La paralisi francese che rischia di portare il debito al 130 per cento del pil

Piani di risanamento falliti e deficit in crescita. Per “illuminare il dibattito pubblico” in vista delle presidenziali il governo ha chiesto a quattro economisti indipendenti di calcolare la traiettoria dei conti pubblici: servono 126 miliardi di euro 
18 LUG 26
Immagine di La paralisi francese che rischia di portare il debito al 130 per cento del pil
Se la Francia non vuole trovarsi nel 2030 con un debito al 130 per cento del pil, correndo il rischio di una crisi finanziaria, dovrà trovare 126 miliardi di euro. E’ la conclusione del Rapporto sulla trasparenza delle finanze pubbliche pubblicato mercoledì dal ministero dell’Economia francese, affidato a quattro economisti indipendenti: Xavier Jaravel, Xavier Ragot, Jean-Luc Tavernier e Natacha Valla.
Il debito francese negli ultimi anni ha raggiunto livelli critici: tra fine 2019, anno prima della pandemia, e fine 2025 è infatti salito dal 98 al 116 per cento del pil. I governi di Michel Barnier (2024) e François Bayrou (2025) sono caduti sui rispettivi piani di risanamento, e la crisi politica si è unita a quella di bilancio creando di fatto una paralisi contabile. Tanto che sia nel 2025 sia nel 2026 la Francia ha cominciato l’anno fiscale con una loi spéciale che ha consentito di finanziare le spese necessarie in attesa della manovra.
Così a maggio il governo ha incaricato i quattro economisti di calcolare la traiettoria dei conti pubblici “a politica invariata”, cioè senza nuove riforme. E non è un caso che l’orizzonte coincida con il quinquennio presidenziale che inizierà dopo l’elezioni di aprile 2027. La risposta del Rapporto è che il deficit salirebbe dal 5 per cento del pil previsto per il 2026 al 5,9 per cento nel 2027, fino al 6,8 per cento nel 2030, mentre il debito pubblico passerebbe dal 118 per cento del pil nel 2026 al 130,5 per cento nel 2030.
Solo la spesa per interessi, stimano gli economisti, tra il 2026 e il 2030 dovrebbe salire da 78 miliardi di euro l’anno a 124 miliardi a causa del rifinanziamento a tassi più alti dei titoli in scadenza: la Francia paga sull’Oat decennale uno spread di 81 punti rispetto all’equivalente bund tedesco, praticamente quanto l’Italia sul Btp (79 punti). L’altra spada di Damocle per il bilancio francese riguarda la spesa per le pensioni, che a causa dell’invecchiamento demografico aumenterà nei prossimi cinque anni di 47 miliardi di euro. L’unica riforma strutturale in vigore, quella del 2023 che alza gradualmente l’età di pensionamento da 62 a 64 anni, ma che resta comunque insufficiente per rendere la spesa pensionistica sostenibile rispetto alla dinamica demografica, è stata sospesa fino al 2028 nell’autunno scorso dal primo ministro Sébastien Lecornu per far sì che i socialisti non lo sfiduciassero. Le pensioni sono un tema centrale della campagna per le elezioni presidenziali dell’anno prossimo: il Partito socialista propone di tornare a 62 anni di età pensionabile, esattamente come il Rassemblement national di Marine Le Pen. Édouard Philippe, ex primo ministro e leader del partito centrista Horizons, propone invece di alzarla ancora e, sempre con un occhio ai conti, promette di riportare il deficit al 2 per cento entro il 2032.
Secondo il calcolo dei quattro economisti, solo per stabilizzare il debito tra il 119 e il 124 per cento del pil, ovvero per non farlo aumentare troppo, bisogna raggiungere un avanzo primario dello 0,8 per cento del pil nel 2032: 126 miliardi di aggiustamento strutturale. E per riuscirci bisogna agire subito, cominciando già nel 2027 con una manovra da 28-34 miliardi che preveda minori spese, dato che la Francia ha già il prelievo fiscale e contributivo più alto dell’eurozona. Il Rapporto boccia i tagli lineari ai ministeri e propone per il 2027 di sospendere l’indicizzazione delle pensioni, con un “année blanche”. Non la pensano ugualmente a sinistra: per risanare il bilancio, la France insoumise di Jean-Luc Mélenchon e il Partito socialista di Olivier Faure ripropongno la Zucman tax, una patrimoniale per i super ricchi. Ma il Rapporto chiarisce: “E’ illusorio pensare che una parte minoritaria della popolazione possa subire tutto l’aggiustamento”, anche perché la tassa ridurrebbe il deficit di soli 5 miliardi l’anno, contro i 20 promessi.
L’aggiustamento però non può aspettare il voto, e questo lo sa bene Lecornu, che ha chiesto ai ministri uno sforzo tra i 30 e i 50 miliardi per la manovra che arriverà in Parlamento in autunno in piena campagna elettorale, la stessa scala indicata dai quattro economisti. Il Rapporto, del resto, nasce proprio per “illuminare il dibattito pubblico” in vista delle presidenziali. “I candidati vogliono stabilizzare il debito, cioè il minimo dell’ambizione che dovrebbero avere? Come pensano di arrivarci?”, ha detto l’autore Jaravel alla stampa.