e degli impiegati delle multinazionali tascabili che rinnovano i contratti di secondo livello, il secondo è quello degli operai che godono del solo contratto nazionale e il terzo è quello del lavoro povero e intermittente. Già qualche anno fa il sociologo Antonio Schizzerotto aveva parlato di tre classi operaie, la sua analisi era soprattutto centrata su organizzazione del lavoro e tecnologia. In alto c’era una sorta di aristocrazia operaia del digitale fatta di tecnici e operatori del 4.0, in mezzo i lavoratori rimasti dentro un’organizzazione di tipo tradizionale, fordista. La centralità assunta però in Italia al problema dei salari bassi e il peso che l’inflazione ha avuto negli anni scorsi (e rischia di avere ancora in futuro immediato) ci portano a “correggere” l’impostazione di Schizzerotto e almeno in questa fase a privilegiare il potere d’acquisto come fattore decisivo di disuguaglianza.
La prima, come segnalano i casi citati ma anche Luxottica, Ferrari, Ferrero, Lamborghini e tanti ancora, è una classe operaia che ha conquistato significativi spazi di redistribuzione degli utili. In genere lavora in imprese brillanti, ben guidate, con una buona redditività e tenuta di mercato. Gode poi di ottime relazioni industriali, non ha motivi di scioperare, è iscritta al sindacato in buon numero, riesce a contrattare oltre che buone paghe anche formazione, welfare aziendale e altro. Con l’azienda ha un buon feeling che si traduce in alto spirito di appartenenza. La seconda classe operaia è quella prevalentemente occupata nelle Pmi e che vive degli aumenti contrattuali nazionali, non negozia il secondo livello, è iscritta al sindacato in quantità minore, ha minori certezze del posto di lavoro della prima e opera in contesti organizzativi meno evoluti. Questo segmento ha subito negli anni dell’inflazione post 2022 una decurtazione del potere d’acquisto dell’8 per cento e se dovesse ripartire l’inflazione probabilmente subirebbe di nuovo. E’ vero che in questo mondo fatto di Pmi c’è la pratica diffusa di elargire superminimi individuali e cosiddetti fuori busta pagati senza informare il sindacato. “Non ci sono numeri precisi per poter delimitare sia i tre segmenti di tute blu sia per capire quante Pmi ricorrono al salario o quanti imprenditori a Natale allungano ai propri dipendenti dei buoni benzina” annota Francesco Seghezzi di Adapt.
La terza classe operaia, già individuata con precisione da Schizzerotto, è quella dei settori meno sindacalizzati come la logistica. O il turismo o la cura. “E’ una forma di lavoro spesso intermittente nel quale si rimane intrappolati e non si riesce ad uscire – spiega Seghezzi –. Nel turismo magari si lavora per sei mesi e per gli altri sei si prende la Naspi. Nella cura a domicilio si tratta di badanti o colf spesso in nero. La sicurezza del posto ovviamente non esiste, la tenuta del potere d’acquisto è una chimera. Quanti bar e ristoranti abbiamo visto chiudere ed essere sostituiti da altre insegne?”. Aggiunge Andrea Garnero, economista Ocse: “La disuguaglianza salariale è dunque determinata dal tipo di impresa e non dal lavoratore. Gli accordi Barilla o Illycaffè sono i benvenuti ma la questione resta come portare su gli altri. Per di più la segmentazione impedisce la mobilità, i diritti e la retribuzione sono legati al posto in cui lavorano e quindi si perdono se si cambia lavoro”.