Con Hormuz chiuso e le scorte agli sgoccioli, il petrolio può solo salire. Parlano Lanza e Paltrinieri

Il deficit di barili potrebbe ora concatenarsi con un maggiore rincaro dato che Pechino è tornata a importare. E il mercato mostra già la paura di una carenza persistente. Intanto ieri gli Houthi hanno minacciato l'Arabia Saudita ma non risultano attacchi

21 LUG 26
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Con il conflitto tra Stati Uniti e Iran che sembra tornato nelle sue fasi acute, dopo che nel weekend sono proseguiti i raid americani e le rappresaglie iraniane, la rapida riapertura di Hormuz su cui puntava il mercato sembra ormai un miraggio. Le scorte di petrolio con cui il mondo ha sostituito i barili bloccati dentro il Golfo persico si stanno esaurendo e la crisi energetica rischia ormai di aggravarsi: ieri mattina il Brent ha superato i 90 dollari al barile, per poi tornare verso gli 88 su caute aperture negoziali mediate dal Qatar; comunque un valore che di per sé non rappresenta un picco assoluto ma che riflette un aumento di 20 dollari in appena due settimane. “Tra fine luglio e inizio agosto le scorte strategiche americane finiranno di essere rilasciate. Finora si è supplito ai flussi mancanti con le scorte, ma senza nuovi rilasci e con dieci milioni di barili in meno al giorno, ciò non è sostenibile” - dice al Foglio Andrea Paltrinieri, professore di Economia degli intermediari finanziari all’Università Cattolica di Milano.
L’instabilità è ormai data per sicura dalla gran parte degli analisti almeno fino alla fine dell’anno – ragiona invece Alessandro Lanza, direttore della Fondazione Eni Enrico Mattei -. C’è un conflitto in corso e anche il doppio blocco: l’Iran chiude lo Stretto al traffico e la Marina americana lo chiude verso i porti iraniani. Anche se domani lo Stretto fosse dichiarato aperto, le navi non passerebbero comunque: restano i missili anti nave e le motovedette dei pasdaran, i droni, e anche il disturbo dei segnali di Gps che rendono insicura la navigazione. Le assicurazioni non coprono questo livello di rischio. Probabilmente nemmeno l’Iran, se volesse, potrebbe assicurare un passaggio sicuro: bisogna bonificare un tratto di mare in piena crisi militare, e la bonifica richiede mesi”.
Paltrinieri cerca di spiegare la crisi suddividendola in tre grandi temi: le posizioni politiche e miitari, i flussi di petrolio, le scorte. “Le posizioni di Washington e Teheran non sono cambiate, ma anzi si sono acuite – dice il professore della Cattolica. Questo perché ora il negoziato si è fermato su un problema che praticamente non esisteva: “Tre mesi fa la priorità era l’uranio arricchito e il nucleare, adesso invece il tema da cui partire è il controllo dello Stretto, in mano ai pasdaran, a cui serve mandare un’email per passare dalla corsia iraniana dato che quella omanita non viene utilizzata. E il tema del nucleare deve essere ancora affrontato”. Al blocco negoziale si aggiungono i flussi, e Paltrinieri spiega: “Nei dieci giorni in cui il Memorandum of Understanding sembrava fosse applicato, solo le petroliere iraniane hanno portato fuori dallo Stretto 60-80 milioni di barili, diretti in gran parte verso la Cina. Ma il vero tema generale è che le navi devono rientrare per poter liberare gli stoccaggi dei diversi paesi produttori e far riprendere la produzione: penso al Kuwait, agli Emirati Arabi Uniti, o all’Iraq. L’Arabia Saudita in parte ha aggirato il blocco con l’oleodotto che sbuca a Yanbu sul Mar Rosso (con una capacità da 4,5 milioni di barili al giorno, ndr), ed è per questo che i prezzi non sono a 120 dollari”. Ieri, però, gli Houthi hanno annunciato un embargo marittimo “con effetto immediato” contro l’Arabia Saudita, ma al momento non risultano né attacchi né un blocco effettivo della rotta.
E rispetto ai flussi il deficit di barili potrebbe ora concatenarsi con un maggiore rincaro, dato che Pechino è tornata sul mercato: “Mancano fino a dieci milioni di barili al giorno. La Cina, che a giugno importava quasi 5 milioni di barili al giorno in meno di un anno prima, ha ripreso le importazioni” – spiega Paltrinieri. Che riprende dal terzo tema, quello delle scorte: “Washington ha rilasciato le riserve strategiche, che si esauriranno tra fine luglio e inizio agosto. In diversi punti di consegna – da Cushing in Oklahoma fino a Rotterdam – si è vicini al tank bottom, il fondo dei serbatoi. Negli ultimi tre giorni si è acuita la backwardation, cioè la differenza tra il primo e il secondo contratto (il prezzo del petrolio con consegna più vicina è diventato molto più caro rispetto a quello con consegna successiva, ndr). Questo implica una paura di una scarsità di offerta persistente”- aggiunge Paltrinieri -. Nel momento in cui non c’è petrolio ovviamente devono raggiungersi i livelli di prezzo tali che si razioni la domanda”.
E il direttore della Fondazione Eni Mattei Lanza conclude: “Ma il problema non è solo la benzina: anche il Gnl, di cui il Qatar è tra i più grandi produttori e il Giappone tra i più grandi compratori. E per lo Stretto passa il 40 per cento circa di fertilizzanti, quindi i rincari rischiano di susseguirsi”.