Il balletto delle reti. Cosa ci dice sull’Europa il risiko delle Tlc

Opa di Poste su Tim, contanti più azioni, delisting a settembre. In Francia SFR spartita tra Iliad, Bouygues e Orange. A Londra Iliad nella Vodafone. Tre paesi, stessa regia: da telco a techco. Cloud, intelligenza artificiale e servizi digitali al centro della nuova mappa del settore

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Lo si chiama consolidamento, ma quel che sta accadendo nella telefonia europea, a partire da Italia, Francia e Gran Bretagna, è qualcosa di più. Certo, alla fine una offerta frantumata come quella del Vecchio Continente vedrà ridursi gli operatori: oggi i principali sono ben 45, domani saranno di meno e più grandi. Negli Stati Uniti ce ne sono tre veramente nazionali, in Cina altrettanti. Nello stesso tempo però, le nuove telco diventeranno sempre più techco, come si dice in gergo, cioè piattaforme tecnologiche incentrate su cloud, intelligenza artificiale e servizi digitali. Siamo partiti dalla fine? Forse, ma è questo il filo conduttore che unisce le notizie di questi giorni in un settore maturo se lo giudichiamo con le lenti del passato anche recente, ma in piena dirompente trasformazione. Affinché ciò avvenga occorrono più capitali, spalle larghe e impulso imprenditoriale. E’ un processo che mobilita sia la mano pubblica come in Italia con Poste-Tim, sia i privati come nel Regno Unito con Iliad-Vodafone sia gli uni e gli altri in Francia con SFR acquisita da Iliad con Bouygues e Orange (società il cui azionista di riferimento, sia pur con il 13% soltanto, è il governo).
Poste italiane ha aperto le danze lo scorso anno acquistando il 20% della Tim con l’obiettivo di prenderne il pieno controllo. Sabato il consiglio di amministrazione della compagnia telefonica ha dato il via libera e ieri è partita l’offerta pubblica di acquisto e scambio, per arrivare al 100% ci sarà tempo fino a settembre, ma il risultato appare scontato. Per ogni azione Tim consegnata, Poste riconosce 1,67 euro in contanti e 0,218 nuove azioni Poste Italiane. Un esempio: per 500 azioni Tim vengono assegnate 109 azioni Poste e 835 euro in denaro, con pagamento previsto il 18 settembre 2026. Qualora venissero riaperti i termini dal 21 al 25 settembre, il pagamento delle ulteriori adesioni avverrebbe il 2 ottobre. A quel punto Tim potrebbe uscire dal listino di borsa. Dallo stato allo stato dopo tre decenni turbolenti nei quali gli azionisti privati non hanno dato grandi prove? Anche, perché il 65% del capitale delle Poste è in mano alla Cdp e al Tesoro. Ma non solo. Il piano punta a costruire quella che definisce la "più grande piattaforma di infrastruttura connessa d’Italia” con 150.000 dipendenti, 13.000 uffici postali e circa 4.000 negozi Tim. L’integrazione tra Tim e PosteMobile viene estesa anche alla telefonia fissa, più la vendita di prodotti assicurativi, finanziari ed energetici attraverso i rispettivi canali oltre a servizi per le imprese che uniscano connettività, welfare, pagamenti e logistica. Una piattaforma basata sulla combinazione dei dati delle transazioni Poste con quelli Tim su navigazione, geolocalizzazione e utilizzo dei servizi. Da telco a techco, insomma.
A maggio si era mossa anche la Francia. Altice (società franco-olandese fondata da Patrick Drahi) in crisi finanziaria, ha deciso di vendere la Sfr per poco più di 20 miliardi di euro a Bouygues che avrà il 42%, Iliad con il 31% e Orange (il restante 27%). Le frequenze saranno divise in tre, il resto seguirà gli interessi prevalenti dei nuovi azionisti. Bouygues Telecom rileverà la quota maggiore: Sfr Business, una parte delle attività consumer, Prixtel, infrastrutture mobili nelle aree meno dense e asset fissi dedicati al B2B. A Iliad andranno tutti i clienti Red by Sfr, una parte del portafoglio consumer e una quota di piccoli clienti business. Orange acquisirà altri clienti consumer e gli Mvno Réglo, Syma e Coriolis. In sostanza si tratta più di una spartizione che di una integrazione e il difetto sulla carta è una eccessiva complessità industriale, anche se lì per lì tutti i protagonisti hanno brindato. Champagne, ça va sans dire. A Londra è corsa per lo più birra, la ale tradizionale. Ma lì il protagonista è Xavier Niel il fondatore della Iliad che sborsa 4,4 miliardi di sterline per il 16% della Vodafone, un passo importante di una espansione che rende il patron francese l’imprenditore del settore più rampante in Europa grazie alla sua presenza in Italia, Polonia, Irlanda e Svezia, con uno zampino anche in America Latina. Niel era interessato anche alla Vodafone Italia, ma è stato battuto sul tempo da Fastweb controllata da Swiss Telecom (anche quell’acquisizione dunque possiamo inserirla nello stesso processo di concentrazione europea). “Vodafone era diventata troppo grassa, troppo lenta e troppo complessa”, ha dichiarato Niel al Sunday Times, senza nascondere che dovrà “vendere infrastrutture e attività non strategiche”. Anche in questo caso la partita si giocherà sul cambiamento e sull’innovazione tecnologica e tutti gli analisti sottolineano che non è finita, al contrario è partito un treno che non sappiamo dove arriverà.